lunedì 3 agosto 2015

Nodi (8)

Sensi aveva conosciuto l’ispettore Rana, della polizia postale, meno di due mesi prima, ma aveva subito capito che era praticamente la sua anima gemella. Be’, quasi. Be’, in realtà al momento non sapeva bene come fossero i loro rapporti, dato che durante l’indagine a cui avevano collaborato Rana era quasi stato ucciso. Sensi non era del tutto sicuro che non se la fosse presa.
Compose il suo numero e aspettò che rispondesse.
«Ciao, Marco. Sono Sensi» disse, quando sentì che la linea era attiva. Rana non credeva nei convenevoli.
«Oh, ciao» rispose l’altro, inespressivo.
Se fosse stato un’altra persona Sensi avrebbe pensato che erano in fredda, ma l’ispettore della polizia postale era, secondo la sua definizione, “quasi Asperger”, quindi la sua inespressività era normale.
«Avrei un piccolo problema. Una persona scomparsa. Dovrei esaminare il suo computer» continuò Sensi. Aspettò un secondo. Chiunque altro a quel punto gli avrebbe risposto “sì” o “no”, ma ancora una volta... Rana non funzionava così. «Mi chiedevo se potessi darmi una mano. Sei al lavoro?».
«No» si limitò a rispondere Rana. Ci fu un altro attimo di silenzio. «Non dovremo strisciare tra i rovi, giusto?».
«E non dovrebbero nemmeno spararci» puntualizzò Sensi.
«Oh, quello è stato interessante, a modo suo, ma odio strisciare tra i rovi. Puoi passarmi a prendere?».
Sensi poteva.
Mezz’ora più tardi erano davanti al portone di casa Marrano. La temperatura toccava i trentadue gradi e l’umidità era all’ottantacinque percento, così aveva detto Rana dopo aver guardato sul cellulare. Il cielo era velato, ma questo non diminuiva in alcun modo il calore. Non sembrava che stesse per piovere. In quanto a Rana stesso, non era cambiato dall’ultima volta in cui Sensi l’aveva visto. Era pallido, con gli occhi glauchi dietro a un paio di occhiali senza montatura. Anche se era magro dava non dava l’impressione di essere in forma e indossava dei bermuda, delle ciabatte infradito e una maglietta con scritto “Save the Daleks”.
Sensi suonò al citofono e si annunciò. L’alto cancello di ferro battuto ronzò e si aprì.
«Sono dei nobili?» chiese Rana, osservando distrattamente la facciata Art Decò parzialmente coperta dall’edera.
«No, sono dei marrani» rispose Sensi.
Rana sembrò trovare la spiegazione soddisfacente. Subito dopo il portone di legno scuro venne aperto da una Antoneta in uniforme da cameriera, con tanto di crestina bianca. Sensi sbatté le palpebre un paio di volte. Per qualche motivo pensava che fosse ancora in questura. Rana le lanciò un’occhiata indifferente.
«Ciao» disse Sensi. «Siamo qua per controllare il computer di Carlotta. Questo è l’ispettore Rana, della polizia postale».
«Prego, i signori mi seguono» fece Antoneta, compitissima, e li precedette lungo un atrio delle dimensioni di una piccola piscina, fiancheggiato da colonne di stucco grigio in stile con il resto della casa.
Quel posto sembrava uscito da una rivista di moda. I pavimenti di mattonelle di marmo bianco e grigio, le piante in vaso che pendevano tra le colonne, i quadri sobri e astratti, i mobili di lucido legno rossastro... anche la stessa Antoneta faceva in qualche modo parte dell’arredamento, con la crestina bianca, l’uniforme nera dalla gonna sopra al ginocchio e le decolté dal tacco alto, sexy senza essere eccessivo. Se solo non fosse stato lì per un’indagine Sensi si sarebbe rotolato per terra dalla noia. Quanto meno c’era l’aria condizionata.
«Marrano dov’è?» chiese, mentre seguivano il posteriore sculettante di Antoneta su per una grande scala di marmo.
Rana emise una risatina un po’ fuori luogo e Sensi si accostò per sussurrargli che il padrone di casa si chiamava Marrano sul serio. A quel punto Rana ridacchiò di nuovo.
«Il signore è con il signorino Carlo. Vuole che lo chiami?».
Sensi ci pensò un attimo. «No. Portaci dal computer di Carlotta e basta».
Il computer era nello studio di lei, una stanza ampia e luminosa del primo piano. Ovviamente era un laptop della Apple, ultima generazione.
Rana si sedette dietro alla scrivania senza tante cerimonie e lo aprì.
Sensi si voltò verso Antoneta. «Nemmeno tu ci servi, a meno che non conosci la password per entrare nel computer».
Lei sollevò il naso. «Io resto qua e controllo».
«E che cosa controlli? Che non rubiamo l’argenteria?» rispose Sensi, irritato.
«Che non fate confusione. Che non sporcate. Che non guardate altre foto».
Sensi sospirò e si girò dalla parte dell’ispettore. «Spiegale che nemmeno a te interessa il bondage». Poi sbatté le palpebre e guardò il monitor. Non solo Rana era già entrato senza bisogno di password, ma stava anche sfogliando con calma la gallery delle foto osé della padrona di casa.
«Veramente sono un nawashi. Ma qua siamo ben lontani dal kimbaku» commentò lui, continuando a far scorrere le immagini. «Che cosa ti serve?».
«Oh, davvero? Posso chiederle dove ha imparato, maestro?» cinguettò Antoneta, facendo un passo verso la scrivania.
«No, non puoi chiederlo» rispose Sensi, brusco. Che Rana fosse un maestro di nodi dell’arte della legatura giapponese non era così strano. Era un nerd e i nerd si interessano alle cose, a tutte le cose, in modo ossessivo e un po’ morboso. Era piuttosto sicuro che per lui fosse un interesse astratto o quasi, anche perché se c’era una cosa in cui l’ispettore non era versato erano i rapporti umani. «Dobbiamo scoprire se Carlotta era in contatto con il finto agente segreto. Inizierei dai forum che frequentava o...»
«Iniziamo da FetLife» decise l’ispettore, aprendo una nuova finestra. «Tutte le password sono memorizzate nel portachiavi, come vedi. Ecco».
Sensi si sporse su di lui per guardare lo schermo. Vide la pagina iniziale del social network fetish, nera con le scritte rosse.
Rana si mosse velocemente tra le impostazioni del profilo e i messaggi personali.
«Mh, qualcuno ha dato una ripulita. Lei stessa, probabilmente. Il profilo è vecchio di due anni, ma ci sono pochissime interazioni. Nessuna foto. Nessun messaggio. Ma ha un sacco di amici, quindi non è possibile che la situazione sia stata sempre questa. Non chiedi l’amicizia a un profilo vuoto».
«Credo che ha tolto tutto lei» intervenne Antoneta. «Gliel’ha detto quell’uomo».
Rana aprì un’altra finestra. «Molto bene. Controlliamo le caselle email».
Sensi si vide scorrere davanti al naso una nuova schermata, questa volta bianca. Si allontanò, consapevole che non sarebbe riuscito a stare dietro a Rana. Inoltre, visto che era lì, non c’era motivo di non dare un’occhiata anche allo studio di Carlotta, oltre che al suo computer.
Come il resto della casa sembrava studiato da un interior designer. La scrivania di noce, dalle linee solide e moderne, la libreria piena di saggi mai letti sulle tematiche umanitarie più in voga, le tende di impalpabile mussola bianca, il pavimento di parquet chiaro. Sensi girellò qua e là lasciandosi attrarre dalle coste dei libri dalla grafica più accattivante, dallo scaffale con le targhe e le medaglie che varie associazioni benefiche avevano conferito a Carlotta, fino a guardare le foto allineate su un ripiano: lei, il marito, un bambino piccolo che doveva essere Carlo. Carlo e Carlotta, pensò, esaminando le cornici alla ricerca di qualcosa di insolito, quale fantasia. Senza parlare delle fotografie stesse, che erano la quintessenza della banalità.
Quindi, rifletté, tornando verso la scrivania: banale. Carlotta era banale e lui doveva cercare in un posto altrettanto banale.
Nei cassetti della scrivania, per dire.
Aprì il primo, mentre sullo sfondo il chiacchiericcio di Antoneta e le laconiche risposte di Rana sfumavano sempre di più.
Cancelleria, carta da lettere (qualcuno la usava ancora?), l’astuccio di una stilografica di lusso... niente di interessante. Poi un cassetto pieno di corrispondenza. Lettere ufficiali, inviti, piccoli badge che Carlotta doveva aver tenuto come ricordo degli eventi a cui aveva partecipato. Uno specchietto, un piccolo necessaire per il trucco, una pinza per i capelli, dei pastelli colorati...
Una scatolina simile a un portagioie, con una piccola serratura chiusa.
Sensi prese la scatolina, tirò fuori il proprio coltello serramanico e forzò la minuscola serratura.
All’interno un singolo biglietto da visita. Fronte colorato, azzurro e verde, e retro bianco. Carta spessa ma da poco. Scritte in un brutto carattere squadrato. Sì, nel complesso poteva assomigliare al biglietto di un funzionario pubblico.
Sopra, solo un nome e un numero di cellulare.
Sensi lasciò il biglietto dentro alla scatola e posò quest’ultima davanti a Rana.
«Lascia perdere il computer. Rintracciami il cellulare di Mastrangelo Emiliano, qua».

