martedì 28 luglio 2015

Nodi (2)

Naturalmente poteva sbagliare, e sbagliò un paio di volte. Le Gallerie, secondo Sensi, erano la dimostrazione che Dio si divertiva crudelmente con gli uomini. O meglio, era l’assessore all’urbanistica a farlo. Le Gallerie formavano un complesso intricato e dai contorni indefinibili il cui portale d’accesso era alla Foce, nella periferia nord-est della città. Nessuno sapeva dove conducessero con esattezza, tranne un ristretto gruppi di eletti che definivano “semplicissimo” tutto quello che riguardava quei maledetti tunnel. Per quanto ne sapeva Sensi, teoricamente le Gallerie avrebbero dovuto aggirare la città a nord, consentendo agli automobilisti di raggiungere la periferia opposta senza passare per il centro o per la galleria Spallanzani, che era sempre intasata di macchine, il gigantesco nuovo centro commerciale, l’ospedale del Felettino, l’ospedale Sant’Andrea e tutta una serie di misteriosi paesi più o meno grandi arrampicati sulle basse montagne che circondavano la città. Teoricamente.
In pratica, quando imboccavi la prima galleria il tuo destino era segnato. La strada saliva, curvava, c’erano bretelle e indicazioni sibilline, messe proprio all’ultimissimo istante prima dello svincolo che dovevi – o non dovevi – prendere, e alla fine ti ritrovavi come per magia al centro commerciale, qualunque fosse la destinazione che avevi in mente.
Quella sera Sensi si scusò nel suo miglior tono dispiaciuto con Ginny, che tutta seria disse che capiva benissimo che i “motivi di servizio” avevano la precedenza, saltò dentro un paio di pantaloni aderenti neri, si rinfilò la sua maglietta dei New Order, nera pure quella, e si riallacciò i doc Martens “estivi”, che poi di estivo avevano ben poco.
Ginny gli disse di ripassare da lei più tardi, se voleva, e Sensi cercò vigliaccamente di non sbilanciarsi. Una parte di lui, nonostante tutte le prove a sfavore, continuava a credere che una donna non potesse essere così bella e così insulsa nello stesso momento. Ulteriori indagini avrebbero potuto provare che... okay, probabilmente che voleva essere di nuovo legata al letto in una triste imitazione di trasgressività, ma non si poteva mai sapere.
Seguì le indicazioni della Riu e si assicurò solo di essere sempre in discesa. Nell’arco di dieci minuti le potenti Gallerie l’avevano portato al centro commerciale, che lo volesse o meno, e di lì era riuscito ad arrivare in questura dopo aver sbagliato strada solo un altro paio di volte.
Dato l’orario, le stanze della squadra mobile erano l’inferno in terra. Gli uffici erano chiusi per la notte e con essi il sistema di condizionamento. L’open space centrale, di solito affollato di agenti, era deserto, con solo un paio di plafoniere al neon accese, e l’aria era ferma, umida, caldissima, soffocante.
Erano due settimane che il meteo prometteva pioggia, ma per il momento si erano visti solo caldo e umidità.
Un uomo sui quarantacinque, in camicia bianca e cravatta allentata, si stava lentamente sciogliendo su una sedia del corridoio subito fuori dall’ufficio che la Riu condivideva con Mainardi.
Sensi fendette l’aria stagnante dell’open space, rivolse un secco cenno di saluto all’uomo afflosciato in corridoio e si infilò dentro l’ufficio della Riu.
«Non si può riaccendere? È disumano» furono le sue prime parole.
L’ispettrice era in piedi accanto alla finestra aperta, con in mano una bottiglietta d’acqua fredda. Al contrario di Ginny, non sembrava per niente una bambola di porcellana. Era atletica, abbronzata, dall’ossatura grossa e dalla corta zazzera bionda resa quasi bianca dal sole e dal sale. Aveva due grandi occhi azzurri, questo sì, seri, da gendarme, ma anche luminosi come fari se volevano esserlo.
Indossava dei pantaloni di lino, delle scarpe da barca senza calze e una canottiera di cotone blu, giustificata solo dall’immenso calore di quei giorni. L’ispettrice Riu era l’appropriatezza fatta persona. Come ogni volta in cui pensava questo, a Sensi venne voglia di toccarle le tette.
«Ho già chiesto. No» rispose lei, bevendo un piccolo sorso dalla bottiglietta.
Sensi sospirò. «E questo qua fuori? Marrano?».
L’altra annuì. «Ha smesso di telefonare. Forse ha smesso anche di respirare».
Sensi sospirò di nuovo. Forse avrebbe smesso di respirare anche lui. Persino Astarotte, al suo interno, sembrava trovare il clima un po’ troppo torrido e Astarotte, fino a prova contraria, veniva dall’inferno.
Andò a recuperare il loro sgradito ospite. «Sono il commissario Sensi» si presentò. «Non che cambi qualcosa, ma può entrare».
Marrano ci mise quasi un intero secondo a reagire. Quaranta minuti o un’ora a mollo in quel brodo rovente avrebbero distrutto la volontà anche di un uomo senza una preoccupazione al mondo.
Non era il caso di Marrano, di questo Sensi si rese subito conto. Marrano era al secondo stadio della disperazione, quello in cui, dopo un’inutile frenesia, si sprofonda in una specie di abulia rassegnata.
A prima vista il figlio del senatore sembrava il classico uomo d’affari. Capelli grigi dal taglio classico, cravatta elegante, camicia bianca, gemelli discreti... ma la camicia era fradicia di sudore, la cravatta gli pendeva dal collo come un cappio, la pelle, che si intuiva rossastra, era pallida, lucida, e tutto il suo corpo pareva come svuotato.
Lanciò a Sensi un’occhiata spenta. «Sì, buona sera, commissario» borbottò, alzandosi piano. «È stato gentile a venire a quest’ora». Poi, per un istante, l’abitudine prese il sopravvento e squadrò Sensi dall’alto in basso. La maglietta non dovette dirgli niente, ma fu chiaro che non gli piacevano né i capelli lunghi e ingarbugliati, legati in una coda, né gli anfibi. Nonostante questo sembrò accettare che l’altro fosse la sua migliore speranza di ritrovare la moglie, segno che era davvero disperato.
«Prego, si accomodi» disse Sensi, scostandogli una sedia alla scrivania della Riu. «Mi racconti che cosa è successo. Rosanna, mi vai a prendere una Red Bull?».
La Riu gli lanciò un’occhiataccia, ma finì per accontentarlo, visto che aveva già sentito la storia di Marrano due volte.
