mercoledì 29 maggio 2013
lunedì 20 maggio 2013
domenica 19 maggio 2013
lunedì 6 maggio 2013
Preda naturale
(Ancora per promuovere il nuovo sito di racconti StoryBox.)
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Volevo essere un assassino. Se fossi stato un assassino
avrei potuto uccidere Bobby Sinclaire, e se c’era uno che meritava di morire
quello era Bobby.
Bobby aveva tredici anni, ossia uno più di me, ma a
vederlo ne dimostrava almeno sedici. Era il ragazzo più grande della classe e
questo, per qualche motivo incomprensibile, ne aveva fatto anche il capo.
Mi aveva odiato fin dal primo istante e le cose, col
tempo, non erano migliorate. Il primo giorno di scuola mi aveva puntato addosso
i suoi piccoli occhi scuri come se sapesse già chi ero. Era come se mi avesse
individuato con un mirino, come se il suo cervellino ottuso fosse in grado di
riconoscere all’istante la sua preda naturale.
Ossia, io. CONTINUA A LEGGERE.
giovedì 2 maggio 2013
Ordinaria manutenzione
(Per promuovere il nuovo sito di racconti StoryBox. Potete iniziare a leggerlo qua, ma dovrete finire di là.)
Il commissario Ermanno Sensi non amava la natura. Non la
detestava nemmeno, finché non era costretto a starci dentro, ma i paesaggi
suggestivi e selvaggi non lo coinvolgevano, le meraviglie incontaminate di
campagna, montagna o mare lo lasciavano indifferente e la primavera gli
procurava dei picchi ormonali di natura strettamente urbana.
Purtroppo, però, la gente aveva
la nefasta tendenza a morire nel verde.
Era un fenomeno ben documentato. Se gli omicidi avvenivano per lo più
nel comfort di un’abitazione privata, le morti accidentali capitavano quasi per
definizione in posti scomodi da raggiungere, umidi e in cima a una salita.La vittima di quel giorno non faceva eccezione [...] CONTINUA A LEGGERE
giovedì 21 febbraio 2013
Wannabe
Questo racconto è stato scritto per il primo numero della rivista Denti (Ed. Inkiostro) del luglio 2010. Era il periodo di massimo fulgore della moda "Twilight" e io ne avevo fin sopra i capelli dei vampiri belli e affascinanti. "Wannabe" è il mio personale contributo all'argomento.
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Il più grande desiderio di Lucy Mae era diventare un
vampiro. Aveva dei motivi solidissimi per desiderarlo, il primo dei quali era
che essere un vampiro avrebbe risolto la sua adolescenza.
Un vampiro, tanto per cominciare,
non deve andare a scuola. Anzi, meglio, non può, visto che non può
sopravvivere alla luce del sole.
Lucy Mae aveva analizzato
attentamente la questione e aveva concluso di non doversi preoccupare delle
scuole serali. Aveva persino preso un opuscolo con gli orari, ottenendo così
una conferma delle sue supposizioni: nemmeno la più serale delle scuole
iniziava dopo il calar del sole durante tutto l’anno.
Il fattore scuola, comunque, era
solo il più evidente dei vantaggi dell’essere un vampiro.
Visto che era una ragazza
precisa, aveva fatto un elenco:
1) niente più verdura
2) niente più coprifuoco
3) niente più ginnastica
I primi tre punti bastavano a
risolvere metà dei suoi problemi. Inoltre c’erano altri vantaggi accessori:
superforza, vista notturna, pelle splendida, niente più visite dal dentista…
Lucy Mae aveva provato a pensare
anche agli svantaggi, ma le erano sembrati minimi. Certo, non avrebbe più
potuto prendere il sole, ma era un problema marginale. Anche in questo c’era un
lato positivo: non le sarebbe mai venuto un melanoma. Anzi, non le sarebbe mai
venuta nessuna malattia.
Ogni volta che pensava a un
possibile svantaggio le venivano in mente almeno due nuovi punti a favore.
Alimentazione monotona? Sì, ma
non sarebbe mai stata a rischio obesità.
Provocare terrore negli altri? E
questo che cos’era, uno svantaggio?
Veder morire tutti i propri amici
di vecchiaia? Lucy Mae era pronta a vederli morire anche prima, per quel che
valevano.
Dormire in una bara… be’, se si
fosse rivelato indispensabile, Lucy Mae era sicura che ce ne fossero alcune
comode.
Aveva una soluzione per tutto: la
croce, l’aglio, l’acqua santa, l’argento, gli specchi… Per quanto riguardava
l’avversione per la croce e l’acqua santa, era un’ottima scusa per non dover
più andare alle funzioni. L’aglio lo odiava già. Con gli specchi non aveva mai
avuto un buon rapporto. Avrebbe evitato gli orecchini d’argento.
Insomma, diventare un vampiro
sembrava la soluzione perfetta.
C’era solo un problema: non aveva
idea di come riuscirci.
***
Consapevole del fatto che non
esistono problemi senza soluzione – brufoli esclusi – aveva iniziato a fare
ricerche in internet. Il modo più semplice, ovviamente, era quello indicato
nella maggior parte dei siti: farsi mordere da un vampiro. Sulla modalità
precisa le opinioni erano discordanti. C’era chi diceva che bastava un morso
qualunque, chi sosteneva che ne servivano diversi, chi asseriva che fosse
necessario uno scambio di sangue con il vampiro donatore.
C’erano poi dei metodi di
efficacia meno comprovata: uccidere sette uomini e berne il sangue (blea),
essere il settimo figlio di un settimo figlio (impraticabile, entrambi i suoi
genitori avevano a malapena un fratello a testa), essere seppelliti in terra
sconsacrata (fattibile, ma prima avrebbe dovuto morire), suicidarsi (idem),
essere morsi da un pipistrello (che schifo), bestemmiare (provato: non
funzionava), fare un patto col diavolo…
Fare un patto col diavolo
sembrava promettente, ma dopo diversi tentativi Lucy Mae era arrivata alla
conclusione che o il diavolo non esisteva o non aveva alcuna voglia di parlare
con lei.
Scoraggiata, stava quasi per
desistere, ma poi le era venuta un’idea.
Il fatto che lei non conoscesse
vampiri non voleva per forza dire che non potesse conoscerne. In fondo internet
serviva proprio a questo: mettere in contatto persone che abitavano in posti
molto lontani tra loro. E, ok, anche per trovare dei temi su Shakespeare già
fatti.
Aveva messo un annuncio.
L’annuncio diceva così:
AAA, vampiro cercasi. Ragazza sedicenne, sana, fortemente
motivata, cerca vampiro per contagio. Astenersi impostori.
Le risposte avevano iniziato ad
arrivare quasi subito, ma non tutte erano state soddisfacenti. Un utente
anonimo le aveva detto, senza giri di parole, che i vampiri erano passati di
moda e che avrebbe fatto meglio a cercare di diventare un trans. Un altro si
offriva di morderla pur essendo un normalissimo essere umano – sul
“normalissimo” Lucy Mae aveva i suoi dubbi. Una donna sosteneva che avrebbe
pregato per lei. Un tizio le proponeva un siero vampirizzante a soli 9.99$.
Qualcuno le aveva chiesto un appuntamento. La maggior parte aveva iniziato a
parlare di Twilight, ma nemmeno Lucy Mae era così disperata da
rispondergli.
Aveva iniziato a pensare di non
avere speranze.
Avrebbe dovuto rassegnarsi all’adolescenza,
alla scuola, ai brufoli, alle verdure e al dentista.
Era incredibilmente ingiusto, ma
iniziava a sospettare che il mondo fosse un posto ingiusto e che, in fondo, non
ci fosse una soluzione a ogni problema, proprio come non c’era una soluzione ai
brufoli.
Iniziò ad accarezzare l’idea di
diventare anoressica, ma la scartò quasi subito: le anoressiche, probabilmente,
dovevano andare a scuola comunque.
Stava per fare comunque un
tentativo, quando finalmente un vampiro rispose.
***
La lettera non era molto
incoraggiante. Il vampiro chiedeva una serie di informazioni difficili da
procurarsi: il suo gruppo sanguigno, una fototessera, un elenco delle malattie
esantematiche che aveva avuto, un albero genealogico fino alla quarta
generazione e l’assicurazione di non essere emofiliaca.
In cambio si offriva di
dimostrare aldilà di ogni ragionevole dubbio di essere un vero vampiro.