domenica 2 agosto 2015

Nodi (7)

Quando uscì nel corridoio quasi finì addosso alla Riu, che stava uscendo dalla stanza attigua, da cui evidentemente aveva seguito il colloquio.
«Non è possibile» fu la prima cosa che gli disse.
Mentre tornavano verso gli uffici, Sensi prese il cellulare. «Be’, magari non proprio gay, ma ai giorni nostri che cosa importa?» sorrise, mentre cercava il numero che gli serviva. La Riu si limitò a sbuffare. «Marrano? Sono Sensi. Lei o sua moglie avete dei contatti con qualcuno dell’AISI o dell’AISE?».
«Eh? Ma è impazzito?» rispose il figlio del senatore, dopo un mezzo secondo di silenzio.
Sensi sospirò. «Magari. Lo prendo per un “no”, quindi. Neppure tramite suo padre, in modo puramente formale, o...»
«No, guardi, mio padre non è in nessuna commissione sensibile, non è proprio il tipo. Si figuri se mi venivano a cercare i servizi segreti. Dove l’ha sentita questa?».
A Sensi continuare la conversazione non serviva, così borbottò un “non fa niente” e attaccò.
Visto che ormai avevano raggiunto l’open space si buttò dentro all’ufficio di Tudini. «Qualcuno svegli Mainardi. Ha dormito abbastanza» ordinò, in tono vagamente disgustato. Come i suoi uomini sapevano benissimo, credeva fermamente nella condivisione dell’infelicità.
Circa cinque minuti più tardi erano tutti nella bat-caverna, l’antro oscuro in cui il commissario aveva trasformato il suo ufficio.
«È tutto sempre più demenziale» esordì Sensi, andandosi ad appollaiare su un angolo della propria scrivania, «il che lo rende molto realistico, perché non c’è fine agli scompensi mentali degli esseri umani. A quanto pare un paio di mesi fa Carlotta è stata contatta da un tizio che le ha detto di essere dei servizi segreti. Non mi chiedete quali servizi segreti, perché al novantanove per cento è una balla».
«Ma non al cento?» chiese Mainardi, speranzoso. L’ispettore era il tipo di persona che sogna di finire in un intrigo internazionale, ovviamente. Ossia che si vede nel ruolo di James Bond e non vede l’ora di conoscere la sua prima Bond Girl.
«Il mondo è uno strano posto. Non do al cento per cento nemmeno l’alba di domani. In ogni caso, per comodità diciamo che è stata contattata da uno spostato che si è fatto passare per un agente segreto. È possibile che l’abbia adocchiata su un sito per feticisti, che ovviamente è il tipico posto in cui quelli dell’AISI vanno a cercare le minacce alla sicurezza nazionale».
«Quindi quando l’ha avvicinata nel parcheggio del supermercato...» disse la Riu.
«È possibile, sì. È possibile che le abbia detto qualcosa come: signora, c’è un’emergenza, deve venire con me. Carlotta gli lascia le chiavi della macchina e gli permette di disattivare il cellulare. Dunque... da quando questo è successo sono passate circa quattordici ore».
Tudini si passò una mano sulla faccia senza dire niente, ma Sensi conosceva quell’espressione.
«Non essere pessimista, Max. Se avesse voluto ucciderla e basta, o anche stuprarla frettolosamente, avrebbe trovato un modo più semplice. Diamo per scontato che abbia un suo piano almeno a medio termine. Ora però dobbiamo trovarlo». Lanciò un’occhiata circolare e seria verso le facce stanche dei suoi sottoposti. «Dobbiamo trovarlo sul serio, okay?».
Tudini annuì. «Vale la pena controllare se davvero qualcuno dell’AISI ha contattato la signora Marrano?».
«Sì, fai controllare a qualcuno. A Salvemini, magari. Potrà fare qualcosa anche lui, ogni tanto. Mainardi, lei tornerà all’Esselunga e cercherà di scoprire qualcosa di più sul nostro amico. Si porti la foto migliore che riusciranno a estrarre dai video e controlli anche nei negozi attorno al supermercato. Deve essere arrivato lì in qualche modo. Se è arrivato in macchina è probabile che l’abbia lasciata all’esterno, nei parcheggi pubblici attorno al parco. Praticamente sotto al nostro naso». Rispetto alla questura l’Esselunga era al lato opposto del Parco XXV Aprile, a meno di dieci minuti a piedi. «Se è arrivato a piedi può darsi che abiti in zona. Sarebbe ancora meglio, quindi sicuramente non sarà così. Rosanna, tu ti occuperai di tutte le telecamere della zona. Telecamere del traffico, dei negozi, dei bancomat se ce ne sono... cerca il nostro uomo o la macchina della Marrano. Se trovi la macchina, seguila tramite cct meglio che puoi. Max, tu prendi una squadra di tecnici e, basandoti sui video che abbiamo, cerchi di trovare almeno un’impronta di questo tizio. Lo so che è difficile. Su quegli ascensori salgono migliaia di persone ogni giorno. Ma è possibile che abbia toccato un punto che nessun altro ha toccato e che dai filmati si riesca a individuare. Io andrò a casa di Marrano con qualcuno della polizia postale e esaminerò il computer della moglie».
Un Sensi così decisionista e dirigenziale si vedeva di rado, quindi tutti e tre, chi più chi meno, gli lanciarono delle occhiate stupite.
Il commissario sbuffò. «Muovetevi. Domani è domenica e l’aria condizionata resterà spenta tutto il giorno. Non vorrete essere ancora qua, vero?».