«È scomparsa mia moglie» disse lui, in tono stanco. «Intorno alle sette e mezza è uscita con la macchina per andare a prendere qualcosa al super. Non mi ricordo. Qualcosa per la cena che la colf si era dimenticata. Alle otto e mezza l’ho chiamata al cellulare, ma era spento. Ho pensato che avesse incontrato qualcuno...»
«Il cellulare» lo interruppe Sensi. «L’ha fatto rintracciare?».
Marrano sembrò imbarazzato.
Sensi sospirò. «Non si preoccupi, la legalità non è il primo pensiero della squadra mobile. Non voglio nemmeno sapere a chi si è rivolto. A che ora l’ha fatto rintracciare?».
«Verso le nove e mezza. A quel punto avevo provato a telefonarle diverse volte. Mi hanno detto che il suo cellulare non era più attivo. Così sono venuto qua».
L’ispettrice Riu rientrò nella stanza e posò sulla scrivania una lattina di Red Bull ghiacciata e un’altra bottiglietta d’acqua, che spinse verso Marrano prima di sedersi accanto a Sensi.
Il commissario stappò la lattina e bevve un sorso. «È arrivato poco prima delle dieci... immagino che non ci fosse nessuno».
Di nuovo l’altro sembrò imbarazzato. «Avevo telefonato al questore. Mi aspettava il vice-commissario... mmh...»
«Tudini» gli venne in aiuto Sensi. «Mi è stato detto. E Tudini ha convocato gli ispettori Riu e Mainardi. Mi dia qualche dato. Dove abita, per cominciare?».
«Via dei Colli».
Sensi si voltò verso la Riu. Anche lei abitava lì. Era una strada che serpeggiava su per le colline che circondavano la città, come il nome stesso diceva.
«Nella parte bassa» specificò l’ispettrice. «Subito sopra alla cattedrale».
Era la parte più patrizia di via dei Colli. Grandi residenze in stile liberty, spesso protette da muri coperti di rampicanti e alti cancelli. L’ispettrice, invece, abitava molto in alto, in una casetta bi-familiare con una bellissima vista, terribilmente faticosa da raggiungere a piedi.
«Ha preso la macchina per andare al supermercato. Quale?».
Marrano scosse la testa. «Non lo so. Forse l’ha detto, ma non ci ho fatto caso». Sembrava molto angosciato.
«Di solito dove andava?».
Lui fece un gesto sconfitto. «Sacchetti di plastica verde. Oppure alla Coop, penso».
Sensi gli fece segno che non aveva importanza. «Ha una foto di sua moglie?».
«Sul cellulare. L’ho spedita al suo collega... gliene ho spedite un po’».
Mentre lo diceva tirava fuori un iPhone ultimo modello, smanacciava sullo schermo sottile e pieno di ditate e poi voltava l’apparecchio verso il commissario.
Un’altra bambola di porcellana.
Grandi occhi chiari, pelle lattea, capelli biondi e ondulati, tratti delicati, trucco leggero.
«Quanti anni ha?» chiese. La donna nella foto non ne dimostrava più di trenta, ma forse con un filo di botox sulla fronte...
«Trentasette. Ha otto anni meno di me».
«Professione?».
«Era un avvocato, ma quando è nato Carlo...»
«Quando è nato?».
«Quattro anni fa».
«Casalinga, dunque. Qualcos’altro? Associazioni, volontariato?».
«Sì, sì, tutta quella roba» assentì Marrano, che evidentemente non era molto interessato a “quella roba”. «Non mi ricordo tutti i nomi. Sono sicuro del Rotary, ma ce ne sono altre. Penso che l’abbiano rapita» aggiunse, succhiando aria come se si preparasse a immergersi. «So che bisogna aspettare ventiquattro ore prima di fare la denuncia, ma... con mio padre e tutto, no? Credo che l’abbiano rapita».
Sensi si grattò il mento. «Sì, lo penso anch’io. E, no, non bisogna aspettare ventiquattr’ore. Ma non parli più di suo padre, per favore. Non credo che l’abbia rapita lui».
Marrano aprì la bocca, oltraggiato, ma poi capì che era uno scherzo e fece un gesto vago, come a prenderne atto.
«Inoltre» continuò Sensi, facendo scorrere distrattamente la collezione di foto dell’altro, «non credo che sia prudente concentrarsi solo su una pista economica o politica». Marrano cercò di riprendersi il cellulare, ma Sensi si alzò, portandolo con sé, e andò a mettersi vicino alla finestra. L’altro sembrò, una volta di più, sgonfiarsi.
«È solo... un gioco» borbottò, debolmente.
Sensi continuò a sfogliare. «Il bondage? Be’, dipende. Se fossi in lei ripasserei i nodi, perché alcuni di questi sono pericolosi. Ma non credo che sua moglie sia andata al super legata come un salame, quindi per l’indagine in corso non ha nessuna importanza. Neanche questo, presumo. La colf?».
Marrano non ebbe bisogno di guardare la foto. Annuì, con lo sguardo basso.
«Lasci anche i suoi dati, non si sa mai. Nome, età, a che ora se n’è andata oggi?».
L’altro fece un gesto vago. «Le sei e mezza, le sette. Non ci ho fatto caso».
Sensi continuò a scorrere la galleria delle immagini, senza che il suo viso rivelasse nulla di quel che ne pensava. «Non ha fatto caso a un sacco di cose. Comunque... il nome?».
«Antoneta Horia. È... comunitaria».
«Cioè rumena» disse Sensi. La sua non era una domanda, ma Marrano annuì lo stesso.
«In regola?».
«Eh, sa...»
«Ma certo» tagliò corto Sensi. Non aveva nessuna simpatia per la gente ricca che non paga i contributi alla gente povera, ma si rendeva conto che probabilmente non aveva niente a che vedere con la scomparsa di Carlotta Marrano. «Be’» aggiunse, allungandogli il cellulare con l’ultima foto ancora aperta, «domattina qualcuno scambierà due chiacchiere con Antoneta, se nel frattempo sua moglie non è saltata fuori. I miei colleghi le hanno spiegato come procederemo? O meglio, come stiamo già procedendo?».
Marrano annuì, affrettandosi a spegnere lo schermo del cellulare, che mostrava quella che probabilmente era la vagina di sua moglie – e non nella migliore delle circostanze.
«Il suo vice ha detto di aver diramato un’allerta per la macchina e per Carlotta. A tutte le pattuglie, si dice così?».
Sensi non gli rispose.
«Ed è andato a fare...»
«Mainardi sta ripercorrendo il possibile percorso della signora» intervenne la Riu, visto che Marrano si era bloccato, «Tudini sta mettendo sotto controllo i vari telefoni di casa. E anche il suo cellulare, probabilmente» aggiunse, un po’ meno sicura.
«Amo mia moglie» buttò fuori il figlio del senatore, lì, come se non riuscisse proprio a tenerselo dentro. «Per favore, potete ritrovarla?».
Sensi gli lanciò una lunga occhiata. Non aveva simpatia per quell’individuo e non aveva simpatia neppure per l’amore, ma che cavolo avrebbe dovuto dirgli?
«Ma certo. Ora se ne vada a casa e provi a dormire. Pensiamo a tutto noi».