Lucy Mae non era sicura che non
fosse un impostore, ma finché non le chiedeva dei soldi poteva concedergli il
beneficio del dubbio.
Ricopiò la lista come se fosse un
compito scolastico e la portò a sua madre.
Se c’era una cosa a cui sua madre
teneva era che Lucy Mae andasse bene a scuola. Si mise immediatamente in moto
e, due giorni più tardi, le fece avere tutte le informazioni richieste. In
questo modo Lucy Mae scoprì anche che le malattie esantematiche erano
varicella, orecchioni e affini.
Speranzosa, mandò la sua risposta
al vampiro.
A questo punto, Lucy Mae temeva
che lui non si sarebbe più fatto vivo, ma il vampiro rispose subito: come
promesso, le avrebbe fornito una prova inconfutabile della sua vampiricità. Le
chiese di indicargli un luogo in cui incontrarsi dopo il calar del sole.
La seconda cosa a cui la madre di
Lucy Mae teneva moltissimo, oltre al fatto di andare bene a scuola, era che non
frequentasse cattive compagnie. Questo era il motivo per cui non poteva andare
a ballare e non poteva mettere piede nei bar.
Lucy Mae era consapevole del
fatto che dare appuntamento al vampiro in un bar sarebbe stato molto più
appropriato che dargli appuntamento da Mac Donald, ma non aveva scelta. Se
qualcuno l’avesse vista in un bar sua madre l’avrebbe ammazzata.
Vergognandosi come una spia,
scrisse al vampiro che si sarebbero visti sabato sera alle sette al Mac Donald
più vicino a casa sua. Poi disse a sua madre che sabato sarebbe andata a
mangiare con le sue amiche e, dopo varie contrattazioni sull’orario di rientro,
sua madre le diede il permesso.
A questo punto aveva due giorni
per prepararsi al grande incontro.
***
Avrebbe voluto vestirsi in modo
appropriato, solo che non sapeva quale fosse l’abbigliamento appropriato per
andare a conoscere un vampiro. Forse qualcosa di nero. Forse qualcosa di sexy.
O forse niente di tutto questo.
Aveva però un’idea piuttosto
precisa di quale fosse l’abbigliamento appropriato per andare da Mac Donald. E
per non far diventare isterica sua madre.
Optò per un paio di jeans, una
t-shirt bianca e delle scarpe da ginnastica di tela blu. Si guardò allo
specchio (forse per l’ultima volta) e pensò che aveva l’aspetto meno vampirico
del mondo.
Suo padre, forse vedendola così
poco vampirica, le prestò la macchina. Era una Prius, e anche quella non aveva
assolutamente niente di tenebroso. Al massimo, ecologico.
Durante il tragitto fino a Mac
Donald, Lucy Mae cercò di immaginarsi il suo ospite.
Per prima cosa, poteva essere un
qualunque ragazzetto dei dintorni. Era pronta a una delusione del genere.
Poteva essere un signore anziano.
In quel caso se ne sarebbe andata alla velocità della luce. Non era ancora
troppo tardi per incontrare un pedofilo, come le diceva sempre sua madre.
Poteva essere un sacco di cose,
ma poteva anche essere un vero vampiro.
Lucy Mae lo sperava con tutto il
cuore.
Arrivò nel parcheggio del Mac
Donald e lasciò la Prius di suo padre il più vicino possibile alle porte
scorrevoli. Si assicurò di aver chiuso bene la portiera. Controllò che i fari
fossero spenti.
Poi, visto che non aveva più uno
straccio di motivo per rimanere nel parcheggio, si decise a entrare.
Il fast-food era pieno di gente. C’erano
dei ragazzi più o meno della sua età, delle famiglie e, specialmente, una marea
di bambini.
Si mise in coda a una cassa,
pensando che sedersi senza aver ordinato sarebbe sembrato strano. Quando fu il
suo turno, si rese conto di non avere fame. Non solo non aveva fame, aveva lo
stomaco completamente tappato. Prese comunque un Big Mac Menù.
Si sedette a un tavolo e iniziò a
guardarsi intorno.
Forse il vampiro non sarebbe
venuto.
Probabilmente era solo uno
scherzo, scema lei a cascarci.
Si mise in bocca una patatina e
fece uno sforzo per masticarla e deglutirla.
Forse doveva aspettarlo nel
parcheggio.
Ma no, non sarebbe venuto.
Erano già le sette e cinque, non
sarebbe venuto di sicuro.
“Ciao, tu sei Lucy Mae?” chiese
una voce, esattamente davanti a lei.
***
Lucy Mae alzò lo sguardo. Aldilà
del tavolo c’era un tizio con un vassoio in mano. Sopra il vassoio c’era una
coca-cola. Ancora più sopra c’era la faccia del tizio, che la guardava con le
sopracciglia inarcate.
“Ehm, sì. Sono Lucy Mae,” disse,
dubitativa.
Il tizio si sedette e piazzò il
vassoio davanti a sé, sul tavolo.
“Io sono Deonne,” disse.
“Don?”
L’altro fece una smorfia.
“D-e-o-n-n-e,” compitò, con vago accento britannico. “Se proprio non riesci a
pronunciarlo puoi chiamarmi Dean.”
Lucy Mae lo osservò attentamente.
Ok, era pallido. Ok, non era un ragazzo dei dintorni. Ok, non era vecchio –
almeno, non lo sembrava. Sembrava un tizio sulla ventina, con una faccia
piuttosto normale.
“Sarebbe un nome antico o roba
del genere?” chiese. Non aveva il coraggio di fare domande dirette sulla sua
età o sul suo vampirismo.
“Sarebbe il prodotto di due
genitori sciroccati,” rispose l’altro, con una scrollata di spalle. “Io ho
trentadue anni. Oppure vent’uno, come preferisci.”
“E saresti…”
“Un vampiro. Non cercavi un
vampiro?”
Lucy Mae deglutì. “Già,” ammise.
Deonne le rifilò un sorriso
promozionale e allargò le braccia. “Ta-daa.”
“Non dicevi… ehm. Non dicevi che
mi avresti, ecco…”
“Dato una prova? Come no. Finisci
di mangiare, se vuoi. È meglio se andiamo in bagno.” Deonne diede una ciucciata
alla cannuccia della sua coca e, allungando una mano verso le sue patatine,
aggiunse: “Ti dispiace?”
Lucy Mae scosse la testa.
Deonne si infilò la patatina in
bocca, la masticò per un po’ e poi la sputò in un tovagliolino di carta. “Adoro
le patatine,” spiegò, in tono conversevole.
Lucy Mae si limitò a osservarlo
in silenzio, sospettosa.
“Una cosa non smette di piacerti
solo perché non puoi più farla, no?” disse l’altro, e ciucciò un altro po’ di
coca.
“Ma quella la stai bevendo,” fece
notare Lucy Mae.
“Già,” ammise l’altro. “Con i
liquidi è più facile. Non mangi?”
Lucy Mae scosse la testa. “Che
cos’altro non puoi fare?” chiese.
“Abbronzarmi,” rispose Deonne, un
po’ seccamente. “Senti, se hai finito, che ne dici di andare in bagno?”
Lucy Mae tentennò. “Immagino che
tu non possa farmelo vedere qua, eh?”
“Immagino che tu non sia poi così
fortemente motivata. Sai, quasi nessuno lo è. È il ventisettesimo annuncio a
cui rispondo. Nessuno è andato oltre il bagno. Sei la prima che mi dà
appuntamento da Mac Donald, però.”
Un po’ scocciata, Lucy Mae si
alzò in piedi. “Era solo una domanda. Forza, andiamo.”
L’altro le rifilò un sorriso di
sufficienza. “Come vuoi,” disse, alzandosi a sua volta. Era poco più alto di
lei, notò Lucy Mae, e indossava dei comunissimi jeans.
Lo seguì verso la porta della
toilette, che per fortuna era una sola per gli uomini e per le donne. Era anche
una porta basculante, quindi, pensò, se quel tizio allungava le mani poteva
sempre urlare.
“Non ho nessuna intenzione di
allungare le mani,” precisò l’altro, spingendo la porta.
Lucy Mae lo fissò in silenzio,
senza entrare.
“Allora?” fece lui, vagamente
seccato.
Lucy Mae si decise a seguirlo.
***
L’anticamera del bagno era
piccola e quadrata. C’era un lavandino doppio, uno specchio e due porte, una
per i maschi e una per le femmine. C’era anche una signora in fila.