sabato 1 agosto 2015

Nodi (6)

Antoneta Horia era una bambolina di porcellana anche lei. Sensi iniziava a chiedersi dove avesse vissuto fino a quel momento, dato che la città sembrava invasa di bamboline che lui non aveva mai notato. Antoneta aveva grandi occhi azzurri, pelle rosea e chiara, capelli ondulati di un colore tra il rosso e il biondo, un visino delicato e un fisico un po’ acerbo eppure soffice.
Rispetto a Carlotta era una versione leggermente più giovane e ruspante. Il top che indossava si fermava giusto qualche centimetro prima della pornografia e gli short erano più aderenti, le strizzavano il culo come se volessero spremerlo, mentre sul lato A era inevitabile un effetto camel toe difficile da ignorare.
«Tu saresti uno sbirro?» furono le prime parole che disse Antoneta, quando Sensi la raggiunse in corridoio.
«Già» rispose lui, senza prendersela. Era una domanda che gli era stata rivolta innumerevoli volte. Guidò Antoneta in una stanza per i colloqui, un ambiente spoglio e bianco, leggermente intimidatorio. Per qualche losco motivo non appena lei si sedette quel luogo asettico sembrò trasformarsi nel set di un film hard, uno di quelli in cui lo sbirro muscoloso dà una bella ripassata alla testimone reticente contro il vetro monodirezionale. La sensazione fu accentuata dal fatto che Antoneta si sedette sul tavolo, non al tavolo, e accavallò subito le gambe con studiata e sensuale strafottenza.
«Che cosa volete da me?» attaccò, subito dopo. «Non ho fatto niente. Sto qua da tanti anni. Perché mandare quello sbirro in divisa a casa mia, come se sono una criminale?».
Il suo italiano era buono, ma non perfetto. Sensi rimase in piedi e iniziò a girellarle attorno.
«O un personaggio importante. In questo caso ci serviva sentirti subito sulla scomparsa di Carlotta Marrano».
«Eh?» fece l’altra, un po’ confusa.
«Si è volatilizzata ieri sera. Non lo sapevi?».
Antoneta scosse la testa. Poi spinse le labbra verso l’esterno, in una smorfia pensosa che il suo lucidalabbra super-lucido rese una specie di apologia del sesso orale. «Scomparsa come?».
Sensi sospirò. «Facciamo che le domande le pongo io. A che ora te ne sei andata da casa loro, ieri sera?».
L’altra si strinse nelle spalle, rendendo evidente che non portava il reggiseno. Sensi quasi si intenerì. Non sapeva da quanto tempo Antoneta lavorasse dai Marrano, nella cosiddetta alta società, ma la sua prima reazione, prelevata dalla polizia, doveva essere stata di sfoderare l’arsenale pesante, quello di strada. Era il genere di cosa che faceva innervosire certi poliziotti e ne convinceva altri di avere diritto a un pompino gratis. Per fortuna quella seconda categoria di sbirri andava assottigliandosi, sostituita da una generazione più ottusamente moralista che politically correct.
Sensi sospirò di nuovo, decidendo di ammorbidire ulteriormente il proprio tono. «Senti, Antoneta, non ce l’abbiamo con te. Sul serio. Ieri sera Carlotta Marrano è uscita per andare al super e non è più rientrata. Temiamo che l’abbiano rapita. Ci serve tutto l’aiuto possibile e ci serve in fretta. Fa così schifo, come datrice di lavoro?».
L’espressione di Antoneta cambiò all’istante. «Chi? Carlotta? No. Carlotta è okay. Non avevo... capito. Oddio... chi l’ha rapita?».
Sensi tirò il tablet fuori dalla custodia e lo posò sul tavolo. «Non lo sappiamo. Forse lui. Lo conosci?». Fece partire la sequenza di filmati delle telecamere di sicurezza.
«Non credo» rispose Antoneta, chinandosi sul monitor. «No, non lo conosco. Ma Carlotta sì, è vero?».
«Che tu sappia si vedeva con qualcuno?».
L’altra inarcò le sopracciglia. «In che senso? Quella è innamorata di Giorgio. Proprio cotta».
«Giorgio Marrano?» disse Sensi, tanto per essere sicuro.
«Eh. Suo marito. Sono tutti appassionati» ridacchiò Antoneta.
Sensi sospirò per l’ennesima volta. «Sì, ho visto le foto. Quindi non c’era nessun altro».
«Che cosa vuol dire che hai visto le foto? Perché?» fece lei, di nuovo sulla difensiva.
«Non mi interessano le foto. O forse sì, aspetta. Sono mai finite su internet? Qualche sito fetish, qualche community?».
Lei scosse la testa. «Non penso». Si mordicchiò il labbro inferiore, con il solito effetto da film hard. «Non lo so. Ti sono piaciute?».
«Non è successo niente di strano, ultimamente? Qualcosa di diverso dal solito? Magari Carlotta era di cattivo umore, o ci sono state delle telefonate insolite, o...»
«Non hai risposto!» lo interruppe Antoneta, ridendo.
Sensi sbuffò. «No, non mi sono piaciute. Ti dispiace lasciar perdere le stronzate per cinque minuti? Ho già notato tutto quello che dovevo notare... non mi interessa. Non ora, comunque. Non ti offendere, okay? Pensa a Carlotta. Ho l’impressione che suo marito non sia molto attento a quello che succede in casa, ma tu sei lì, forse le parli più di lui. Se ci fosse stato qualcosa di diverso...»
«No, niente» lo interruppe di nuovo lei. «Sei finocchio?».
Sensi annuì, tutto serio. Perché le spostate capitavano sempre a lui? «Si dice “omosessuale”. O al massimo “gay”. Comunque... ora puoi rispondere?».
«Non lo so. Può darsi che le hanno messe su qualche sito. Roba privata, per gente appassionata di quel tipo di cose lì, no? Ma Carlotta non pensava che era una grande idea, mi sa. Il tizio dei servizi le ha detto che era pericoloso e lei si è preoccupata. Lo sai che il papà di Giorgio è un politico grosso, vero?».
Il commissario si grattò la testa, si rese conto di avere ancora una specie di chignon e si vergognò leggermente. Poi si focalizzò di nuovo su quello che aveva appena sentito. «Quali “servizi”?».
«N-non lo so» ammise la colf. «La CIA?».
Per una volta Sensi rimase senza parole.
«Cioè, come la CIA italiana» corresse Antoneta, che doveva essersi resa conto che la sua rivelazione era un po’ bizzarra.
«L’AISE?».
«Eh?».
Sensi sospirò. «O l’AISI. Anche se in realtà non mi sembra probabile nessuno dei due, né l’intelligence esterna né quella interna. Sei sicura? Te ne ha parlato Carlotta?».
«L-lei ha detto solo “servizi”. Io ho pensato ai servizi segreti. Come nei film. Il papà di Giorgio...»
«Sì, sì» la interruppe lui. «Che cosa ti ha raccontato Carlotta?».
«No, niente» fece Antoneta, ora spaventata dal suo tono.
Sensi ebbe la tentazione di prenderla per il collo e stringere, ma si dominò e le rivolse un sorriso rilassato. «Non devi preoccuparti. Vorrei solo che mi riferissi quello che ti ha detto Carlotta. Non hai fatto niente di male».
La colf sembrò un po’ indecisa, ma alla fine diede una specie di scrollata di tette, cioè di spalle, e sputò il rospo. «Niente, per le foto. Ha detto che quel tizio dei servizi le aveva detto che non era una bella idea. Perché magari qualcuno le vendeva ai giornali. Era logico. Il papà di Giorgio...»
«Ti giuro che lo so chi è il papà di Giorgio. In che modo l’ha contattata questo tizio dei “servizi”?».
Antoneta scosse la testa.
«Quando?» ritentò Sensi.
«Me ne ha parlato la prima volta un paio di mesi fa».
«Va be’. Tieniti a disposizione» concluse Sensi, mollandola lì.