lunedì 27 luglio 2015

Nodi (1)

Quando l’ispettrice Rosanna Riu lo chiamò, Sensi era a letto con un’altra. Dato che la ginnastica era già finita, e dato che nella stanza di lei stava iniziando a notare indizi sempre più inquietanti, Sensi rivolse alla sua compagna di letto un sottile sorriso di scuse e accettò la chiamata.
«Sì?».
«Abbiamo un problema» furono le prime parole dell’altra. Sensi non ne aveva dubitato per un istante, anche perché erano le dieci di un venerdì sera di agosto e la Riu giusto quel pomeriggio aveva asserito che avrebbe sfruttato la frescura della notte per dare una bella pulita a casa propria. Sensi era consapevole che il suo fascino stropicciato non poteva competere con la prospettiva di un’eccitante nottata di lavori domestici, quindi si era, diciamo, organizzato diversamente.
Se l’ispettrice lo chiamava a quell’ora, interrompendo il proprio rituale di pulizia, dovevano avere un problema, sì, e pure un problema bello grosso.
«Hai finito l’amuchina spray?» provò a disimpegnarsi, comunque. Nonostante gli indizi preoccupanti che continuava a notare nella camera da letto di quella tizia non era ancora sicuro che una nottata di lavoro sarebbe stata preferibile a una seconda sessione con “Ginny”, così si era presentata.
«Non finisco mai l’amuchina spray» rispose stancamente allo scherzo la Riu. «No, sono in questura. Abbiamo una persona scomparsa. Vuoi sapere chi è il marito?».
«Voglio saperlo?».
«Te lo dirà comunque lui non appena lo vedi. È il figlio di Marrano, il senatore».
«Nomen omen, mh? Ovviamente non ho idea di chi sia. Ma, sai, quando si presentano con la lettera di raccomandazioni mi fanno venire voglia di abbassare i miei standard notoriamente alti di responsività alle richieste di aiuto dei cittadini e...»
«Dove sei, Ermanno?».
Lui sbuffò. «Da qualche parte in campagna. Su per quelle maledette gallerie, hai presente».
«San Benedetto?».
«È possibile. C’è fresco, qua».
«Mi dispiace, ma dovresti venire. Max è già andato a fare un sopralluogo con Mainardi. Marrano junior è in sala d’attesa che continua a telefonare a questo e a quello, raccomandando “la massima discrezione”. Da domattina sarà sui giornali, è inevitabile. Salvemini...»
«Immagino» la interruppe Sensi. Salvemini era il questore e supponeva che fosse la prima persona che Marrano, lì, avesse chiamato.
La Riu emise una risatina, un fenomeno piuttosto insolito in lei. «No, Salvemini è invelenito. Non gli piace essere disturbato al ristorante dal figlio di un senatore alla prima legislatura. Per lui il cibo è una cosa seria. Ma comunque... ormai sa della cosa e vorrà poter dire alla stampa che la squadra mobile si è attivata prontamente».
Sensi lasciò vagare lo sguardo sulle pareti della camera da letto un po’ frivola in cui era atterrato quella sera. Erano rosa chiaro. Il copriletto era rosa chiaro. Sul comodino di lei c’era il noto best-seller Quarantanove gradi di febbre, che aveva sdoganato il BDSM, o quanto meno una sua imitazione, presso la popolazione generale. E poi c’era Ginny stessa, visino da bambola di porcellana, capelli ondulati e biondi, pelle lattea e carne soda, che lo guardava con espressione ammirata. Scioccamente ammirata, per essere del tutto onesti. E a letto non era un granché. Anzi, le pulizie domestiche della Riu avevano assunto un fascino nuovo, per Sensi, dopo aver provato un po’ dell’idea di divertimento di Ginny.
«Va be’, arrivo» concluse, in tono stoico.
«Assicurati di andare sempre in discesa. Non puoi sbagliare» rispose la Riu.