Deonne il vampiro si appoggiò a
una parete con l’aria di quello che aspetta il suo turno.
“Quello degli uomini è libero,”
si sentì in dovere d’informarlo, la signora.
“Ah, grazie,” sorrise lui, e
entrò.
Lucy Mae rimase in attesa. Dal
bagno degli uomini non proveniva alcun rumore. Poi si sentì un conato.
“È un tuo amico?” chiese la
donna.
“Una specie.”
“Penso che stia male.”
Lucy Mae sorrise nervosamente. “È
intollerante al lattosio. Gli ho detto di non bere il milk-shake.”
La donna forse avrebbe aggiunto
qualcosa, ma in quel momento si liberò il suo bagno.
Una volta sola, Lucy Mae bussò
all’altra porta. “Ti senti bene?” chiese.
“’nsomma,” rispose una voce
attutita. Poi la porta si aprì. “Entra un attimo.”
Lucy Mae non era del tutto sicura
di volerlo fare, ma il cosiddetto vampiro l’aveva già tirata dentro. Si
richiuse la porta alle spalle.
“La coca-cola,” spiegò, con aria
sofferente, sciacquandosi la faccia. Si asciugò con un tovagliolo di carta e
tornò a guardarla. Dietro di lui lo specchio lo rifletteva fedelmente.
“Sì, quella è una cazzata,”
spiegò Deonne, seguendo il suo sguardo. “Anche le croci e l’argento. L’aglio è
semplicemente fastidioso, e solo se non ti piace l’aglio.”
“E che cos’è che non è una
cazzata?” chiese Lucy Mae, facendosi forza.
“Queste,” rispose il vampiro e
sorrise di nuovo. I suoi canini, ora, erano decisamente più lunghi del normale.
Si udì un lieve rumore e i canini rientrarono parzialmente nelle gengive. Si
udì di nuovo e, di nuovo, fuoriuscirono.
“Fico,” commentò Lucy Mae.
“E anche questo,” continuò
Deonne, come se non l’avesse nemmeno sentita. Abbassò la bocca sulla propria
mano e diede un lieve morso. Le mostrò la mano. Due gocce di sangue stavano
scivolando giù, tra le sue dita. Un istante dopo le due punture erano di nuovo
chiuse e Deonne si sciacquò la mano sotto il getto del lavandino.
“È…” iniziò a dire Lucy Mae,
completamente avvinta.
“È l’ora di uscire, se non vuoi
che la signora pensi che ci stiamo facendo una sveltina.”
Lucy Mae sgranò gli occhi e si
affrettò a riaprire la porta.
La signora era proprio lì fuori.
“Tutto bene?” chiese, in tono
falsamente premuroso.
“Gliel’ho detto. È intollerante
al lattosio,” ribatté Lucy Mae, in tono di sfida.
“Terribilmente intollerante,”
confermò Deonne, dietro di lei. “Non avrei dovuto farlo.”
Quando uscirono dal bagno, Lucy
Mae stava ancora ridacchiando.
***
“Ok,” disse, quando furono nel
parcheggio, accanto alla Prius di suo padre, “che cosa devo fare per diventare
un vampiro?”
“Farti dissanguare fin quasi alla
morte e poi bere il mio sangue,” rispose l’altro, stringendosi nelle spalle.
Lucy Mae deglutì. “Questa cosa me
la devi spiegare per bene,” disse.
“Tanto non hai intenzione di
farlo sul serio,” ribatté lui. “Anzi, non mi credi nemmeno. Pensi che sia tutto
un trucco, che io abbia delle protesi strafighe e che faccia solo finta di
essere un vampiro.”
Si avvicinò di un passo e la
guardò negli occhi, aggrondato.
“Pensi che se io fossi un vero
vampiro ti avrei già morsa.”
“Non stavo pensando quello,”
disse lei.
“Non ti posso leggere nella
mente,” ribatté lui.
“Prima l’hai fatto.”
“Prima ho tirato a indovinare.”
“E non mi hai spiegato niente.”
Deonne sospirò. “O lo vuoi o non
lo vuoi, è semplice. Non ho tutta la notte. Devo ancora mangiare.”
“Quindi morderai qualcuno,
giusto?”
“Non ho intenzione di fartelo
vedere.”
“Chiedevo soltanto.”
“Era tanto per chiarire.”
Lucy Mae sospirò. “Che cosa non
puoi fare, a parte mangiare e bere?”
“E prendere il sole.”
“E prendere il sole, ok. Dormi in
una bara?”
L’altro scosse la testa.
“Hai un lavoro?”
L’altro scosse di nuovo la testa.
“Mi hanno licenziato, se vuoi saperlo.”
“Non uccidi, tipo, le persone?”
“Sono un vampiro, non
un’idrovora. Una volta che ho bevuto le mie due pinte sono a posto.”
Lucy Mae incrociò le braccia. “E
come fai a bere le tue due pinte?”
“Non lo vuoi sapere sul serio.”
L’altra inarcò le sopracciglia.
“Oh, sì che lo voglio sapere sul serio.”
“Dipende. Di solito pago. Ma,
come ti dicevo, mi hanno licenziato.”
Tutta la faccenda era molto
strana. “Paghi? Paghi in che senso? E perché ti hanno licenziato?”
Deonne sospirò e si appoggiò
contro la sua macchina. “Non sapevo che fosse un colloquio di lavoro.”
“Come fai con i documenti? Chi ti
ha fatto diventare un vampiro? Puoi ancora fare sesso? Fai la pipì?” incalzò
Lucy Mae.
Deonne socchiuse fece una
smorfia. “Insomma, vuoi scrivere un articolo o che cosa?”
“Eh?”
“Sai qual è il punto? Io sono una
fottuta creatura soprannaturale e nessuno di voi wannabe ha il minimo rispetto
per la cosa.”
“Be’, potresti provare con un
mantello nero foderato di rosso!”
“E voi potreste provare con un
po’ di educazione!”
Lucy Mae lo guardò. Era davvero
irritato e forse anche un po’ infelice. Che cazzo, non sembrava così privo di
problemi. Tanto per cominciare, non aveva un lavoro.
“Spiegami almeno perché sei
disposto a farmi diventare un vampiro,” disse, in tono più civile.
L’altro si limitò a guardarla con
odio.
“Per la tua cazzo di paghetta
settimanale,” disse, sarcastico, prima di girare sui tacchi e mollarla lì, nel
parcheggio allegramente illuminato del Mac Donald.
***
Non era stato un grande successo.
Anzi, era stato un fiasco completo.
Per prima cosa non era diventata
un vampiro. E poi, non era nemmeno più tanto sicura di volerla diventare.
Per esempio, non aveva pensato al
fattore economico. Che razza di lavoro poteva fare un vampiro? Il sorvegliante
notturno? Non le veniva in mente nient’altro.
Nei film e nei libri la questione
non veniva mai affrontata in modo esaustivo. I vampiri non avevano mai bisogno
di soldi, ne avevano sempre a palate.
Quel tizio, Deonne, non sembrava
tanto ben fornito.
Non sembrava che il vampirismo
avesse risolto tutti i suoi problemi.
E poi, in ogni caso, Deonne si
era scocciato e se n’era andato. Probabilmente era stata colpa sua. Era stata
davvero insopportabile. E la faccia che aveva fatto quando gli aveva chiesto
perché era disposto a farla diventare un vampiro? Probabilmente si sentiva
solo, e lei era stata sensibile come una pietra.
Così il suo eccitante sabato sera
si era concluso in un niente di fatto e adesso aveva anche fame. I suoi erano
chissà dove, convinti che la figlia fosse a divertirsi con gli amici.
Rattristata, scese al piano di
sotto e aprì il frigo. La domenica era il giorno libero della donna di
servizio, quindi era probabile che avesse lasciato qualcosa di già pronto per
il giorno dopo.
Sì, c’era una pirofila coperta di
domopak.
Leggermente rincuorata, Lucy Mae
rimosse il domopak e iniziò a mangiare a forchettate il pasticcio di pollo.
Decisamente, l’anoressia non era alla sua portata.
E, a quel che pareva, neanche il
vampirismo.
Se solo sua madre non avesse
insistito così tanto con la scuola… ma no, prima di fare qualsiasi cosa doveva
diplomarsi, punto. Come se lei si fosse mai diplomata.