venerdì 31 luglio 2015

Nodi (5)

Il figlio del senatore ci mise un’altra ora, prima di arrivare. Sensi bevve una Red Bull ghiacciata e scaricò un po’ di musica con il computer dell’ufficio.
Quando Marrano bussò alla sua porta ed entrò lo trovò tranquillamente seduto dietro alla scrivania invasa di carte, con in testa una specie di buffa crocchia e con l’aria mezzo addormentata. Si guardò attorno, stupito dall’aspetto di quell’antro scuro e caotico, poi guardò il commissario stesso con vaga speranza.
«Ci sono novità?» chiese.
Aveva delle borse violacee sotto agli occhi e le sue guance sembravano scivolate un po’ più in giù, rispetto alla sera precedente.
Sensi ruotò il monitor verso di lui e gli fece vedere il collage di filmati. «Stiamo cercando di capire da dove sia arrivato questo tizio. È sicuro di non conoscerlo?».  
Marrano scosse la testa. Era ancora in piedi, visto che tutte le poltroncine erano sommerse di fogli, buste e materiale vario. «Mai visto. Non sembra che la stia costringendo a seguirlo».
Nella sua voce si era infiltrata una sfumatura fredda ben percepibile.
Sensi si grattò il mento. «Lo so. E, mi creda, nessuno sarebbe più felice di me se lei fosse semplicemente cornuto. Ma dobbiamo tenere in considerazione l’altra ipotesi, ha presente... quella secondo cui è un po’ strano che uno si presenti in un parcheggio sotterraneo senza una macchina, sbucando fuori dall’ombra giusto quando passa sua moglie, senza che si siano telefonati prima».
«Forse si sono messi d’accordo su Whatsapp» ipotizzò il marito.
Sensi non ci aveva pensato, ovviamente. In realtà odiava qualsiasi cosa ti obbligasse a scrivere su una mini-tastiera e avesse un correttore automatico. «Può per caso accedere all’account di sua moglie?» chiese.
Di nuovo, Marrano scosse la testa.
«Ha motivo di pensare che potrebbe avere un altro? Le scoccerebbe?».
«Che razza di domanda è? Certo che mi scoccerebbe. Non pensi che solo perché abbiamo dei gusti un po’ particolari...»
«No, guardi. I gusti particolari li ho io, a quanto pare. Quindi... siete una coppia chiusa e se Carlotta avesse avuto un altro non glielo avrebbe detto. È possibile che abbia un altro?».
Marrano sbatté le palpebre e Sensi si rese conto che stava cercando di non piangere. Contro ogni antipatia personale, provò una fitta di pena.
«Si sieda» disse. «Sposti un po’ di roba e si sieda. E non si faccia prendere dal panico».
L’altro spostò davvero una pila di carte su un’altra sedia. Invece di sedersi sembrò accasciarsi. Si prese la faccia tra le mani, senza più trattenere i singhiozzi.
Sensi non era una persona sensibile, da quel punto di vista. Aveva incontrato troppe vittime piangenti per provare ancora pena e quel tizio a pelle gli stava antipatico, ma non riuscì ugualmente a irritarsi troppo, anzi, si scoprì vagamente dispiaciuto per lui.
«Se ha un altro... non so che cosa farei, se avesse un altro» ammise Marrano, con voce rotta.
«Non voglio infierire» disse Sensi «ma credo che in questo momento le sue preoccupazioni dovrebbero essere diverse».
«Cioè?» fece lui, alzando leggermente la testa.
«Cioè sua moglie se n’è andata con uno sconosciuto, okay, ma non si conoscentri sul versante sessuale, sentimentale o quel che è. Una non scompare così, pure con se va via con l’amante. Al massimo va con lui in una bella stanza d’albergo con l’aria condizionata, fa quello che deve e poi torna a casa, da suo figlio se non da suo marito. O se proprio decide di fuggire come in una soap argentina, lascia un messaggio, telefona, lo dice a qualcuno. Invece Carlotta se n’è andata con questo tizio, lasciandogli guidare la sua macchina, ed è scomparsa dagli schermi radar. Il suo telefono non è rintracciabile, non è semplicemente spento. Quindi...»
«Quindi secondo lei è stata rapita?» concluse Marrano, quasi speranzoso.
«Se è stata rapita non è stato per soldi. Non è una bella notizia, sa».
Di nuovo l’altro si coprì la faccia con le mani. «Oddio... io sto qua a pensare male di lei e Carlotta potrebbe essere nelle mani di un maniaco...»
«Un maniaco che probabilmente conosce, sì. Veda se le viene in mente qualcosa. Senta le sue amiche, i suoi genitori, provi ad hackerare il suo computer, usi un po’ dei suoi potenti mezzi, visto che ce li ha. Io adesso parlo con la sua colf».
«Eh? Pensa che c’entri qualcosa? Qualche suo connazionale o...»
Sensi fece un gesto scocciato con una mano, invitandolo così a scomparire.
«Non si preoccupi di questo. Ci penseremo noi a essere razzisti al suo posto. È praticamente la nostra specialità».

giovedì 30 luglio 2015

Nodi (4)