domenica 29 marzo 2015

L'architettura segreta del mondo - terzo estratto

La Giusti gli aveva portato la lattina di Red Bull che Sensi sostituiva abitualmente alla prima colazione e si era eclissata. Lui, stravaccato dietro alla scrivania, aveva sorseggiato la
bevanda a occhi chiusi.
Rosalba Wang era incazzata nera con lui. L’aveva praticamente consegnato alla tizia che l’aveva quasi ucciso, ma quella incazzata era lei.
Era tutto perfettamente coerente.
Sensi se lo aspettava, ma gli dispiaceva lo stesso. Le donne avevano sempre provato l’impulso di consolarlo – almeno da quando lui aveva avuto il costante bisogno di essere consolato – e se ne incontrava una che non si preoccupava di ferirlo ne rimaneva stranamente scosso. Non che lui non
fosse il primo ad approfittare in lungo e in largo di questo suo dono naturale.
Ci fu un doppio bussare alla porta e, prima che Sensi avesse la possibilità di chiedere chi fosse, l’ispettrice Riu scivolò nella stanza.
Era di corporatura tarchiata, questo era il meglio che si potesse dire di lei. Senza che il suo corpo atletico fosse inquinato da un solo grammo di grasso, l’impressione che faceva, da vestita, era di una donna robusta. I corti capelli biondi incorniciavano un viso abbronzato dalla mascella squadrata, sul quale gli occhi azzurri spiccavano come fari.
Ultima arrivata nella sua squadra, fino all’anno precedente la Riu non aveva fatto mistero della sua antipatia per il commissario. L’aveva ribattezzato ‘Batman’ e non aveva perso l’occasione per far notare ai suoi colleghi quanto fosse patetico il suo atteggiamento da eroe romantico adolescenziale,
quali fossero le sue pecche sul lavoro e quanto fossero insopportabili le sue maniere eccentriche.
Poi, improvvisamente, dopo aver saputo dei suoi trascorsi, l’ispettrice si era trasformata in una sua fan.
Sensi non aveva mai capito con precisione se a colpirla fosse stato il periodo sotto copertura di tre anni come membro di una setta satanica, il fatto di aver salvato una ragazza da un sacrificio umano e di sentire la responsabilità del suicidio di un’altra o se, semplicemente, l’avesse fatta ricredere
la medaglia al valore che gli era stata conferita in quell’occasione. In realtà, non si era mai consumato troppo il cervello per capirlo.
«Ciao» disse, senza muoversi, desiderando interiormente che non fosse entrata, «come va?»
Non aveva idea di come cominciare (o continuare) quella conversazione.
Non dopo che tre notti prima, di ritorno dal disastroso viaggio a Santo Domingo durante il quale non aveva convinto Carmel a rientrare con lui, aveva visto sorgere l’alba nel letto dell’altra.
«Come stai tu» ribatté la Riu, sedendosi senza esitazione sulla poltroncina appena lasciata libera da Salvemini.
Sensi sorrise della posizione che avevano assunto, forse per abitudine. Lui dietro la scrivania, lei davanti.
«Salvemini ha ricevuto una telefonata inviperita della Wang. Che è incazzata perché mi sono rifiutato di partecipare al suo libro sulle sette».
L’ispettrice inarcò un sopracciglio. «E il capo vuole convincerti a farlo?»
Era confortante sapere che lei era automaticamente dalla sua parte, anche se era tutto molto più complicato. «Apparentemente no. Stava calcolando i danni. Forse».
La Riu sorrise brevemente. «Tutto bene, quindi».
«Non va mai tutto bene, a Gotham. Il crimine è sempre in agguato» scherzò stancamente lui. «Hai deciso di porre fine alla mia fuga?» aggiunse, puntando i piccoli occhi grigi su di lei.
«Volevo solo informarti che non avevi bisogno di fare lo slalom per evitarmi».
Sensi si grattò una guancia. «A dire il vero, lo sapevo. Ma comportarmi da cialtrone era più in linea con il mio personaggio».
Lei rise, ancora un po’ sulle spine.
In quanto a Sensi, una volta stabilito che niente e nessuno potevano fargli prendere una posizione univoca su qualcosa, poteva riprendere a lanciare messaggi contrastanti, cosa che gli veniva naturale come pensare e respirare. Sgusciò fuori dalla sua poltrona e passò accanto alla Riu, sfiorandole una spalla. «Ti porto a pranzo fuori, vuoi? Solo cibo ricco di colesterolo, naturalmente».

Lei rise ancora e lo seguì: «Non ci contare» disse. Naturalmente si riferiva al cibo, non al pranzo.