Lei a diciassette anni
ancheggiava già in passerella, mentre Lucy Mae doveva fare la studentessa
modello.
Lei si era sposata la
prima volta a vent’anni, la seconda a ventidue e la terza a ventiquattro.
Lucy Mae, probabilmente, sarebbe
rimasta zitella, vista la vita sociale che le permettevano di avere.
Ricoprì la pirofila con il
domopak e la rimise in frigo.
Il mondo era un posto
raccapricciante.
***
Si mise a letto presto, visto che
tanto il suo sabato sera era naufragato prima ancora di cominciare. Non che
avesse sonno.
Si rivoltò per un po’ tra le
lenzuola, cercando di non pensare alla sua quasi-vampirizzazione.
Mentre stava quasi per
addormentarsi, sentì un leggero rumore provenire dalla terrazza. Se era ancora
uno scoiattolo che veniva a lasciarle delle cagatine sulla sdraio, l’avrebbe
ucciso.
Non capiva perché i suoi avessero
voluto un giardino così boscoso. Sì, certo, la privacy – ma non avevano pensato
che tra gli alberi tende a vivere ogni genere di animale pernicioso?
Irritata, ormai senza più
speranza di addormentarsi, Lucy Mae andò a controllare che cosa stava
succedendo fuori. Per sicurezza, prese anche un vecchio top che non metteva
più. Poteva usarlo per spaventare l’animaletto, qualsiasi cosa fosse.
“Scoiattolo di merda, ora ti
faccio vedere io se…” iniziò a dire, minacciosa, roteando il top.
“Credo che ti servirà qualcosa di
un po’ più grosso per mandare via me,” disse una voce, dal confine buio
della terrazza.
Lucy Mae fece un passo avanti e
le luci esterne si accesero automaticamente.
Appoggiato contro il davanzale,
pallido come l’ultima volta in cui l’aveva visto, c’era Deonne.
“Cavoli, mi hai fatto venire un
colpo,” tartagliò Lucy Mae, abbassando l’inutile top.
L’altro sorrise. “Sono venuto a
fare pace.”
Lei si strinse nelle spalle.
“Già, be’, fantastico. Come hai fatto ad arrivare fin qua?”
“I vostri allarmi non sono un
granché, se puoi saltare tre metri e venti da fermo,” spiegò Deonne, vagamente
ironico. “Mi fai entrare?”
Lucy Mae rise. “Hai bisogno che ti
inviti?”
Deonne si limitò a scivolarle
accanto. “No,” rispose, infilandosi in camera sua.
Si andò a sedere sul suo letto.
“I tuoi non ci sono, se non sbaglio,” disse. Sembrava rilassato, a suo agio,
vagamente divertito, come se la discussione di poche ore prima non ci fosse mai
stata.
Lucy Mae entrò a sua volta in
camera, un po’ sospettosa. Aveva preferito di gran lunga quando si erano
incontrati fuori da casa sua.
“Perché,” chiese, quindi, un po’
seccata, “hai deciso che, dopo tutto, vuoi rispondere alle mie domande?”
L’altro sorrise.
“Ma certo, perché no? In fondo è
un tuo diritto. Fammi ricordare… quali erano?”
Si alzò in piedi e prese a
gironzolare per la stanza, soffermandosi distrattamente sulle sue foto appese
alla parete, sui suoi vestiti abbandonati qua e là e sui suoi trucchi,
allineati alla rinfusa sulla specchiera.
“Ah, sì,” disse, fermandosi
proprio davanti a un reggiseno appeso allo schienale di una poltroncina. “Come
faccio a nutrirmi. Be’, di solito pago una puttana. Per cinquanta dollari si
farebbero fare di tutto…” sorrise. “Di documenti nuovi non ho ancora bisogno.
Sono un trentaduenne giovanile. Ovviamente questi non sono i miei primi
documenti.”
Si avvicinò di un passo,
silenzioso, sorridente.
“Non faccio la pipì. Non ne ho
bisogno.”
Un altro passo. Il sorriso era
sempre al suo posto.
“Se ne ho voglia, posso fare
sesso, ma di solito non ne ho voglia. Sai perché?”
Lucy Mae indietreggiò
leggermente. “P-perché?”
Il sorriso dell’altro si allargò
e Lucy Mae si rese conto che aveva i canini completamente scoperti.
“Perché bere è già uno sballo di
per sé,” sussurrò Deonne. “Vieni, ti faccio provare.”
Lucy Mae avrebbe voluto dire che,
in fondo, a provare non ci teneva tanto. Che, in fondo, essere un vampiro non
la attraeva più molto. Che, insomma, era un’altra persona che aveva cambiato
idea.
Avrebbe voluto dirlo, ma Deonne
non gliene lasciò il tempo.
Coprì la distanza che li separava
con una velocità inumana e le afferrò i polsi. Le sue mani non erano solo
fredde, erano anche inamovibili. Lucy Mae provò inutilmente a divincolarsi.
“Ti prego…” gemette.
“Oh, ma non hai bisogno di
pregarmi,” sussurrò l’altro, deliziato. Poi abbassò la testa sul suo collo, di
scatto. Lucy Mae sentì i denti che le trapassavano la carne. Era piuttosto
doloroso.
Poi sentì la sua lingua che
cominciava a lapparle il sangue.
Anche questo era piuttosto
doloroso.
“No, Deonne, per favore…”
Ma lui non l’ascoltò. Sentì i
suoi denti che la mordevano ancora, più in profondità, sulla vena giugulare.
Sentì un rumore sordo, come il mugolio di un animale.
Continuava a bere e a bere, e
Lucy Mae non aveva più la forza di divincolarsi.
Poi non ebbe neanche più la forza
di tenersi in piedi. Le ginocchia le cedettero e cadde a terra. Deonne non la
lasciò, non allontanò neanche la bocca dal suo collo.
Si limitò a cadere con lei,
coprendola con il suo corpo.
“Ti… prego…” mormorò, ancora una
volta, lei.
Deonne non la ascoltò nemmeno.
Sentiva la sua lingua che lappava il suo sangue, la sua cintura contro lo
stomaco e, più in basso, la cosa più vicina a una vita sociale eccitante che
avesse mai provato. Solo che non era eccitante, neanche un po’.
“De…on… ne…” rantolò.
Stava per svenire, ne era
praticamente sicura.
E poi, all’improvviso, Deonne
sollevò la bocca. Si leccò le labbra e le sorrise, un sorriso tranquillo, da
bravo ragazzo che non ha lasciato niente nel piatto.
“Non è la cosa più figa del
mondo?”
Lucy Mae non aveva la forza di
rispondere. Aveva un velo davanti agli occhi e stava per svenire.
Deonne si portò un polso alla
bocca e diede un morso delicato. Ovviamente, quando si trattava di se stesso,
era delicato, pensò, confusamente, Lucy Mae.
“Bevi, tesoro,” le mormorò,
posandole il polso sulle labbra. “Bevi, se non vuoi morire.”
Lucy Mae bevve.
***
Era passato del tempo. Non sapeva
quanto, semplicemente del tempo. Poco dopo aver bevuto, aveva iniziato a
provare un torpore diverso da quello di quando era stata quasi dissanguata. Non
il torpore di una persona che ha perso le forze, ma quello di qualcuno che ha
mangiato troppo.
Era passato dell’altro tempo. A
un certo punto aveva vomitato il pasticcio di pollo. Solo il pasticcio
di pollo. Del sangue che aveva bevuto non c’era più traccia.
Poi aveva avuto degli strizzoni
alla pancia. Aveva fatto i suoi bisogni per l’ultima volta.
Infine il torpore aveva avuto la
meglio e era crollata sul suo letto.
Quando si era svegliata, si era
resa conto di non essere da sola. C’era un’altra persona sdraiata accanto a lei
– e quella persona era come lei.
Voltò la testa da quella parte.
La luce era spenta, ma ci vedeva perfettamente.
“Deonne?” disse.
Il sorriso di lui scintillò nel
buio.
“Ah, tesoro, ben svegliata. Sei
stata magnificamente veloce.”
“Deonne, sono un vampiro?”
“Sì, cara. Non era quello che
volevi, in fondo?”
Lucy Mae non ne era per niente sicura,
anzi. Le sembrava di ricordare che, verso la fine, non lo voleva più per
niente.
“Perché sei tornato?” chiese.
Deonne si sollevò su un braccio.