La sveglia suonò alle sette, ma per una volta Sensi non se la prese. Tanto era così caldo che non sarebbe riuscito a dormire ancora per molto. L’unica fascia oraria in cui la temperatura calava abbastanza era dalle tre di notte alle sette del mattino, le otto al massimo.
Per di più quelle maledette ventole lo avevano annodato sul serio. Cercò di sciogliersi facendo l’ennesima doccia, ma non aiutò in modo particolare.
Frugò dentro il micro-cassetto che la Riu era stata così buona da lasciargli usare. I patti tra loro erano molto chiari: non avevano una relazione, non avevano obblighi né doveri, non era previsto nessun coinvolgimento affettivo, ma Sensi poteva usare quel piccolissimo cassetto, invece di sparpagliare le sue cose dappertutto.
«Hai stirato la mia maglietta dei Cocteau Twins?» disse lui, quella mattina, tirandola fuori.
«Se è per questo l’ho anche lavata» brontolò la Riu.
Sensi rise e se la infilò senza aggiungere altro. A quel che pareva l’ispettrice gli aveva lavato anche le mutande e i calzini, ma non era assolutamente il caso che la ringraziasse. Si sarebbe solo arrabbiata e Sensi la conosceva abbastanza bene da saperlo. Si limitò a palparle il culo in segno di apprezzamento.
Tudini lo chiamò mentre andava verso la questura.
«Mainardi ha trovato un filmato del rapimento» gli disse, con voce stanca. Ieri notte ha tirato giù dal letto gli adetti alla security di metà dei supermercati della città». Fece una piccola pausa e aggiunse: «Non sembra un granché un rapimento».
Sensi chiuse gli occhi e sospirò. Poi, visto che stava guidando lungo una strada tutta curve, si affrettò a riaprirli.
Venti minuti più tardi erano tutti davanti al monitor del computer di Tudini.
L’aria condizionata era accesa e bastava questo a non volerti far lasciare mai più la questura. Forse era per quello che la spegnevano, alla sera. Il risparmio energetico non c’entrava niente. Spegnevano l’aria condizionata perché se no non se ne sarebbe andato nessuno – e dato che in fondo erano statali, sarebbero riusciti a far figurare quelle ore extra come straordinari.
Mainardi aveva un aspetto miserevole e gli occhi continuavano a chiuderglisi. Seguendo la pista dei filmati di sicurezza non aveva dormito nemmeno mezz’ora.
«Se ne vada a casa, Roberto» disse Sensi, magnanimo.
«Preferirei mettere la testa giù sulla scrivania, se non è un problema, capo» rispose l’altro.
Giusto. L’aria condizionata. Sensi annuì. «Non si faccia beccare da Salvemini. Max, fallo ripartire, vuoi?».
Tudini fece girare una seconda volta lo spezzone di filmato.
L’inquadratura era fissa e riprendeva uno spicchio di parcheggio sotterraneo debolmente illuminato.
«Avevi ragione. È andata all’Esselunga» disse alla Riu, mentre sullo schermo si vedeva la Classe A della moglie di Marrano infilarsi in uno spazio vuoto. I fari si spensero poco dopo e si aprì la portiera del guidatore. Carlotta indossava degli short bianchi e una canottiera dal colore indefinibile, forse verde, forse marrone, forse un altro ancora. Aveva i capelli legati in una coda e la borsetta sotto braccio. Fece scattare la chiusura elettronica e si allontanò.
Tudini fece partire il secondo spezzone, che era stato ripreso dalla telecamera di sicurezza successiva.
Carlotta veniva avvicinata da un uomo dalla corporatura normale e dai capelli scuri, tagliati corti. Data la risoluzione delle immagini il viso non si vedeva benissimo, ma dimostrava tra i trenta e i quarant’anni, senza nessun segno particolare. L’uomo portava dei pantaloni di tela beige o verde oliva e una maglietta a mezze maniche blu o nera.
«Ferma» disse Sensi e Tudini bloccò il filmato.
«Lui le dice qualcosa, lei fa questo piccolo gesto con la testa... come se ondeggiasse appena all’indietro. Non abbiamo una ripresa che ci mostri la sua faccia, presumo».
«No» rispose Tudini.
«Sembra come quando... vedi qualcuno che non ti aspetti di vedere, no? Come se stesse dicendo: “Che cosa ci fai qua?”. Ma potrebbe anche essere: “Ah, eccoti qua”. Merda. Fai ripartire».
I due parlavano per qualche secondo. Sembrava una conversazione posata e tranquilla. Non gesticolavano, l’espressione di lui sembrava tranquilla. Poi si voltavano e andavano verso la macchina di lei. Il tizio le sfiorava un braccio, come guidandola.
«Quel gesto» intervenne la Riu, sporgendosi per bloccare di nuovo. «Denota una certa intimità, non pensate?».
«Dipende. Comunque è chiaro che si conoscono, almeno superficialmente. Ci può stare. È appropriato. Non è violento, non è nemmeno invadente. Quasi non la tocca. Marrano che cosa dice?».
«Sta arrivando» rispose Tudini.
Il filmato ripartì. Un altro spezzone. I due salivano in macchina. Lui si metteva al volante, mentre lei saliva al suo fianco. L’auto andava in moto, i fari si accendevano e poi l’uomo faceva retromarcia e filava via.
«Guida lui» disse l’ispettrice, mordicchiandosi il labbro inferiore.
Sensi sbuffò. «Sì, è sessista da pazzi».
La Riu lo fulminò con lo sguardo. «Intendevo...»
«Lo so che cosa intendevi. Devi conoscere bene una persona per farle guidare la tua macchina. E lei sembra pienamente consenziente, quando sale. Tranquilla. Ma, vedi, la qualità delle immagini è schifosa e per quel che ne sappiamo potrebbe essere bianca di paura o stare persino piangendo, mentre sale docilmente a bordo».
«A me sembra sospetto» intervenne Tudini. «Lui è entrato nel parcheggio a piedi».
Partì l’ultimo spezzone. L’uomo con i capelli scuri usciva dall’ascensore nel sotterraneo, come se venisse dal supermercato.
«Ricapitoliamo» disse Sensi, stropicciandosi gli occhi. «Carlotta Marrano esce di casa alle sette e mezza circa. Guida fino all’Esselunga, parcheggia, scende dalla macchina e incontra il bell’Antonio, lì. Lui è senza macchina e sembra arrivato proprio al momento giusto. Si sono dati appuntamento?».
«Abbiamo controllato i tabulati di Carlotta?» aggiunse la Riu.
«Sì. Non ci sono telefonate immediatamente precedenti alla sua scomparsa» spiegò Tudini. «Ovviamente ce ne sono diverse nel corso della giornata, ma Marrano deve ancora guardarle e dirci se gli sembrano normali. Spero che si sbrighi ad arrivare, ma ha detto che doveva aspettare la babysitter. Per il momento non ha riconosciuto l’uomo del parcheggio, ma gli ho mandato solo una schermata, può darsi che vedendolo in movimento gli venga in mente chi è».
Sensi si arrotolò i capelli attorno a una mano e cercò di annodarli in qualche modo. Dove diavolo era finito il suo elastico? L’ispettrice lo fece scorrere verso di lui dal punto in cui era, sul ripiano della scrivania, e Sensi le rivolse un veloce sorriso di ringraziamento. Poi si fece una specie di chignon, dato che anche con l’aria condizionata era troppo caldo per lasciare i capelli sciolti.
«Abbiamo i filmati delle cct anche all’interno del super? Davanti all’ascensore, agli altri piani del parcheggio? Vorrei seguire i movimenti del nostro amico, qua, per quanto possibile. Voglio dire... sicuramente non era entrato a comprare qualcosa, ma...»
«Secondo me avevano un appuntamento» disse Tudini. «Non capisco perché lui sia senza macchina, però. Cioè, non capisco perché darsi appuntamento in un parcheggio sotterraneo se sei senza macchina».
Sensi si alzò e sbadigliò. Aveva dormito pochissimo anche lui e l’idea di Mainardi di mettersi per un po’ con la testa sulla scrivania non gli dispiaceva. Ma non aveva speranza, ne era ben consapevole.
«Va be’. Rosanna, tu occupati di ampliare il raggio nelle ricerche sulle cct. Cerca di capire da dove venisse il nostro amico e da che parte siano andati quei due. Max, convoca la colf, Antoneta Horia. Manda qualcuno a prenderla a casa se necessario».
«Quindi continuiamo a considerarlo un sospetto rapimento?» chiese il suo vice.
Sensi sospirò. «Magari verrà fuori che quei due sono solo andati a scopare, hanno avuto entrambi un malore per il caldo e tra un po’ rispunteranno, pentiti o stecchiti. Ma siamo onesti: chi avrebbe voglia di scopare, con questo caldo?».
Sia Tudini che la Riu misero su un’espressione vaga.
Sensi fece un gesto scocciato. «Solo persone dal baricentro erotico alto, è ovvio. E, okay, magari lo sono anche i due desaparecidos, non dico di no. Ma più probabilmente lui l’ha avvicinata e le ha detto qualcosa che l’ha convinta a seguirlo – qualcosa tipo: non gridare, non agitarti, ho rapito tuo figlio, torniamo alla macchina, dammi le chiavi, sali a bordo e preparati a un week end un po’ particolare».
«Magari è un bondagista pure lui» propose la Riu.
Tudini inarcò le folte sopracciglia.
«Rosanna, aggiornalo. So che ti piace discutere delle perversioni altrui. Poi mettetevi in moto. Quando arriva Marrano mandatelo nel mio ufficio».