venerdì 27 marzo 2015

L'architettura segreta del mondo - secondo estratto

Il questore Salvemini era un uomo imponente, perpetuamente abbronzato, totalmente privo di capelli ma dotato di due piccoli baffi neri che erano posati ai lati della sua bocca come mosche.
La porta dell’ufficio di Sensi non era chiusa a chiave, ma Salvemini, come i vampiri, non aveva l’abitudine di entrare se prima non era stato invitato. Sensi non si era mai preoccupato di ricambiare la cortesia e il megaufficio del capo, al piano superiore, per lui non aveva segreti.
Si sollevò gli occhiali da saldatore sulla testa e rivolse all’altro un sorriso sbilenco.
Salvemini gli lanciò un’occhiata valutativa, ma non le fece seguire alcun commento. Avvolto in un elegante completo grigio, con tanto di cravatta ben stretta, probabilmente non osava chiedere se Sensi avesse caldo, visto che conosceva già la risposta.
«Sono lieto che abbia anticipato il suo arrivo per me» disse, senza apparente ironia. «Vorrei scambiare due parole con lei, se è possibile».
Sensi lo precedette nel suo ufficio. La faccenda meritava la massima attenzione. Solitamente Salvemini comunicava con Tudini, forse perché era più in sintonia con la sua solida ottusità, forse perché Tudini gli rispondeva al telefono. Con Sensi, di norma, parlava quando non aveva alternative; non perché gli fosse antipatico – a modo suo, anzi, lo stimava persino – ma perché lo metteva sottilmente a disagio.
Niente in lui era come avrebbe dovuto essere.
A partire dal suo ufficio, che era buio come una grotta e disordinato come se ci fosse esplosa una bomba. L’ispettrice Riu l’aveva soprannominato ‘Bat-caverna’.
Sensi spostò una pila di libri misti a fogli da una poltroncina, l’appoggiò sopra la pila pericolante che occupava l’altra poltroncina e invitò Salvemini a sedersi. Poi si lasciò cadere dietro alla scrivania. In questo modo il questore poteva vederne appena la testa, tutto il resto era nascosto dalle
pile di libri, carte, manuali, circolari interne e oggetti vari che ingombravano il ripiano.
«Le posso offrire qualcosa?» chiese il commissario, con una gentilezza squisita che Salvemini  giudicò alquanto sospetta.
«Non è necessario» rispose, sulla difensiva.
Sensi gli rivolse un piccolo e disarmante sorriso di scuse, mentre estraeva un telefono dal magma della scrivania. «Una Red Bull» ordinò a un invisibile interlocutore e riagganciò. «Mi dica» aggiunse, poi, rivolto al questore.
Salvemini notò che, come per magia, ormai era lui a dover essere grato al commissario per l’attenzione. Decisamente, avrebbe dovuto tenere il colloquio nel suo ufficio invece che in quello di Sensi.
«Riguarda la sua recente collaborazione con la procura di Milano» entrò in argomento, comunque. Ormai non poteva farci niente. «Mi ha contattato una certa dottoressa Wang...»
«Professoressa» lo corresse Sensi. «Credo che ci tenga». Sembrava genuinamente interessato al riconoscimento dei titoli accademici della donna.
«Come preferisce. Forse immagina perché mi ha subissato di lamentele?»
Un breve sorriso di impotenza attraversò il viso pallido del commissario. «Suppongo che riguardi ancora il suo libro».
Rosalba Wang, professoressa di Antropologia alla Statale di Milano, come Sensi aveva appreso a sue spese, aveva un grande sogno: scrivere un libro sull’esoterismo che le fruttasse l’equivalente del Pulitzer in ambito accademico. Per coronare il suo sogno era disposta a fare qualsiasi cosa: sedurre,
corrompere, minacciare, piangere, pestare forte i piedini e passare informazioni riservate a una pericolosa psicopatica. Anche questo Sensi l’aveva imparato a sue spese, ovviamente. Tutto questo, per la precisione.
Durante l’indagine in cui sia lei che Sensi erano stati consulenti della procura di Milano, la professoressa era riuscita a meritarsi un’accusa di complicità con la pericolosa psicopatica di cui sopra, ma, apparentemente, neanche questo era riuscito a scalfire il suo sogno.
«Già» stava dicendo Salvemini, in quel momento. «Mi è sembrata molto irritata. Sostiene che le aveva promesso di collaborare alla parte documentaria del suo testo».
L’espressione di Sensi si fece vaga. «Potrebbe anche essere. Ma mentivo» concluse, piuttosto soddisfatto. «E d’altronde è stato grazie a lei che mi sono trovato un kriss piantato nello stomaco. Speravo che le fosse passata».
Il commissario non era stupito del fatto che una persona in attesa di giudizio telefonasse ai suoi superiori per pretendere qualcosa, né era stupito del fatto che i suoi superiori la ascoltassero. Non si faceva illusioni su una possibile condanna della Wang. Semplicemente, le cose non funzionavano
così. Si preparò mentalmente a sentirsi ordinare di collaborare allo stramaledetto libro. Non era sicuro di riuscire a svicolare, questa volta.
«Vuole che la convinca a cambiare idea» continuò Salvemini. Sembrava che avesse deciso di ignorare i retroscena del caso, retroscena che conosceva perfettamente. Sensi non si lasciò ingannare: Salvemini aveva una memoria di primissima scelta. Se fingeva di non sapere qualcosa, c’era sempre un motivo. La sua frase successiva contribuì a far luce in merito: «Ha ventilato ritorsioni. Sostiene che lei non si sia comportato secondo... ehm, gli alti standard d’onore della polizia, durante l’indagine. Le risulta?»
«Mi conosce, capo» disse Sensi. Non era chiaro se con questa risposta intendesse suggerire che mai chi lo conosceva avrebbe immaginato che potesse tenere una condotta disonorevole o esattamente il contrario.
Salvemini sospirò. «È incazzata nera, con lei. Non sono sicuro di voler sapere il perché, ma ho una domanda: qual è la cosa peggiore che possa pubblicare sul suo conto?»
Ed ecco la ragione dell’amnesia selettiva del capo.
Sensi rimase assorto per un numero preoccupante di minuti, segno che aveva un ampio campionario di cattive azioni tra cui scegliere.
«Forse di aver un tantino mentito ai miei colleghi di Milano?» azzardò, alla fine. «Ma loro non se la sono presa, lo giuro».
La prima volta in cui il questore aveva visto Sensi era rimasto spiazzato, sensazione che non era ancora riuscito a superare del tutto. Non era solo per via dell’abbigliamento da goth o delle priorità morali sballate, ma anche per la costante sensazione di vulnerabilità che lo accompagnava.
Avere a che fare con le ferite che Sensi non si curava di nascondere per Salvemini era imbarazzante. Non sapeva come reagire. Per cui, solitamente, fingeva di non vedere né quelle né buona parte del resto.
Ovviamente perché la sua strategia funzionasse doveva fare pochissime domande. Praticamente nessuna.
«Speriamo bene» concluse, quindi, alzandosi.
Sensi lo osservò chiudersi la porta alle spalle con una vaga sensazione di inquietudine. Visto che vincere, con Salvemini, era impossibile, ora gli restava solo da comprendere in che modo avesse appena perso.

lunedì 23 marzo 2015

L'architettura segreta del mondo - primo estratto

Quando, nell’XI secolo, i mongoli di Gengis Khan erano calati dalle steppe l’effetto doveva essere stato simile.
Certo, i mongoli non avevano zainetti multicolori, sandali Birkenstock e pantaloni kaki, ma il concetto, secondo Sensi, era lo stesso. Alla faccia della crisi, scendevano lungo via Prione in gruppi, parlando a un volume decisamente educato, in lingue decisamente forestiere e con espressioni giulive che al commissario mettevano i brividi.
Naturalmente il fatto era che Sensi detestava l’estate.
La brezza fresca e salina che soffiava dal mare, mitigando la calura, lo metteva a disagio. Le facciate dei palazzi, brillanti di luce, gli ferivano gli occhi. Il sole, a picco nel cielo, batteva impietoso sui suoi abiti neri facendoli diventare caldi e umidi come la salvietta di un bagno turco. Dietro alla sua nuca si creava una nicchia ecologica la cui biosfera Sensi non osava esplorare.
Il problema era che Sensi aveva i capelli troppo lunghi. Troppo lunghi e insolitamente scuri. O meglio, insolitamente scuri per un trentasettenne, come gli avevano gentilmente fatto notare di recente.
La città era invasa di turisti inglesi, tedeschi e americani, tutti tesi verso il prossimo paesaggio così pittoresco e ansiosi di comprare souvenir tipicamente locali, fabbricati in Cina su disegno giapponese.
Gli spezzini li tolleravano.
Non erano molti gli aspetti della sua città di residenza che piacessero al commissario Sensi. Il mar Tirreno non l’aveva mai convinto (e comunque anche l’Adriatico vicino a Gorizia non era preferibile), la carenza di servizi lo avviliva, l’aria di provincia lo nevrotizzava e da quelle parti, secondo lui, si moriva di noia.
Tuttavia non poteva fare a meno di provare una certa ammirazione per il carattere scostante degli spezzini. Pessimisti, chiusi, ruvidi, dotati di slanci emotivi scarsi o nulli, avevano ricevuto l’implicita approvazione del commissario fin dalla prima occhiata. Alla quale, naturalmente, avevano risposto con uno sguardo torvo.
Se le altre città italiane durante la stagione turistica diventavano stranamente attraenti e vitali, se tutti i commercianti di quelle città sorridevano in modo sospetto a chiunque indossasse bermuda e sandali tedeschi e se branchi di americani ubriachi venivano incoraggiati dalla popolazione autoctona a scorrazzare per i centri storici con espressione obnubilata; gli spezzini si limitavano a fingere che i turisti non esistessero.
Alle loro maniere cordiali opponevano un’indifferenza cosmica, ignorandoli come ospiti fuori luogo a un ricevimento.
Sensi approvava.
E, anche se quel giugno era più caldo della media, non aveva ancora adottato il suo abbigliamento estivo per una questione di puntiglio.
Motivo per cui, nel breve tragitto dalla sua mansarda rovente alla sua rovente jeep, si era quasi sciolto. Per “breve tragitto”, naturalmente si intendeva “breve tragitto per uno che ha parcheggiato in città”, ovvero circa quattrocento metri prevalentemente al sole.
Ben protetto dal suo abbigliamento invernale, quindi, si era infilato nel wrangler e aveva acceso in un gesto unico motore e aria condizionata.
Partendo dal basso, il suo corpo considerevolmente magro era coperto da: anfibi di cuoio nero dalla punta rinforzata alti fino a metà polpaccio, jeans aderenti neri un po’ sdruciti del tipo spesso, t-shirt a maniche lunghe nera con il logo dei Joy Division e, legata in vita, una felpa nera con sopra una fila di ufo stilizzati bianchi. Gli occhi erano coperti da un paio di occhiali tondi da saldatore.
Se qualcuno gli avesse chiesto perché portasse occhiali da sole così coprenti, Sensi avrebbe probabilmente risposto “per vedere il meno possibile”. In realtà i suoi piccoli occhi grigi erano innaturalmente sensibili alla luce e senza gli occhiali, d’estate, non avrebbe visto quasi niente sul serio.
Quella mattina (se mezzogiorno meno un quarto poteva considerarsi “mattina”) il suo vice, Massimiliano Tudini, gli aveva fatto presente che farsi vedere in questura un po’ prima delle tre del pomeriggio sarebbe stato gradito.
Il commissario era quasi sicuro che ci fosse un messaggio ben preciso nascosto nelle parole di Tudini, anche se non aveva idea di quale fosse.
Purtroppo Massimiliano, nonostante gli anni di formazione con Sensi, non era ancora in grado di spifferare, senza giri di parole, “il questore è fuori dal tuo ufficio.” Appoggiare senza riserve il nullafacentismo di Sensi non gli sembrava professionale.
Sensi accettava la cosa con filosofia.
Non appena l’interno della jeep raggiunse una temperatura accettabile si staccò dal marciapiede e si immise nel flusso irregolare del traffico di via Gramsci. Passò davanti al museo di arte moderna, dall’architettura inquietantemente simile a quella della questura, e proseguì verso viale Italia e il lungomare. Visto che uno dei vezzi degli automobilisti spezzini era di far trascorrere almeno cinque secondi dal momento in cui scattava il verde a quello in cui partivano, il tragitto non fu particolarmente veloce.
D’estate, tuttavia, le strade erano più libere e gli animi più rilassati. Per arrivare in questura gli ci vollero solo una ventina di minuti, più o meno lo stesso tempo che ci avrebbe messo a piedi. Era un ottimo risultato.
Lasciò la jeep nel parcheggio sotterraneo e salì nelle stanze della squadra mobile.
Come sospettava, Salvemini stava incrociando davanti al suo ufficio.