Era flessuoso – e forte. Ora che lo poteva vedere con i suoi nuovi occhi, si
rendeva conto che era molto più forte di lei, persino della nuova Lucy Mae che
era diventata.
“Per la tua paghetta settimanale,
ovviamente. Anche se, sai, credo che mi prenderò molto di più.” Un altro
sorriso dolce. “Credo che mi prenderò tutto.”
Poi continuò, assorto: “Sai, è
così che funziona. Duecentotrenta anni fa, quando ero ancora un essere umano –
sì, ti ho mentito – sono stato scelto per la mia ricchezza. Poi i soldi sono
finiti e la mia creatrice se n’è andata. Capisci da sola che ho dovuto trovare
qualcun altro. E poi qualcun altro. Finché non sono arrivato in questo
meraviglioso angolino del Nuovo Mondo.”
“Los Angeles?” chiese Lucy Mae, un po’ ottusamente.
“Bel Air,” rispose Deonne, alzandosi e stiracchiandosi,
soddisfatto. “Ah, credo che questo sia il rumore della macchina dei tuoi.
Un’ex-modella e un produttore. Sembra incoraggiante, vero?”
Lucy Mae si mise a sedere sul
letto, abbattuta. “Ma perché proprio io?” mormorò.
Deonne sorrise. Il suo magnifico
sorriso, magnificamente falso.
“Paris Hilton era francamente
insopportabile. E poi, dai, non sarà per sempre.”
“Non sarà per sempre?”
Deonne rise. “Il vampirismo? Oh,
quello sì. La tua prigionia? Naa. Solo finché durano i soldi. Ma guarda al lato
positivo. Non dovrai più andare a scuola.”
A Lucy Mae la prospettiva della
scuola iniziava a non sembrare più così disgustosa.
“Oh, piantala! Ci divertiremo un
mondo, noi due. Me ne sono accorto subito, fin da quando ti ho vista in quel
Mac Donald. Adesso alzati, sistemati, fai qualcosa. Stanno per arrivare i
tuoi.”
Lucy Mae si alzò meccanicamente.
Finché duravano i soldi, molto
confortante.
Andò allo specchio e osservò la
nuova, pallida, se stessa. Si riavviò i capelli con le dita.
“Che cosa dovrei dire?” mormorò.
Deonne, ancora una volta,
sorrise. “Niente che mi costringa ad ammazzarli, spero. Sei ancora minorenne.”
Lucy Mae strinse le labbra. C’era
qualcosa nella sua bocca che… ma ovviamente erano solo i suoi canini.
Scosse la testa e scese le scale.
Poteva sentire i suoi genitori che uscivano dalla macchina, sbattevano le
portiere, ridevano, aprivano la porta d’ingresso, disinserivano l’allarme.
Che cosa poteva mai dire?
I suoi entrarono in cucina e
accesero la luce. Erano vestiti in gran spolvero.
“Lucy Mae!” esclamò sua madre,
vedendola. “Che cosa ci fai qua al buio? Hai la faccia pallida, ti senti bene?”
“Oh, sì,” disse la voce sorniona
di Deonne, alle sue spalle, con debole accento britannico.
Suo padre aggrottò la fronte. “E
questo chi è, Lucy Mae?”
Lucy Mae scosse la testa, ma
Deonne non aveva intenzione di seguire i suoi consigli. Non ne aveva alcun
bisogno, in effetti.
Lo vide che allargava le braccia
e faceva lampeggiare il suo magnifico sorriso. “Ma come, il vostro nuovo
padrone.”
Il padre e la madre di Lucy Mae
si scambiarono uno sguardo confuso, poi, cauta e un po’ severa, sua madre
chiese: “Tesoro, che cosa succede?”
Lucy Mae non sapeva davvero che
cosa dire.
“Mamma,” confessò, alla fine, con
aria abbattuta, “sono diventata un vampiro.”
venerdì 25 gennaio 2013
Nessuna più
Scrivo per anticiparvi l’uscita di un mio racconto su un’antologia molto particolare. Il titolo è Nessuna più e il tema è l’omicidio di donne da parte di uomini; amanti, mariti, fratelli, ex, amici, sconosciuti…
Un fenomeno le cui dimensioni, come sapete, sono in crescita. Un fenomeno ormai noto con il nome di femminicidio.
Ognuno dei racconti di questa antologia parte da un fatto di cronaca reale e ne dà un’interpretazione personale. L’idea era di mantenere desta l’attenzione sul problema e di onorare la memoria delle donne che sono perite in quella che, è sempre più chiaro, è praticamente una strage.
Tutti i proventi del progetto, a cura di Marilù Oliva, saranno devoluti al Telefono Rosa.
Il mio racconto si intitola “Minnie e Mickey: un lungometraggio animato in tre atti”. Gli autori coinvolti nell’antologia sono:
Vittoria A., Alessandro Berselli, Francesca Bertuzzi, Sara Bilotti, Mariangela Camocardi, Stefano Caso, Gaja Cenciarelli, Milvia Comastri, Laura Costantini, Andrea Cotti, Maurizio de Giovanni, Romano De Marco, Loredana Falcone, Caterina Falconi, Ida Ferrari, Alessia Gazzola, Francesca Genti, Lorenza Ghinelli, Laura Liberale, Elisabetta Liguori, Fabrizio Lorusso, Loriano Macchiavelli, Lara Manni, Marco Marsullo, Marina Marazza, Massimo Maugeri, Raul Montanari, Gianluca Morozzi, Andrea Novelli, Marilù Oliva, Cristina Orlandi, Flavia Piccinni, Marco Proietti Mancini, Piergiorgio Pulixi, Paola Rambaldi, Susanna Raule, Matteo Strukul, Marco Vichi, Cristina Zagaria, Giampaolo Zarini.
Il libro uscirà a marzo 2013 per Elliot Editore.
giovedì 3 gennaio 2013
Un'intervista
Intervista di inizio anno sul blog del mio amico (e collega scrittore) Carlo Deffenù. Potete leggerla QUA.
sabato 22 dicembre 2012
sabato 8 dicembre 2012
Make Your Own Ad 2012
Avete avuto la playlist, avete avuto il racconto nuovo... insomma, non si può dire che questo Natale non siate stati serviti e riveriti. Avreste voluto anche il contest di illustrazioni. Anzi, qualcuno ha anche avuto la faccia tosta di lamentarsi pubblicamente per questa -aehm- inefficienza da parte mia.
Ora, sul contest di illustrazioni non mi incastrerete. Siamo seri. Io conosco i disegnatori. Sono persone meravigliose e tutto quanto. Persone altruiste e piene di voglia di fare, davvero.
C'è solo una cosa che non devi chiedere mai a un disegnatore: disegnare.
Quindi, potete anche accusarmi di essere sospettosa, ma io so che il contest produrrebbe, nella migliore delle ipotesi, qualche svogliata pin-up riciclata e un paio di schizzi affrettati camuffati da Grandi Opere Artistiche con un effetto di Photoshop (o, addirittura, di Instagram).
No, davvero. Non facciamoci del male. Non ce la possono fare, poveretti.
C'è, quindi, qualcosa che possiamo fare per movimentare il perioso pre-natalizio?
Be', sì. Date un'occhiata alle "pubblicità" qua sotto.
Fatto?
Ora, sul contest di illustrazioni non mi incastrerete. Siamo seri. Io conosco i disegnatori. Sono persone meravigliose e tutto quanto. Persone altruiste e piene di voglia di fare, davvero.
C'è solo una cosa che non devi chiedere mai a un disegnatore: disegnare.
Quindi, potete anche accusarmi di essere sospettosa, ma io so che il contest produrrebbe, nella migliore delle ipotesi, qualche svogliata pin-up riciclata e un paio di schizzi affrettati camuffati da Grandi Opere Artistiche con un effetto di Photoshop (o, addirittura, di Instagram).
No, davvero. Non facciamoci del male. Non ce la possono fare, poveretti.
C'è, quindi, qualcosa che possiamo fare per movimentare il perioso pre-natalizio?
Be', sì. Date un'occhiata alle "pubblicità" qua sotto.
Ora, potete suggerire gli slogan per le prossime. Potete farlo nei commenti, qua, o sulla pagina Facebook dei libri.
Uniche regole: nello slogan deve comparire il Natale e il titolo Satanisti perbene.
Le migliori (a mio insindacabile giudizio - questa non è una democrazia) diventeranno pubblicità come quelle sopra.