mercoledì 29 luglio 2015

Nodi (3)

La Riu lo guardò con le sopracciglia inarcate finché non sentì il rumore della porta dell’ascensore che si richiudeva.
«Pensiamo a tutto noi?» ripeté, quando fu sicura che Marrano non potesse sentire.
«Ma certo» ripeté anche Sensi, con un sorriso storto. «Domattina, dopo essercene andati a casa e aver provato a dormire. C’è un caldo fottuto, qua. E c’è un caldo fottuto anche a casa mia. A San Benedetto si stava quasi bene. In cima a via dei Colli?».
La Riu spense il computer e prese la cartellina del caso, che era ancora praticamente vuota, per riporla.
«È un peccato che Mainardi non sia qua per cogliere i tuoi velatissimi accenni, Ermanno. Non sono sicura di voler essere la sostituta per il resto della nottata, in ogni caso».
Sensi le lanciò un veloce sorriso. «No, guarda. La sostituta era Ginny. Sai che non mento su questa roba. E potrei tornare a San Benedetto, ponendo di non perdermi nelle gallerie, ma solo per il fresco. D’altro canto... il fresco mi attira anche a casa tua. Potresti dimostrare un po’ di buon cuore e lasciarmi almeno dormire lì, se proprio non vuoi mescolarti con me in nessun altro modo».
L’ispettrice sbuffò, prese le chiavi della macchina e spense la luce dell’ufficio, facendo cenno a Sensi di uscire.
Sensi la premette contro il muro, chinandosi a baciarla.
«Fa così caldo che non ho nemmeno voglia di usare impropriamente il ripiano immacolato della tua scrivania» le mormorò nell’orecchio, divertito.
«È cheap» gli fece notare lei.
«Almeno non voglio legarti».

*

Intorno a mezzanotte erano entrambi nel letto di lei. Si erano anche fatti una doccia, sebbene non fosse servito a molto. Il sudore ricompariva quasi subito. Sul soffitto della camera della Riu c’erano delle pale bianche che giravano lentamente, producendo un gentile spostamento d’aria. Aria calda, comunque, come quella che entrava dalla finestra aperta.
«Quand’è che dovrebbe piovere?» mormorò lui, ripetendo la domanda che tutti si facevano in continuazione.
«Domani» rispose lei, senza convinzione e senza distogliere gli occhi dal soffitto. «Fanno giochetti sado-maso, quei due?».
«A quanto pare li fa tutto il mondo. Ci hanno scritto pure quel libro, Quarantanove gradi di febbre» rispose lui, un po’ assonnato. Ma era troppo caldo per riuscire ad addormentarsi di colpo dopo il sesso. E comunque era troppo caldo anche per il sesso. La sveltina in questura l’aveva quasi ammazzato.
«Se la febbre ti sale a quarantanove muori» specificò la Riu, precisa come suo solito. «Sopra i quarantacinque, massimo quarantasette, le cellule non resistono».
Sensi rise sottovoce. «Ti sei informata. Hai anche letto il libro?».
Lei fece una smorfia. «Ci ho provato. Non mi avvince. Ai Marrano invece piace, mh? La foto che hai lasciato sul display... ah, Cristo. Sono una moralista».
«Non direi» disse Sensi. «Non credo che in questo caso c’entri qualcosa, comunque. Anzi, penso che significhi che hanno un legame solido o boh. Mi stanno sul cazzo i ricchi bastardi come loro. Tirano in mezzo la colf nei loro giochi e non le pagano nemmeno i contributi. Non si fa. Quindi, vedi, sono un po’ moralista anch’io».
La Riu si voltò a metà e gli diede un bacino sull’angolo della bocca. Quel maledetto, pensò, ma disse: «Sei un sacco moralista, a conoscerti. Ma hai ragione. Non riesco a sentirmi coinvolta. L’avranno rapita per soldi?».
Sensi sbadigliò. «Non è detto. È una bambolina di porcellana, anche lei. Hanno il loro pubblico».
«Anche lei? Ah, Ermanno».
Lui sorrise. «Di solito le donne esteticamente perfette a letto sono noiose, ma, sai, uno ci prova lo stesso, sperando di beccare l’eccezione. Si stendono e aprono le braccia. O vogliono essere legate. Perché vogliono tutte essere legate, Rosanna? Che cosa c’è di divertente? Sembro un tipo a cui piace legare le donne?».
«Tu? Sì».
Sensi sbuffò. «Cristo. Non possiamo alzare la velocità di quelle ventole?».
«Possiamo, ma domattina saremo tutti annodati».
Lui rise. «Mi prendi in giro? Annodati?».
«Volevo dire...»
«Lo so. Sono ipersensibile. Ma qual è l’alternativa? Restare svegli con le ventole al minimo? Quanti gradi ci sono? No, non voglio saperlo. Come si fa a rapire una con questo caldo? Non può essere per il sesso, Rosa. A chi verrebbe mai voglia di scopare con trentadue gradi di sera? Rapire una tizia, lottare, sopraffarla, legarla e poi violentarla mentre quella scalcia? Ah, lascia stare, domanda del cazzo. Lo so che qualcuno che ha voglia di darsi lo sbattimento si trova sempre».
«Considerando il tuo exploit in questura? Non ho il minimo dubbio».
Sensi le rivolse un sorriso lento. «Tu non scalciavi».
«In effetti. E comunque è stato cheap, continuo a pensarlo».
«Hai spruzzato dell’amuchina sul ripiano della tua scrivania, dopo. Lo capisci che proverò a convincerti a rifarlo ogni volta in cui sarà possibile solo per questo?».
«Per rompermi le palle?».
«Mh».
«Io penso che sia andata all’Esselunga».
Sensi si voltò completamente verso di lei. «Sei un balsamo per il mio ego».
«La maggior parte dei supermercati chiude alle otto. Se è partita di casa alle sette e mezza le sarebbe mancato il tempo per fare la spesa e pagare, in uno di quelli. O forse ce l’avrebbe fatta, ma per un pelo. La Coop del centro commerciale chiude alle nove, ma il parcheggio è gigantesco, se devi comprare solo un paio di cose è scomodo. L’Esselunga chiude alle nove e il parcheggio è relativamente piccolo. Io sarei andata lì».
«Domani andiamo a vedere» sbadigliò lui. «Guardiamo i filmati delle telecamere. Ma non puoi escludere che sia andata al super più vicino, il Basko. Scommetto che andava sempre lì. I sacchetti sono verdi. Se conosceva la disposizione della merce, entrare, prendere quello che le serviva e pagare sarebbe stato un attimo. Domani andiamo anche lì. Sarà romantico».
Lei rise. «Che cosa ti fa credere che voglia fare cose romantiche, con te?».
«Allora sarà sexy. Solo se c’è l’aria condizionata, però».