giovedì 19 marzo 2015

L'architettura segreta del mondo

Se una turista inglese muore affogata in un metro scarso d’acqua, davanti a qualche centinaio di bagnanti, senza alzare nemmeno uno spruzzo, si tratta di omicidio? Stranamente è quello che sostiene il commissario Sensi, che per una volta sembra ansioso di seguire un’indagine, forse solo per dimenticare tutte le sue sfortune. Così, quando dopo la turista muore misteriosamente anche suo marito, i colleghi non si stupiscono davvero. Il commissario e i suoi uomini si trovano a inseguire la verità tra la Liguria, l’Inghilterra e la Sicilia, in un crescendo di colpi di scena tutt’altro che gradevoli. E mentre la sua vita assomiglia ogni giorno di più a quella di un poliziotto da film d’azione americano, Sensi di vita ne sogna un’altra, in cui il male, molto semplicemente, è lui.

Un romanzo nerissimo e spiazzante, ma anche un viaggio dantesco nelle voragini della psiche umana, il tutto condito da raffinata ironia e da un irresistibile humor graffiante.

(Salani Editore)

sabato 25 ottobre 2014

Solidarietà femminile

Ferdinando Endrigo della Rocca, terzo del nome, aveva un problema. Be’, in realtà ne aveva più d’uno. Essere il signore del ducato di Valle Brumosa non era una passeggiata e le difficoltà erano all’ordine del giorno.
Facendo un elenco in ordine d’importanza crescente (Ferdinando Endrigo era una persona precisa), i suoi crucci erano questi:
Primo, Valle Brumosa non si chiamava così per scherzo. Era brumosa davvero. Le giornate di sole si contavano sulle dita di una mano, immaginando che quella mano fosse pesantemente mutilata. Il clima plumbeo nuoceva all’umore di Ferdinando Endrigo e, cosa più grave, alle sue ginocchia.
Secondo, forse a causa del tempo costantemente plumbeo, il volgo batteva la fiacca. O, quantomeno, questa era l’impressione di Ferdinando Endrigo, che comunque non amava osservare il volgo troppo da vicino. La produzione di patate, unici vegetali a crescere passabilmente bene in quella contrada sfortunata, non era all’altezza delle aspettative e a nulla valevano le occasionali incursioni intimidatorie della soldataglia del duca. Anzi, persino le incursioni intimidatorie erano diventate un peso, per lui. Il popolo se le aspettava. Se la soldataglia non incendiava almeno un paio di granai al mese, la gente protestava. Era una situazione snervante.
Terzo, e più importante, la giovane e volitiva moglie di Ferdinando Endrigo, Bianca Rosaria Matilde Margherita Tornabuono, figlia e unica erede di Arturo (molti altri nomi) di Tornabuono, parteggiava sfacciatamente per la megera del paese, nell’ormai pluriennale sfida intellettuale tra lei e il duca.
Tutto era iniziato al processo per stregoneria della megera, che si chiamava Matilde pure lei. Era anche vero che la giovane e volitiva moglie del duca aveva così tanti nomi che, statisticamente, che la megera ne incoccasse almeno uno non era molto improbabile. Matilde, però, era il suo preferito. Della moglie, non della megera.
Comunque, la megera Matilde era una strega. Lo sapevano tutti. Non solo preparava decotti per qualsiasi malanno, ma aveva anche il phyisique du rổle. Tanto per dirne una, aveva il naso adunco. Aveva i capelli ingarbugliati, il viso leggermente asimmetrico e persino un gatto nero.
Era una strega fatta e finita.
Ferdinando Endrigo si considerava un uomo moderno. A lui la stregoneria non interessava. Non che non ci credesse, non era così moderno, ma, insomma, nel complesso, non le dava grande importanza.
E tuttavia, aveva ben presente quali fossero i suoi doveri di signore. Doveva andare a caccia, cosa che faceva con regolarità almeno una volta al mese, doveva esigere tasse esose e ingiuste, cosa che faceva con notevole puntiglio, e doveva bruciare almeno una strega o due all’anno.
La gente se lo aspettava.
Quando aveva sposato Bianca Rosaria Matilde Margherita da poche settimane, il duca aveva fatto bruciare una delle due levatrici di Valle Brumosa. Aveva fatto bruciare quella più brutta, naturalmente, perché era vero che il popolino si aspettava un rogo ogni tanto, ma ai contadini la popputa Guendalina piaceva molto.
E, per la verità, anche al duca non dispiaceva.
Così, per comodità, aveva fatto bruciare l’altra.
Bianca Rosaria Matilde Margherita non aveva avuto niente da ridire. Anzi, forse non se n’era nemmeno accorta.
In seguito, la duchessa era rimasta incinta. Non in seguito al rogo, è chiaro. Anche Ferdinando Endrigo capiva che tra le due cose non c’era nessuna relazione. Era rimasta incinta perché lui si era dedicato alla questione con l’abituale puntiglio, facendole visita almeno una volta alla settimana per due mesi.
Non appena Bianca Rosaria ecc. era stata pregna, naturalmente, Ferdinando Endrigo aveva smesso subito, considerando il suo dovere concluso, almeno per il momento.
La duchessa si era gonfiata di mese in mese e aveva iniziato a pestare i piedini ancora più di frequente di quando non era in attesa. Ferdinando Endrigo, ancora una volta, aveva fatto il suo dovere: l’aveva ignorata.
Queste erano state le sue intenzioni e così sarebbe stato giusto, non fosse che le continue richieste di Bianca ecc. gli davano sui nervi. Aveva molte cose a cui pensare anche senza che lei pretendesse le cose più assurde: un letto nuovo, dei vetri alle finestre, delle fragole di bosco...
Ora, tutti sapevano che a Valle Brumosa crescevano solo patate – e anche a stento – ma sulla faccenda delle fragole Bianca ecc. era stata irremovibile. Ferdinando Endrigo aveva finito per spedire i suoi messi in tutto il ducato alla ricerca di quei maledetti frutti.
Verso la fine della gravidanza Bianca ecc. era diventata così insopportabile che Ferdinando Endrigo aveva avuto paura di ucciderla e questo non poteva farlo.
Per prima cosa, capricci da puerpera a parte, la duchessa era un esempio di virtù e modestia, quindi sostenere che l’aveva uccisa per condotta immorale sarebbe risultato sospetto. Ma specialmente, il ducato andava avanti con i soldi di lei, eredità di suo padre Arturo (molti altri nomi) di Tornabuono.
Ferdinando Endrigo, vicino alla crisi di nervi, aveva pensato di intrattenerla con un bel rogo.
Bruciare streghe era un passatempo molto popolare tra nobili e popolino e il duca era sicuro di farle cosa gradita.
Così, aveva mandato a prendere Matilde la megera e aveva fatto preparare delle fascine di legna nella spianata fuori dal castello.
Fuori perché, per quanto i roghi fossero dilettevoli, facevano anche cattivo odore e Ferdinando Endrigo non voleva ritrovarsi tutte le stanze impestate di strega bruciata.
Prima del rogo c’era stato il processo.
Si trattava di un passaggio puramente formale, come tutti sapevano.
Si faceva accomodare la strega su un sedile apposito e le si chiedeva un po’ di volte se era davvero una strega. Di solito lei diceva “no, no, no”, che era la tipica confessione di una strega.
Poi la si metteva sulle fascine e le si dava fuoco, davanti alla nobiltà e al popolino festante.
Ferdinando Endrigo non si aspettava che ci fossero problemi. Non ce n’erano mai.
Aveva aiutato Bianca ecc. a scendere nelle segrete del castello, dove la megera era stata imprigionata e dove si sarebbe tenuto il processo.
Lui, la duchessa e il Vescovo Pampone avevano preso posto sui loro scranni. C’erano un notaio e un paio di testimoni, perché nessuno potesse dire che a Valle Brumosa non bruciavano le loro streghe dopo un processo regolare.
Matilde la megera era assisa sulla sua sedia speciale e non sembrava molto turbata. Era un bene. Ferdinando Endrigo detestava le scenate e apprezzava le streghe che sapevano andare al rogo con sportività.
Il vescovo Pampone fece un discorsetto di circostanza sul Male e su Satana e il duca prese il cartiglio con le domande.
«Matilde la megera» iniziò, sperando che la faccenda non andasse troppo per le lunghe. «Sei accusata di essere una strega, quest’accusa è vera?».
Si trattava di una serie di domande assolutamente formali, la cui risposta regolamentare era “no”. Era un po’ come se avessero chiesto al duca: “Il branco di figlioli alti e con i capelli scuri, con il naso proprio uguale al tuo, che ha avuto Guendalina la levatrice sono il frutto dei tuoi lombi?”. Il duca avrebbe dato la risposta regolamentare “no” e tutto sarebbe stato fatto nel modo corretto.
Era una questione di etichetta.
Quando Matilde la megera rispose “sì”, quindi, dal principio Ferdinando Endrigo non ci fece caso e continuò con le altre domande.
«Sei accusata di mercimonio con il Maligno e di partecipare a riti abietti e innominabili che hanno lo scopo di... scusa?».
Matilde la megera annuì con una certa soddisfazione. «Sì, sì, partecipo ai riti abietti e innominabili e tutte quelle altre cose. È il mio lavoro. Ora posso andare a casa?».
Ferdinando Endrigo, preso leggermente alla sprovvista, aggrottò le sopracciglia. «Cioè, praticamente staresti confessando?» chiese, per sicurezza.
Matilde la megera sbuffò. «Sei sordo? Sì, sto confessando. È il mio lavoro. Come credi che abbia fatto a procurare le fragole a tua moglie in un posto in cui crescono solo patate?».
Ferdinando Endrigo, seccato, si voltò verso la duchessa. «È vero quello che dice questa donna? Hai mangiato i frutti che ti ha dato?».
Bianca ecc. si strinse nelle spalle. «Be’, sì. Mi andavano delle fragole. Questo processo è una noia, marito, non potremmo fare qualcos’altro?».