Se poi vi sentite particolarmente autarchici, potete anche creare direttamente la vostra pubblicità, utilizzando le fotografie che meglio preferite e la copertina del libro che vi metto qua sotto "aperta".
Potete caricare le vostre foto direttamente sulla pagina Facebook o su uno spazio web di vostra scelta, inserendo poi il link nei commenti qua sotto.
Enjoy.
martedì 4 dicembre 2012
Comunicazione di servizio
Il nuovo racconto con protagonista Sensi, Hardcore, è stato inserito nella sezione Free e-books, qua sopra. Lo trovate in formato PDF e EPUB.
Hardcore - 7
Mentre aspettavano che
arrivassero la pattuglia e l’ambulanza, Sensi si accovacciò di nuovo accanto
allo stalker. «Riccardo?» lo chiamò, scuotendolo per una spalla.
L’altro emise una sorta di
lamento.
«Riccardo, sei dei nostri?».
«Oh... che cazzo...?».
«Ti sei preso una padellata in
testa».
Riccardo provò a muoversi, emise
un altro lamento e si accorse di avere le mani legate. «Che diavolo...»
«Ti ho dovuto bloccare. Hai
buttato giù una porta. Eri una furia».
«Ma... che cazzo... dov’è
Aurora?».
Sensi fece un gesto con la testa.
«Di là. Sta bene. Nessuno le ha fatto niente. Ma proprio niente di niente.
Senti, sono il commissario Ermanno Sensi, della squadra mobile. Sei in
arresto».
L’altro sbatté lentamente le
palpebre. Aveva degli occhi chiari, chiarissimi, e delle sopracciglia folte che
gli davano un’aria quasi infantile. «Sei... un poliziotto?».
Sensi annuì. «Aurora mi ha
chiamato perché le stavi facendo paura. Sta arrivando un’ambulanza. Ti daranno
un’occhiata alla testa».
«Non sono pazzo» replicò l’altro.
Sensi sorrise appena. «Questo non
lo so, ma intendevo dire che daranno un’occhiata al bernoccolo che ti ho fatto
con quella padella. Vuoi sederti?».
Riccardo fece cenno di sì. Sensi
lo aiutò a mettersi seduto, con le mani legate dietro e la schiena contro il
muro.
«È solo una puttana...» borbottò
lo stalker.
Sensi stava per spiegargli che
l’avevano provocato per vedere che cosa succedeva, ma decise di non farlo.
Magari era meglio che lui pensasse che era una puttana. Magari l’avrebbe
lasciata perdere.
Il problema con quelli come lui
era che la legge poteva fare ben poco, finché loro non facevano qualcosa di
davvero irreparabile. Le vittime perdevano sempre.
Si alzò e lo lasciò lì, in
corridoio, legato.
-
Più tardi, dovette sorbirsi anche
un decotto di betulla. Dopo tutto quello che era successo, rifiutare sembrava
inutilmente crudele.
Riccardo Manna era stato portato
via in ambulanza. Alla fine, aveva deciso che preferiva il reparto psichiatrico
a una cella.
«Pensi che lo terranno dentro per
un bel pezzo?» chiese Aurora.
Sensi si strinse nelle spalle.
«Per un bel pezzo non credo. Però vedremo di ottenere la carcerazione
preventiva. Potrebbe reiterare il reato. Oppure potrebbe finire in qualche
istituto per malati mentali. Non so. Immagino che dipenda dal suo avvocato,
quando ne avrà uno».
«Ho paura, Ermanno» disse lei,
prendendogli una mano.
Lui sorrise appena. «Be’, mi
sembra giusto. Sei senza porta».
Sorrise anche lei. «Già... adesso
chi lo sente, il padrone di casa». Tornò seria. «Ho paura davvero. Lo so che è
stupido. Riccardo l’avete arrestato e tutto, ma...».
«No, non è stupido. Lo capisco.
Se hai un’asse e qualche chiodo, posso provare a inchiodarti quella porta. Come
carpentiere faccio schifo, però».
«Potresti fermarti» disse lei.
Sensi ci pensò un attimo. Non che
il suo nobile intento si fosse volatilizzato del tutto, come aveva creduto in
un primo momento, ma si rese conto che non poteva.
«Vedi, c’è un momento aureo»
spiegò. «Quando non sei proprio sobrio, ma neanche del tutto sbronzo. Quando le
cose vengono facili ed è tutto divertente. Questo non è uno di quei momenti».
Lei scosse la testa. «Decisamente
no. Niente serata hardcore, quindi. dopo tutto».
Sensi guardò fuori dalla finestra
della cucina. Il cielo iniziava a essere grigio. Il sole porterà via la paura,
si disse. Be’, magari non proprio il sole. Erano alla Spezia.
«Lo sai, mi piace solo la musica
triste» disse, alzandosi.
Scese le scale lentamente e,
altrettanto lentamente, andò verso la sua macchina, che era ancora parcheggiata
in divieto.
Un Dio misericordioso aveva
impedito che gli facessero la multa. Quello, e il cartellino delle forze
dell’ordine.
Si mise al volante senza
accendere e tirò fuori il cellulare.
A un oceano di distanza, il telefono di Carmel era staccato.
Fine.
lunedì 3 dicembre 2012
Hardcore - 6
Si erano avvinghiati, finendo
proprio davanti alle tende. Abbastanza vicini, sperava Sensi, da far sì che la
loro silhouette si stagliasse contro la finestra e si vedesse dalla strada.
Aurora si mise in ginocchio sul
cuscino che aveva previdentemente piazzato per terra e iniziò a mimare un
rapporto orale. Sensi le appoggiò una mano sulla testa, una cosa che, di norma,
non faceva.
«Dovremmo metterci un po’ di
audio» mormorò.
«Sto già per morire di vergogna.
E poi, di logica, l’audio dovresti mettercelo tu».
«Anche questo è vero» ammise lui.
Non molto convinto, cominciò a gemere per finta, prima a un volume normale, poi
ad alta voce.
«Quanto può durare un pompino?»
disse lei, in una pausa.
«Non lo so. Di solito non ci fai
caso. Sono meno di cinque minuti, però».
«Oh, Cristo. Ricomincia a gemere.
Qualcuno potrebbe non averti sentito».
«Grazie per il supporto, eh?
Volevo capire se l’uomo dei kleenex diceva qualcosa».
Rimasero in ascolto per qualche
secondo. Apparentemente no. Forse si godeva lo spettacolo e basta.
«Forse bisogna farlo incazzare di
più» disse Aurora, continuando diligentemente a fare su e giù con la testa.
Sensi ci pensò un attimo.
«Oookey» mormorò. Riprese a gemere più forte e aggiunse un paio di commenti
sulla falsa riga del “ciucciamelo, puttana”, che era un po’ un classico del
genere.
«Non sei tanto scurrile» gli fece
notare Aurora, sottovoce.
«“Ingoiamelo fino alle palle”
andrebbe meglio?»
«Forse».
Sensi sospirò. «Oookey» ripeté, e
provò la sua nuova squallida battuta.
Rimase in ascolto per qualche
secondo. «No, senti, non sta funzionando. Forse l’effetto ombre cinesi non è
venuto bene. Facciamo in un altro modo».
La sollevò per le ascelle e la
appiccicò contro la finestra, sopra alla tenda. Aurora appoggiò le mani
all’altezza della propria testa e una guancia contro la tenda. Sensi appoggiò
le mani accanto alle sue.
«Sogna il sesso anale? Ti informo
che stiamo facendo sesso anale. Sarà meglio che tu dia il tuo contributo,
adesso».
«Oh, cavolo... ma che cosa dovrei
dire?».
«Se non lo sai tu. La fronte.
Appoggia la fronte contro il vetro. Contro la tenda. Hai capito. E ora prova
con il classico “oh, sì, bravo, lì”».
A onor del vero, Aurora era molto
più portata per la recitazione di Sensi. Iniziò a fare dei suoni piuttosto
credibili e aggiunse una serie di frasi ad hoc che rendevano tutto il pathos
della situazione.
Sensi iniziò a ridacchiare sotto
voce. «Ma davvero? Cioè, “sfondami”? Così, al primo appuntamento?».
«E stai zitto».
«No, ma figurati. Lascia che io
contribuisca». E Sensi ricominciò a gemere.
Finalmente, dalla strada proruppe
un grido, tra il rabbioso e il preoccupato. «Aurora!».