martedì 28 luglio 2015

Nodi (2)

Naturalmente poteva sbagliare, e sbagliò un paio di volte. Le Gallerie, secondo Sensi, erano la dimostrazione che Dio si divertiva crudelmente con gli uomini. O meglio, era l’assessore all’urbanistica a farlo. Le Gallerie formavano un complesso intricato e dai contorni indefinibili il cui portale d’accesso era alla Foce, nella periferia nord-est della città. Nessuno sapeva dove conducessero con esattezza, tranne un ristretto gruppi di eletti che definivano “semplicissimo” tutto quello che riguardava quei maledetti tunnel. Per quanto ne sapeva Sensi, teoricamente le Gallerie avrebbero dovuto aggirare la città a nord, consentendo agli automobilisti di raggiungere la periferia opposta senza passare per il centro o per la galleria Spallanzani, che era sempre intasata di macchine, il gigantesco nuovo centro commerciale, l’ospedale del Felettino, l’ospedale Sant’Andrea e tutta una serie di misteriosi paesi più o meno grandi arrampicati sulle basse montagne che circondavano la città. Teoricamente.
In pratica, quando imboccavi la prima galleria il tuo destino era segnato. La strada saliva, curvava, c’erano bretelle e indicazioni sibilline, messe proprio all’ultimissimo istante prima dello svincolo che dovevi – o non dovevi – prendere, e alla fine ti ritrovavi come per magia al centro commerciale, qualunque fosse la destinazione che avevi in mente.
Quella sera Sensi si scusò nel suo miglior tono dispiaciuto con Ginny, che tutta seria disse che capiva benissimo che i “motivi di servizio” avevano la precedenza, saltò dentro un paio di pantaloni aderenti neri, si rinfilò la sua maglietta dei New Order, nera pure quella, e si riallacciò i doc Martens “estivi”, che poi di estivo avevano ben poco.
Ginny gli disse di ripassare da lei più tardi, se voleva, e Sensi cercò vigliaccamente di non sbilanciarsi. Una parte di lui, nonostante tutte le prove a sfavore, continuava a credere che una donna non potesse essere così bella e così insulsa nello stesso momento. Ulteriori indagini avrebbero potuto provare che... okay, probabilmente che voleva essere di nuovo legata al letto in una triste imitazione di trasgressività, ma non si poteva mai sapere.
Seguì le indicazioni della Riu e si assicurò solo di essere sempre in discesa. Nell’arco di dieci minuti le potenti Gallerie l’avevano portato al centro commerciale, che lo volesse o meno, e di lì era riuscito ad arrivare in questura dopo aver sbagliato strada solo un altro paio di volte.
Dato l’orario, le stanze della squadra mobile erano l’inferno in terra. Gli uffici erano chiusi per la notte e con essi il sistema di condizionamento. L’open space centrale, di solito affollato di agenti, era deserto, con solo un paio di plafoniere al neon accese, e l’aria era ferma, umida, caldissima, soffocante.
Erano due settimane che il meteo prometteva pioggia, ma per il momento si erano visti solo caldo e umidità.
Un uomo sui quarantacinque, in camicia bianca e cravatta allentata, si stava lentamente sciogliendo su una sedia del corridoio subito fuori dall’ufficio che la Riu condivideva con Mainardi.
Sensi fendette l’aria stagnante dell’open space, rivolse un secco cenno di saluto all’uomo afflosciato in corridoio e si infilò dentro l’ufficio della Riu.
«Non si può riaccendere? È disumano» furono le sue prime parole.
L’ispettrice era in piedi accanto alla finestra aperta, con in mano una bottiglietta d’acqua fredda. Al contrario di Ginny, non sembrava per niente una bambola di porcellana. Era atletica, abbronzata, dall’ossatura grossa e dalla corta zazzera bionda resa quasi bianca dal sole e dal sale. Aveva due grandi occhi azzurri, questo sì, seri, da gendarme, ma anche luminosi come fari se volevano esserlo.
Indossava dei pantaloni di lino, delle scarpe da barca senza calze e una canottiera di cotone blu, giustificata solo dall’immenso calore di quei giorni. L’ispettrice Riu era l’appropriatezza fatta persona. Come ogni volta in cui pensava questo, a Sensi venne voglia di toccarle le tette.
«Ho già chiesto. No» rispose lei, bevendo un piccolo sorso dalla bottiglietta.
Sensi sospirò. «E questo qua fuori? Marrano?».
L’altra annuì. «Ha smesso di telefonare. Forse ha smesso anche di respirare».
Sensi sospirò di nuovo. Forse avrebbe smesso di respirare anche lui. Persino Astarotte, al suo interno, sembrava trovare il clima un po’ troppo torrido e Astarotte, fino a prova contraria, veniva dall’inferno.
Andò a recuperare il loro sgradito ospite. «Sono il commissario Sensi» si presentò. «Non che cambi qualcosa, ma può entrare».
Marrano ci mise quasi un intero secondo a reagire. Quaranta minuti o un’ora a mollo in quel brodo rovente avrebbero distrutto la volontà anche di un uomo senza una preoccupazione al mondo.
Non era il caso di Marrano, di questo Sensi si rese subito conto. Marrano era al secondo stadio della disperazione, quello in cui, dopo un’inutile frenesia, si sprofonda in una specie di abulia rassegnata.
A prima vista il figlio del senatore sembrava il classico uomo d’affari. Capelli grigi dal taglio classico, cravatta elegante, camicia bianca, gemelli discreti... ma la camicia era fradicia di sudore, la cravatta gli pendeva dal collo come un cappio, la pelle, che si intuiva rossastra, era pallida, lucida, e tutto il suo corpo pareva come svuotato.
Lanciò a Sensi un’occhiata spenta. «Sì, buona sera, commissario» borbottò, alzandosi piano. «È stato gentile a venire a quest’ora». Poi, per un istante, l’abitudine prese il sopravvento e squadrò Sensi dall’alto in basso. La maglietta non dovette dirgli niente, ma fu chiaro che non gli piacevano né i capelli lunghi e ingarbugliati, legati in una coda, né gli anfibi. Nonostante questo sembrò accettare che l’altro fosse la sua migliore speranza di ritrovare la moglie, segno che era davvero disperato.
«Prego, si accomodi» disse Sensi, scostandogli una sedia alla scrivania della Riu. «Mi racconti che cosa è successo. Rosanna, mi vai a prendere una Red Bull?».
La Riu gli lanciò un’occhiataccia, ma finì per accontentarlo, visto che aveva già sentito la storia di Marrano due volte.