Il duca si accarezzò il mento, pensando. Era un pensatore molto veloce, all’occorrenza.
Dunque, quella megera confessava di essere una strega e implicava che Bianca ecc. fosse sua complice. Era una buona difesa, doveva ammetterlo. Se Ferdinando Endrigo la dichiarava colpevole, doveva mandare al rogo anche sua moglie.
Ora... non che mandare al rogo anche Bianca ecc. fosse un’idea così... Ma no, non doveva lasciarsi indurre in tentazione.
Sospirò pesantemente. «Ancora qualche minuto. Quindi, Matilde la megera, se dovessi definire la tua attuale posizione lavorativa diresti che sei...».
«Una strega» disse l’altra, con ostinata convinzione.
«E potresti descriverci la natura della tua professione?» insistette Ferdinando Endrigo, che sapeva essere non meno ostinato.
«Cioè?».
«Cioè che cosa fai durante il giorno!» sbottò il duca.
L’altra ci pensò un po’ su. «Raccolgo le radici, preparo le pozioni, tengo oliata la mia scopa...».
«Fai sabba satanici al chiaro di luna?».
La megera sembrò rattristata. «Alla mia età? Magari. E poi, di quale chiaro di luna parli? A uscire alla notte, con la nebbia che c’è, rischi di finire in un fosso».
«Quindi si può dire che le tue attività quotidiane riguardino la preparazione di infusi e la manutenzione di strumenti per la pulizia domestica» concluse Ferdinando Endrigo, soddisfatto.
«Strumenti per la pulizia domestica?» fece l’altra, perplessa. «La mia scopa? No, guarda, la scopa mi serve per...».
«Spazzare, è chiaro» la interruppe il duca, lanciandole un’occhiataccia.
La megera si strinse nelle spalle. «Be’, anche, ma...».
«Donna, ci fai perdere tempo inutilmente. Noi siamo persone molto impegnate. Fai silenzio, ora» le tappò la bocca Ferdinando Endrigo, sfoderando tutto il suo contegno nobiliare. Si voltò verso il vescovo Pampone e gli rivolse un sottile sorriso di scuse. «Caro vescovo, mi dispiace. Purtroppo i miei uomini hanno preso un abbaglio. Questa megera è una comune erborista, una vecchia pazza e una seccatura, ma non è una strega. Propongo di rimandare il rogo al mese prossimo».
Più tardi, il duca aveva chiesto a Bianca ecc. perché non avesse semplicemente negato di aver preso le fragole della donna. Al popolino non piaceva che le esecuzioni non si tenessero con regolarità.
La duchessa aveva alzato il suo nasino delizioso e aveva sostenuto di averlo fatto per solidarietà femminile.
Il duca non conosceva questo termine e immaginò che fosse un'altra delle infinite fissazioni della moglie. Se ne andò prima che lei potesse aggiungere altro.
Una settimana più tardi Bianca ecc. diede alla luce una femminuccia, mentre il marito faceva sfoggio di splendido disinteresse maschile in una battuta di caccia alla volpe.
La bambina, che venne chiamata Ferdinanda Rosaria Artura Matilda della Rocca, era un frugoletto con le guance rosse, la chioma scura e, come fu presto innegabile, con il naso proprio uguale a quello del padre. La faccenda del naso doveva essere un po’ il marchio di fabbrica del duca.
La piccola Ferdinanda ecc. aveva anche una voglia color fragola su una chiappa, ma non fu questo a riempire il duca di disappunto. Il problema era che la bambina era, appunto, una bambina e non un bambino.
Ferdinando Endrigo non aveva proprio niente contro le femmine (pur non avendo niente nemmeno a favore), ma aveva sperato di risolvere la questione dell’erede al primo colpo.
Come suo suocero Arturo (molti altri nomi) di Tornabuono dimostrava ampiamente, avere come unica erede una femmina era una iattura. La femmina in questione finiva per sposarsi e portarsi via in dote buona parte del patrimonio.
Lasciato trascorrere il tempo di prammatica, riprese dunque, sebbene a malincuore, a fare visita alla duchessa una volta alla settimana, sperando che la seconda volta andasse meglio.
In quanto alla megera, era diventata la sua spina nel fianco.
Forse incoraggiata dalla clemenza che il duca le aveva dimostrato durante il processo, non si limitava più a mescere le sue pozioni e a rimpinzare il suo gattaccio nero, ma aveva preso a ficcare il (lungo) naso un po’ dappertutto.
La duchessa, nuovamente pregna, le accordava i suoi favori, ricevendola e chiedendole assistenza nella sua serie infinita di richieste: dei fiori per la sua stanza, un nuovo scaldaletto, delle more...
Le more, proprio come le fragole, a Valle Brumosa non crescevano, ma questa volta il duca non fu costretto a mandare qualcuno a cercarle per mari e per monti, perché se ne occupò la megera.
Se si fosse occupata solo di quello, a Ferdinando Endrigo sarebbe andato benissimo.
Ma Matilde la megera aveva preso a esercitare quella stessa solidarietà femminile di Bianca ecc.. un concetto di cui il duca non capiva l’essenza né le ragioni.
Accadeva così che, sempre più spesso, la megera si presentasse a castello durante le udienze per perorare la posizione di qualcuno. Solitamente, una donna.
Iniziò con Orson il mugnaio, uomo di ottima pasta e gran lavoratore a giudizio del duca, che si era premurato personalmente di far bruciare il suo granaio un paio di volte, con soddisfazione reciproca.
Un giorno, Orson si presentò alle udienze del sabato con un braccio attorno al collo e la richiesta che sua moglie fosse impiccata. Ferdinando Endrigo solidarizzava a priori con chiunque gli rivolgesse richieste simili, ma spiegò al brav’uomo che, prima di far impiccare qualcuno, gli serviva qualche dettaglio in più.
Orson spiegò che con sua moglie Lina era sempre andato tutto bene. Gli aveva dato quattro figli che lavoravano con lui al mulino e anche lei non era del tutto inutile quando si trattava di aiutare i muli a spingere la ruota.
Poi, all’improvviso e senza ragione, la sera prima Lina era impazzita e l’aveva spinto. Orson era caduto e si era fatto male a un braccio. Orson riteneva che sua moglie l’avesse spinto al preciso scopo di farlo cadere e così ora chiedeva che venisse impiccata, perché una moglie non avrebbe dovuto permettersi di desiderare che il marito cadesse.
Ferdinando Endrigo si considerava un uomo accomodante, ma di certo il fatto che gli riferiva quel mugnaio era grave e meritava di essere sanzionato.
Stava quindi per condannare Lina all’impiccagione, quando nella sala delle udienze era entrata la megera. Interrompendolo sul più bello, aveva sostenuto di conoscere dei fatti che potevano influire sui pronunciamenti del duca.
Ferdinando Endrigo aveva sospirato e le aveva concesso il permesso di parlare.
«Vostra signoria» aveva cominciato Matilde la megera, in tono cerimonioso «dovresti sapere che Orson il mugnaio ha l’abitudine di battere sua moglie tutte le sere».
Il duca si era stretto nelle spalle. «E allora?» aveva chiesto. Se Orson aveva quest’abitudine, chi era lui per trovargli qualcosa da dire?
«E allora, ieri sera Orson ha battuto la moglie come sempre e la povera Lina, alzando le braccia per ripararsi, l’ha scontrato involontariamente. Per questo Orson è caduto e si è fatto male».
Ferdinando Endrigo si era accarezzato il pizzo, pensieroso. «Sostieni, dunque, che la moglie di Orson non desiderava che cadesse?» chiese.
«Be’, forse un pochino lo desiderava, ma non è questo il punto. Orson la stava picchiando».
Il duca aveva scosso la testa. «Non è mia abitudine immischiarmi negli affari coniugali degli altri» aveva detto «ma se Orson la picchiava, di certo aveva i suoi motivi».
«Di certo li aveva. Ma se qualcuno provasse a picchiare a te, vostra signoria, Dio non voglia... non alzeresti almeno le braccia per proteggerti?».
A Ferdinando Endrigo non era mai successo che qualcuno provasse a picchiarlo. La sola idea era inconcepibile. Doveva tuttavia ammettere che era possibile che, se mai qualcuno ci avesse provato, lo facesse. Era possibile, anche se, in realtà, era molto più probabile che estraesse la spada e sgozzasse il vile che intendeva picchiarlo.
«Poniamo che sia come dici, megera. Ma vedi bene che, a causa dell’eccessivo istinto di autoconservazione di sua moglie, il buon Orson ha un braccio appeso al collo. Per un mugnaio questo è un serio impiccio. Se sua moglie non l’avesse urtato, seppure incidentalmente, Orson non avrebbe patito alcun malanno».
«Hai ragione, vostra signoria, ma pensa questo: se Orson non avesse l’abitudine di battere sua moglie, Lina non avrebbe mai alzato le braccia per proteggersi e nulla di questo sarebbe accaduto».
«Come abbiamo già detto, Orson avrà i suoi motivi per battere la moglie e non sta a noi impicciarci. Se ella non gli desse motivi per essere battuta, lui non la batterebbe e nulla di tutto questo sarebbe avvenuto» aveva ribattuto Ferdinando Endrigo, soddisfatto.
La megera aveva annuito. «Hai ragione, vostra signoria. La colpa, dunque, è di entrambi. Grazie per aver permesso a questa povera vecchia di parlare».
Ferdinando Endrigo non era uno sciocco e si rendeva conto benissimo che quella “povera vecchia” l’aveva beffato per la seconda volta.
E tuttavia, tutta la corte l’aveva sentito seguire i suoi ragionamenti e darle, fino a un certo punto, ragione.
Era stato costretto a stabilire che la moglie di Lina venisse battuta per aver involontariamente ferito suo marito, ma non la condannò all’impiccagione.
Dopo quella volta, Matilde la megera era intervenuta ancora nelle udienze del duca. Forse ci aveva preso gusto.