«Dai che ci siamo. Propongo di
aspettare un altro po’, prima di venire. Non si sa mai. Potrebbe scappare e basta».
«In un certo senso lo
preferirei».
«In un certo senso lo preferirei
anch’io. È un poveraccio, sai. Forse pericoloso, ma pur sempre un poveraccio.
Oh, tesoro, ce l’hai stretto come un laccio emostatico!».
«Visto che puoi essere
fantasioso, se vuoi?».
«Un collegamento d’idee».
Lo stalker, nel frattempo, stava
dando in escandescenze. Aveva preso a calci qualcosa, a giudicare dal rumore.
«Oh, sì, sei un animale, ti amo!»
gridò lei.
«Mi fai venire i brividi»
commentò Sensi. Sentì il rumore del portone che sbatteva. Sbirciò fuori dalla
finestra. Riccardo non c’era più.
Si allontanò dalla tenda e prese
la padella per il manico.
«Non sembra molto pericolosa»
commentò Aurora, tesa.
«Ho un coltello in tasca, ma
preferirei non usarlo» disse Sensi. Evitò di dire che aveva anche una pistola,
nella sua fondina, sotto alla felpa, sul letto. Mettere una donna incazzata e
una pistola nella stessa stanza era abbastanza pericoloso anche senza che la
donna sapesse che la pistola c’era.
Si spostò verso il corridoio.
«Facciamo un altro po’ di rumore»
sussurrò.
Aurora iniziò a gemere. In altre
circostanze, avrebbe potuto essere stuzzicante. Vederla lì, bianca di paura,
appoggiata allo stipite della porta, non lo era.
«Aurora, apri! Che cazzo ti
stanno facendo? Che cazzo stai facendo, troia?».
Aurora si azzittì e rimase, se
possibile, ancora più ferma, come congelata.
Sensi impugnò meglio la padella e
si avvicinò alla porta d’ingresso.
«Vattene!» strillò Aurora e
quello era esattamente quello che voleva, non era una recita.
«Aprimi, cazzo! Ti hanno sentita
tutti!».
«Non sono affari tuoi! Devi
lasciarmi in pace!».
«Puttana maledetta... con me non
volevi e con questo stronzo sì? Te
ne pentirai!».
Si sentì un colpo sulla porta. Un
battente tremò.
«Vattene! Che cosa stai facendo?»
«Adesso ti faccio vedere io...»
Un altro colpo, più forte. Sensi
fece segno ad Aurora di stare indietro. Si sgranchì i muscoli del collo. Dentro
di lui, Astarotte si svegliò e si stiracchiò, soddisfatto.
Non è roba per te, gli
disse Sensi.
Non si sa mai, sogghignò
l’altro.
Aurora, avvertì, improvvisamente,
un vago odore di fiammifero sfregato. Forse era il legno della porta, forse...
Si sentì uno schianto e un
pannello cedette.
Sensi vide una mano maschile
introdursi nello squarcio e cercare a tentoni la serratura, come in film horror
di serie z. Così, dopo tutto, Riccardo l’aveva fatto.
Era onesto, quello che si
proponeva Sensi? Be’, no. Probabilmente quel tizio non sarebbe mai esploso, da
solo. Il commissario, con gli occhi rossi come sangue, sogghignò. Poteva
conviverci.
La mano riuscì a sbloccare la
serratura e la porta si spalancò. Riccardo l’Uomo dei Kleenex si catapultò
all’interno come un ossesso.
Sensi lasciò che facesse qualche
passo, sereno come un bracconiere che ha inquadrato un cervo.
Poi lo colpì di piatto con la
padella.
Si sentì un suono cupo, come
quello di una campana fessa.
Riccardo l’Uomo dei Kleenex andò
al tappeto.
«Oh, Dio... oh, mio Dio...»
gemeva Aurora, piangendo.
Sensi si inginocchiò accanto al
corpo dell’altro e si assicurò che fosse solo tramortito. Si sfilò il cellulare
dalla tasca dei pantaloni.
«Mi servirebbe qualcosa per
legargli le mani» disse, componendo un numero. «Qualcosa di morbido. Di spugna,
magari».
Si portò il cellulare
all’orecchio. «Max? Ho qua un tizio che ha sfondato una porta e ha cercato di
introdursi con la forza nella casa di una persona. L’ho un pochino tramortito.
Puoi mandare una volante e un’ambulanza?».
Rimase in ascolto qualche
secondo, poi diede l’indirizzo dell’appartamento in cui era.
Aurora, sulla porta della sua
stanza, piangeva e tremava. Gli stava porgendo un asciugamano, senza
avvicinarsi troppo.
Sensi lo prese e legò i polsi
dello stalker.
Si rialzò e andò a rimettersi la
maglietta, la fondina e la felpa.
«Avevi una pistola» disse Aurora,
con voce sottile.
Sensi sorrise lievemente. «È il
momento giusto per dirmi che sei contraria alle armi da fuoco».
Sorrise anche lei. «Be’, lo
sono».
Il commissario arricciò il naso.
«Lo so. Sei contraria a tutto».
Continua...
domenica 2 dicembre 2012
Hardcore - 5
Sensi aveva pianificato la
situazione con la massima cura. Il che significava che, probabilmente, non
aveva tenuto conto di un mare di dettagli e che il piano non avrebbe funzionato
in ogni caso.
Comunque, Sensi aveva
pianificato. Aveva controllato la porta dell’appartamento e si era accertato
che fosse sufficientemente vecchia, sufficientemente fragile e con una
serratura sufficientemente inutile.
Dato che era un appartamento in
affitto di fascia medio-bassa, fu fortunato. Quella porta non avrebbe tenuto
fuori neanche un bambino di dieci anni.
«Ok, adesso tu vai alla finestra
e chiedi per l’ennesima volta a quel tizio di andarsene. Digli che hai bisogno
di un po’ di privacy. Usa proprio queste parole. Poi socchiudi la finestra e
tiri la tenda».
Aurora era piuttosto titubante,
ma dato che si era già dichiarata d’accordo con il piano di Sensi, cercò di
eseguire.
Andò alla finestra e provò a
convincere lo stalker ad andarsene.
Lui replicò che l’amava, la
desiderava e avrebbe fatto qualsiasi cosa per lei.
Mentre l’altro era distratto,
Sensi aprì la serratura del portone.
Aurora si infervorò e coprì il
corteggiatore indesiderato d’insulti. Anche quello, pensò Sensi, andava
benissimo. Rientrò nella stanza e le fece segno di tirare le tende. Aurora lo
fece, con un gesto brusco.
All’esterno continuavano a
risuonare le dichiarazioni d’amore dell’altro.
Sensi passò in cucina e, senza
accendere la luce, prese una grossa padella con il fondo di acciaio inox dalla
rastrelliera. Tornò in camera e la lasciò sul letto, a portata di mano.
«Ok. Pronta?» disse, a voce
bassa.
«Insomma. I vicini penseranno
che...»
«I vicini sono il male del
secolo» la interruppe lui. «Sei contro a tutto, non puoi essere anche contro i
vicini?».
Lei sorrise e scosse la testa.
«Ok» finì per dire.
Sensi si sfilò la felpa e la
maglietta e li buttò sul letto, ma non sopra alla padella.
«Che cavolo è quel segno? Un
pentacolo?» chiese lei, guardandolo.
«Yep. Be’, un sigillo. Ho avuto
anch’io una specie di stalker. Senti, se vedi che sto per mettermi a ridere
dammi un pugno su un piede. Forte».
Aurora si strinse nelle spalle.
Prese il cuscino dal letto e Sensi le lanciò un’occhiata perplessa.
«Comodità» spiegò lei.
Lanciò il cuscino sotto alla
finestra. «Ok, pronta».
«Togliti la felpa, è meglio»
disse Sensi.
Lei se la sfilò insieme alla
maglietta, restando in canottiera.
Sensi ridacchiò e scosse la
testa. «Diamo ai vicini un tipo di intrattenimento hardcore a cui non sono
abituati».
Continua...
sabato 1 dicembre 2012
Hardcore - 4
Aurora l’aveva richiamato quella
sera stessa.
«È qua sotto» aveva detto. «Di
nuovo».
Erano le sette e mezza, fuori
piovigginava e Sensi si era illuso di poter ordinare una pizza e passare la
serata ascoltando musica, con la Vettori che batteva sul soffitto con la scopa,
da migliore tradizione.