«È scomparsa mia moglie» disse lui, in tono stanco. «Intorno alle sette e mezza è uscita con la macchina per andare a prendere qualcosa al super. Non mi ricordo. Qualcosa per la cena che la colf si era dimenticata. Alle otto e mezza l’ho chiamata al cellulare, ma era spento. Ho pensato che avesse incontrato qualcuno...»
«Il cellulare» lo interruppe Sensi. «L’ha fatto rintracciare?».
Marrano sembrò imbarazzato.
Sensi sospirò. «Non si preoccupi, la legalità non è il primo pensiero della squadra mobile. Non voglio nemmeno sapere a chi si è rivolto. A che ora l’ha fatto rintracciare?».
«Verso le nove e mezza. A quel punto avevo provato a telefonarle diverse volte. Mi hanno detto che il suo cellulare non era più attivo. Così sono venuto qua».
L’ispettrice Riu rientrò nella stanza e posò sulla scrivania una lattina di Red Bull ghiacciata e un’altra bottiglietta d’acqua, che spinse verso Marrano prima di sedersi accanto a Sensi.
Il commissario stappò la lattina e bevve un sorso. «È arrivato poco prima delle dieci... immagino che non ci fosse nessuno».
Di nuovo l’altro sembrò imbarazzato. «Avevo telefonato al questore. Mi aspettava il vice-commissario... mmh...»
«Tudini» gli venne in aiuto Sensi. «Mi è stato detto. E Tudini ha convocato gli ispettori Riu e Mainardi. Mi dia qualche dato. Dove abita, per cominciare?».
«Via dei Colli».
Sensi si voltò verso la Riu. Anche lei abitava lì. Era una strada che serpeggiava su per le colline che circondavano la città, come il nome stesso diceva.
«Nella parte bassa» specificò l’ispettrice. «Subito sopra alla cattedrale».
Era la parte più patrizia di via dei Colli. Grandi residenze in stile liberty, spesso protette da muri coperti di rampicanti e alti cancelli. L’ispettrice, invece, abitava molto in alto, in una casetta bi-familiare con una bellissima vista, terribilmente faticosa da raggiungere a piedi.
«Ha preso la macchina per andare al supermercato. Quale?».
Marrano scosse la testa. «Non lo so. Forse l’ha detto, ma non ci ho fatto caso». Sembrava molto angosciato.
«Di solito dove andava?».
Lui fece un gesto sconfitto. «Sacchetti di plastica verde. Oppure alla Coop, penso».
Sensi gli fece segno che non aveva importanza. «Ha una foto di sua moglie?».
«Sul cellulare. L’ho spedita al suo collega... gliene ho spedite un po’».
Mentre lo diceva tirava fuori un iPhone ultimo modello, smanacciava sullo schermo sottile e pieno di ditate e poi voltava l’apparecchio verso il commissario.
Un’altra bambola di porcellana.
Grandi occhi chiari, pelle lattea, capelli biondi e ondulati, tratti delicati, trucco leggero.
«Quanti anni ha?» chiese. La donna nella foto non ne dimostrava più di trenta, ma forse con un filo di botox sulla fronte...
«Trentasette. Ha otto anni meno di me».
«Professione?».
«Era un avvocato, ma quando è nato Carlo...»
«Quando è nato?».
«Quattro anni fa».
«Casalinga, dunque. Qualcos’altro? Associazioni, volontariato?».
«Sì, sì, tutta quella roba» assentì Marrano, che evidentemente non era molto interessato a “quella roba”. «Non mi ricordo tutti i nomi. Sono sicuro del Rotary, ma ce ne sono altre. Penso che l’abbiano rapita» aggiunse, succhiando aria come se si preparasse a immergersi. «So che bisogna aspettare ventiquattro ore prima di fare la denuncia, ma... con mio padre e tutto, no? Credo che l’abbiano rapita».
Sensi si grattò il mento. «Sì, lo penso anch’io. E, no, non bisogna aspettare ventiquattr’ore. Ma non parli più di suo padre, per favore. Non credo che l’abbia rapita lui».
Marrano aprì la bocca, oltraggiato, ma poi capì che era uno scherzo e fece un gesto vago, come a prenderne atto.
«Inoltre» continuò Sensi, facendo scorrere distrattamente la collezione di foto dell’altro, «non credo che sia prudente concentrarsi solo su una pista economica o politica». Marrano cercò di riprendersi il cellulare, ma Sensi si alzò, portandolo con sé, e andò a mettersi vicino alla finestra. L’altro sembrò, una volta di più, sgonfiarsi.
«È solo... un gioco» borbottò, debolmente.
Sensi continuò a sfogliare. «Il bondage? Be’, dipende. Se fossi in lei ripasserei i nodi, perché alcuni di questi sono pericolosi. Ma non credo che sua moglie sia andata al super legata come un salame, quindi per l’indagine in corso non ha nessuna importanza. Neanche questo, presumo. La colf?».
Marrano non ebbe bisogno di guardare la foto. Annuì, con lo sguardo basso.
«Lasci anche i suoi dati, non si sa mai. Nome, età, a che ora se n’è andata oggi?».
L’altro fece un gesto vago. «Le sei e mezza, le sette. Non ci ho fatto caso».
Sensi continuò a scorrere la galleria delle immagini, senza che il suo viso rivelasse nulla di quel che ne pensava. «Non ha fatto caso a un sacco di cose. Comunque... il nome?».
«Antoneta Horia. È... comunitaria».
«Cioè rumena» disse Sensi. La sua non era una domanda, ma Marrano annuì lo stesso.
«In regola?».
«Eh, sa...»
«Ma certo» tagliò corto Sensi. Non aveva nessuna simpatia per la gente ricca che non paga i contributi alla gente povera, ma si rendeva conto che probabilmente non aveva niente a che vedere con la scomparsa di Carlotta Marrano. «Be’» aggiunse, allungandogli il cellulare con l’ultima foto ancora aperta, «domattina qualcuno scambierà due chiacchiere con Antoneta, se nel frattempo sua moglie non è saltata fuori. I miei colleghi le hanno spiegato come procederemo? O meglio, come stiamo già procedendo?».
Marrano annuì, affrettandosi a spegnere lo schermo del cellulare, che mostrava quella che probabilmente era la vagina di sua moglie – e non nella migliore delle circostanze.
«Il suo vice ha detto di aver diramato un’allerta per la macchina e per Carlotta. A tutte le pattuglie, si dice così?».
Sensi non gli rispose.
«Ed è andato a fare...»
«Mainardi sta ripercorrendo il possibile percorso della signora» intervenne la Riu, visto che Marrano si era bloccato, «Tudini sta mettendo sotto controllo i vari telefoni di casa. E anche il suo cellulare, probabilmente» aggiunse, un po’ meno sicura.
«Amo mia moglie» buttò fuori il figlio del senatore, lì, come se non riuscisse proprio a tenerselo dentro. «Per favore, potete ritrovarla?».
Sensi gli lanciò una lunga occhiata. Non aveva simpatia per quell’individuo e non aveva simpatia neppure per l’amore, ma che cavolo avrebbe dovuto dirgli?
«Ma certo. Ora se ne vada a casa e provi a dormire. Pensiamo a tutto noi».