Nel frattempo, Bianca ecc. aveva dato alla luce un’altra femminuccia, che venne chiamata con una sfilza di nomi degna del suo rango.
All’udienza successiva in cui Matilde la megera provò a far valere questo nuovo e astruso concetto di solidarietà femminile, Ferdinando Endrigo, indispettito, decise che la donna che quel giorno la vecchia aveva deciso di difendere fosse messa alla gogna per una settimana.
Non era una pena particolarmente severa, considerando che la donna era una ladra, ma il duca aveva deciso di ignorare le proteste della megera, che sosteneva che la sua protetta aveva rubato, sì, ma per non morire di fame.
Ferdinando Endrigo, ancora irritato per la nascita della seconda erede femmina, la ignorò completamente.
Quella sera si rese conto che non avrebbe dovuto farlo. O meglio, si rese conto che il problema con la megera era ben più grave di quanto credesse.
Dato che Bianca ecc. aveva dato alla luce un’altra bambina, il duca si vedeva costretto a continuare con il fastidioso dovere riproduttivo che lo accompagnava da diverso tempo.
Come ogni sabato sera, si recò nelle stanze della duchessa e salì sbrigativamente sul suo nuovo letto imbottito di piume.
La duchessa, però, si alzò dal letto e dichiarò che non avrebbe più giaciuto con lui.
Ferdinando Endrigo, piuttosto perplesso, chiese perché.
La risposta, come in fondo si aspettava, fu: «Per solidarietà femminile».
Finché la donna che il duca aveva condannato fosse rimasta alla gogna, alla mercé, quindi, di chiunque passasse, la duchessa Bianca ecc. non gli avrebbe permesso di entrare nel suo letto.
Ferdinando Endrigo aveva ricevuto un’educazione rifinita. Non avrebbe mai battuto Bianca ecc. come la moglie di un mugnaio e non era abbastanza risentito per prenderla con la forza. Si limitò a una risata e se ne andò da Guendalina la levatrice, che non aveva tanti grilli per la testa e che era sempre molto felice di vederlo.
All’udienza successiva, ascoltò con attenzione la perorazione della vecchia strega. Questa volta si trattava di una servitrice che aveva tentato di avvelenare il suo padrone. A sentire Matilde la megera, la servitrice l’avrebbe sì fatto, ma solo perché era distratta per via del suo stato interessante, dato che il suo padrone, insisti e insisti, l’aveva ingravidata.
«Ah, e quindi aspettare un figlio può procurare di queste distrazioni?» si limitò a sorridere, dopo aver ascoltato la megera.
«Hai ragione, vostra signoria» rispose la vecchia. «È proprio così».
Ferdinando Endrigo si scompisciò dalle risate e ordinò che il vecchio mercante che aveva rischiato di finire avvelenato fosse costretto a riconoscere la sua prole illegittima.
Quella sera stessa la duchessa Bianca ecc., di sua spontanea iniziativa, si recò nelle stanze del duca. Lui, in compagnia dei suoi cani e di una brocca di vino speziato, stava leggendo davanti al camino acceso.
«Quindi, come mai venite a farmi visita, moglie mia?» chiese, in tono di finta cortesia.
Bianca ecc. sollevò il proprio nasino delizioso e disse: «Giacché quella poveretta non è più alla gogna e quest’oggi avete deciso in favore di quell’altra poveretta, ho deciso di venire a concedermi a voi».
Ferdinando Endrigo, mostrandosi interessato più al ragionamento dell’altra che alla sua offerta, bevve un altro sorso di vino e inarcò un sopracciglio. «Dunque vi pare che obbligare quel mercante a riconoscere la sua prole illegittima sia stata una decisione giusta ed equa?».
La duchessa non era abituata a essere consultata in simili questioni, ma sapeva che la sua amica Matilde quel pomeriggio, ancora una volta, aveva vinto, quindi annuì con decisione.
«Sapete, mi fa molto piacere che voi approviate il mio verdetto, perché ho molto riflettuto sulla cosa, ultimamente» disse il duca.
La mente splendidamente virtuosa della duchessa fu attraversata da un pensiero.
«Ah, sì?» si limitò a chiedere.
«Sì» confermò il duca. «Vedete, la vostra amica mi ha convertito alla solidarietà femminile. Ora sono convinto che, in un mondo perfetto, i padroni non debbano approfittarsi delle proprie servitrici e che, se lo fanno, devono essere consapevoli che ne pagheranno il prezzo».
La ruga che si stava formando sulla fronte candida e liscia dell’altra si accentuò. «Ehm» disse.
Ferdinando Endrigo sorrise. «Ma forse è un concetto troppo teorico, per voi. Lasciate che vi faccia un esempio. Poniamo che ci sia una sposa che sa di non essere molto amata da suo marito».
«Che cosa orribile» mormorò Bianca ecc., che iniziava a trovare il discorso dell’altro fin troppo realistico.
«Già, davvero. Ma poniamo che ci sia. Questa sposa ha una buona amica, una comune erborista, una vecchia pazza e una seccatura, ma non una strega. Non può essere una strega, capite, perché se la fosse avrebbe dovuto finire su un rogo tempo prima, e la sposa con lei».
Bianca ecc, che ora era bianca anche in viso, si sedette pesantemente su uno sgabello.
«Forse dovrei aggiungere che la sposa è molto ricca. Suo marito non ha alcun interesse a eliminarla, almeno finché non ha un erede maschio a cui tramandare il suo patrimonio. Ma la sposa ha solo figlie femmine e così suo marito deve adattarsi a lasciare in vita entrambe, la moglie e la str- ehm, la comune erborista».
«Che storia orribile» balbettò la duchessa.
Ferdinando Endrigo sorrise ancora. «Avete ragione, ho un’immaginazione macabra. E poi non stavamo parlando di questo. Stavamo parlando del mondo perfetto in cui i padroni avventati sono costretti a riconoscere i propri figli bastardi. Sono davvero felice che approviate quest’idea. È un nobile segno di solidarietà femminile, da parte vostra».
Detto questo, Ferdinando Endrigo mise da parte la brocca di vino speziato, allontanò i cani e accondiscese cortesemente a che la duchessa gli si concedesse.
Qualche tempo dopo, Bianca ecc. restò nuovamente incinta. Come sempre, pestò i piedini a più non posso perché in fondo era una duchessa.
Pretese ogni genere di cose stravaganti: una nuova dama di compagnia, un arazzo di soggetto religioso, dei piatti sempre diversi a base di patate... ma non chiese nessuna bacca che non crescesse a Valle Brumosa, né che la sua amica megera la assistesse in alcun modo, se non tenendole un po’ di compagnia.
Questa volta diede alla luce un bel maschietto, a cui fu dato un nome ben misero: Giovanni. 
Giovanni E Basta, come fu presto soprannominato da tutti, era un bambino dagli occhi ridenti, dai capelli neri e con un naso proprio uguale a quello del padre. Nonostante la circostanza sfortunata di avere il naso proprio uguale a quello del duca, Giovanni E Basta era anche l’erede a lungo agognato da Ferdinando Endrigo che, quando tornò dalla battuta di caccia che l’aveva impegnato per quasi tutta la settimana, fu moderatamente soddisfatto di sapere che aveva avuto un figlio.
Poi se ne andò da Guendalina la levatrice e dalla torma di mocciosi che manteneva da anni, nonostante alcuni avessero il naso proprio come il suo e alcuni no, dato che lì stava molto meglio.
In quanto alla megera, continuò a presentarsi alle udienze del duca e a tenere viva quella nuova, incomprensibile moda della solidarietà femminile.
Una sera, dopo che il duca aveva condannato un uxoricida all’impiccagione, lei e Ferdinando Endrigo si ritrovarono a camminare insieme lungo la strada per il villaggio.
Ferdinando Endrigo stava andando a trovare Guendalina la levatrice e Matilda la megera voleva rientrare presto, perché quella sera doveva... ehm, oliare il proprio strumento per le pulizie domestiche.
«Vostra signoria» disse la vecchia, mentre gli camminava accanto a una velocità insospettabile, «la tua sentenza di questa sera mi è proprio piaciuta. Ah! Quel manigoldo se lo meritava!».
Ferdinando Endrigo, con le mani in tasca, sorrise appena. «Sono felice che tu sia d’accordo» commentò, sornione. «Mi sei stata di grande aiuto, con tutte le informazioni che mi hai dato».
La vecchia, annuì, accettando il complimento con semplicità. «In un mondo perfetto» disse «nessuna moglie viene uccisa da suo marito».
Il duca rise. «Quando vivremo in un mondo perfetto fammelo sapere. Nel frattempo...» aggiunse, tornando serio, «...io continuerò a fare il mio mestiere e tu il tuo. Io non vengo a dirti come farlo e tu non vieni a dirlo a me».
Sorrise anche la vecchia. Quella era una delle tipiche frasi del duca, che, come alla fine aveva capito, non era uno sciocco, neanche un po’.
In un certo senso, anzi, era arrivata ad ammirare la sua capacità di dire una cosa intendendone una del tutto opposta.
Lui le aveva detto eccome come fare il suo lavoro. Gliel’aveva detto forte e chiaro quando aveva minacciato di mettere al rogo lei e la sua protetta e di riconoscere i suoi bastardi.
Ma bisognava ammettere che accettava di buon grado che lei gli dicesse come fare il suo, ogni volta che la ascoltava a un’udienza.
E forse questo era un principio che superava anche quello, pure validissimo, della solidarietà femminile. Sì, pensò la vecchia, mentre camminava a una velocità insospettabile accanto al duca, forse il nuovo concetto da introdurre, insolito e incomprensibile, almeno per quei tempi, era quello della solidarietà umana.

«Sì, vostra signoria» disse, perciò. «Hai proprio ragione».

[Racconto comparso originariamente nell'antologia What Women Don't Want, scaricabile gratuitamente qua, maggio 2013 - illustrazione di Armando Rossi]