Però si era anche ricordato del
suo Nobile Scopo, quindi aveva cercato di dimostrarsi accomodante.
«Capisco» aveva detto. «Che cosa
posso fare, dato che arrestarlo non posso?».
La legge contro lo stalking era
una legge nuova, ma questo non la rendeva meno inutile delle leggi vecchie.
Prima dovevi provare che un tizio ti perseguitava, poi lui poteva
tranquillamente ignorare l’ordinanza restrittiva, dato che nessuna questura
poteva permettersi di mettere un piantone a protezione di una vittima di
stalking ventiquattr’ore al giorno.
Per lo più, le vittime dovevano
ingegnarsi da sole. Alcune finivano per cambiare casa, lavoro, città. Altre
avevano degli amici compiacenti, che menavano lo stalker finché non cambiava
idea. Altre sopportavano. Qualcuna, infine, finiva nelle statistiche.
«Che ne dici di venire a cena? Ti
propongo una seratina hardcore» aveva detto lei.
Sensi, per circa mezzo secondo,
si era illuso che un Dio, dopo tutto, esistesse. Sul Diavolo aveva buone
speranze, ma del vecchio Yahweh non aveva mai visto traccia. Subito dopo aveva
capito che non solo Dio non esisteva ma che, se esisteva, ce l’aveva con lui.
«Wow» aveva detto, piatto.
Naturalmente, una seratina di
punk hardcore non gli sorrideva per niente, ma, in un angolo ottimista del suo
cervello, c’era ancora la speranza che Aurora intendesse del sano porno
hardcore. Non ci credeva neanche lui, ma, comunque, non poteva lavarsi del tutto
le mani del problema “stalker”.
Il tizio sembrava piuttosto
innocuo, ma non si poteva mai sapere.
Aveva finito per mettersi il
giaccone e accorrere in difesa della fanciulla in pericolo, consapevole del
fatto che presto quello in pericolo sarebbe stato lui.
Quaranta minuti più tardi, dopo
aver mangiato una cosa chiamata “cannelloni vegani”, aveva avuto la conferma
dei suoi peggiori sospetti.
-
Così, ora Sensi era lì, seduto
sul pavimento della camera di Aurora, a chiedersi se il nobile scopo che si era
prefisso giustificasse tutto quel dolore.
Gli erano già stati inflitti un
intero album dei Contropotere e una scelta del meglio dei Wretched.
Sensi, che Dio lo perdonasse,
iniziava a sperare che i vicini si lamentassero. Ma, tanto, si era già visto
che Dio non esisteva.
«Potremmo ascoltare un po’ di
Crass, ora» propose, in quel momento, Aurora. Sembrava felicissima di averlo
lì. La coinquilina, chiaramente, aveva pensato bene di tornarsene a Rovigo per
il week-end. Dato che era mercoledì sera, doveva essere un week-end lungo.
«Ma certo. Perché insistere con i
soliti tre slogan in una lingua sola? Vediamo come suonano in inglese» ribatté
Sensi, stancamente.
Aurora sembrò presa da un dubbio.
«Oh. Forse ti dà fastidio che se la prendano con gli sbirri?».
«No» sospirò Sensi. «Mi dà
fastidio che se la prendano con questo sbirro. Chiarito che il potere è il
male, il governo è il male, la tv è il male, la polizia è il
male, la coca-cola è il male e così via, mi chiedo perché sia
necessario continuare a ripeterlo a oltranza, ma, ehi, non è la monotonia a
uccidermi. Io amo la musica monotona. Solo che questa fa cagare».
Ecco, adesso l’aveva detto e poteva dire addio al suo
Nobile Scopo.
Aurora, infatti, incrociò le
braccia con aria bellicosa. «Scusa, tu non credi che la musica dovrebbe avere
un’utilità sociale?» chiese, un po’ impettita.
«No» rispose Sensi, molto
francamente. Iniziò ad alzarsi.
L’altra aprì la bocca,
oltraggiata.
«Allora davvero eri al May
Day per fare rapporto o, non so, reprimere la libertà di pensiero o...» iniziò,
in tono sostenuto.
Sensi si mise a ridere. «Ero al
May Day per accompagnare un mio amico a vedere quello schifo di gruppo
brutal-death. Ti sei fatta un’idea sbagliata, su di me. Se fossi stato lì per
fare rapporto o, cosa ancora più impegnativa, reprimere la libertà di
pensiero, col cazzo che avrei resistito fino alle tre di notte. Avrei fatto
quello che faccio sempre quando c’è da lavorare, ossia me la sarei squagliata.
E poi, io sono il commissario della squadra mobile. Con me sono al sicuro anche
i ladri e gli assassini, figurati i liberi pensatori».
Aurora annaspò. «Cioè... non ti
importa niente?».
Sensi fece un gesto vago
nell’aria. «Mi importa che Riccardo l’Uomo dei Kleenex non si masturbi davanti
al tuo spioncino, anche se ammetto che non è proprio il primo dei miei
pensieri. Mi importa che non ti uccidano, anche se non credo che sia molto
probabile. Detto questo, se continui a obbligarmi ad ascoltare queste schifezze
hardcore probabilmente ti ucciderò io e sarà stata fatica sprecata».
«Ma ti ho detto che ti
invitavo a una serata hardcore casalinga!».
«Mi chiedo se tu abbia mai
proposto la stessa cosa anche a Riccardo l’Uomo dei Kleenex... perché potrei
cominciare a capirlo».
Sensi andò alla finestra e guardò
fuori. Lo stalker era ancora lì.
Aprì la finestra e si sporse.
«Riccardo!» gridò. «Ti ha mai
proposto una serata hardcore casalinga?».
Lo stalker, preso alla
sprovvista, fece un mezzo salto indietro. Poi alzò lo sguardo verso la
finestra. Uno sguardo pieno di rancore. «Sì!» rispose.
«Lo sapevi che il punk hardcore è
un genere musicale, sì?».
«L’ho scoperto!» ringhiò l’altro.
«Che cosa ci fai tu lì? Chi sei? Aurora sta bene?» aggiunse, poi, con la voce
che saliva di tono.
Sensi richiuse la finestra. «All
right. È uno stalker vero» le comunicò. «Paranoico e tutto quanto. E la musica
hardcore gli fa schifo, a conferma che anche le persone peggiori hanno qualcosa
di buono».
Aurora, palesemente agitata,
faceva avanti e indietro per la stanza.
«Forse non capisci che sto per
impazzire» gli disse, mordicchiandosi un dito quasi a sangue. «È sempre lì,
fintamente premuroso! E tu non sei molto meglio. Secondo te, gli avrei proposto
una serata di sesso estremo e ora lui sarebbe solo incazzato perché è andato in
bianco? Ma sei scemo?».
Sensi sollevò le mani in segno di
resa.
«Ci sono andata a letto... normalmente
a letto, ed è stato il peggior errore della mia vita!» strillò l’altra, che non
aveva ancora finito. «Credi che sia stato bello beccarmi le sue telefonate in
cui mi spiegava che me lo vuole mettere nel culo?».
Sensi, sempre con le mani alzate,
ebbe il buon gusto di sentirsi vagamente in colpa.
«Credi che sia bello trovarmi i
suoi disgustosi fazzolettini dappertutto?» aggiunse Aurora. «Credi che sia
bello starmene qua sapendo che lui è lì sotto?».
«Ehm. No, non dev’essere bello»
ammise Sensi, un po’ a disagio. Il suo Nobile Scopo si era completamente
vaporizzato.
«E allora? Non vuoi ascoltare la
musica che piace e me? Bene! Non vuoi restare, dato che non ho intenzione di
farti uno spogliarello? Benissimo! Magari è anche meglio!».
Ormai piuttosto mortificato,
Sensi decise di ricorrere al rimedio più estremo che conoscesse.
«Mi. Dispiace» scandì, senza
abbassare le mani. «Scusa».
Aurora socchiuse gli occhi,
sospettosa. Era chiaro che avrebbe voluto continuare un altro po’.
«Ah, ti dispiace?» provò a
ritorcere, ma aveva ormai perso lo slancio.
Sensi sospirò e abbassò le mani.
«Sì, mi dispiace. Non vado molto forte, nell’empatizzare con le vittime. E la
cura a base di slogan anti-tutto non ha migliorato il mio umore. Ma hai ragione
tu e ho torto io. Solo che non so proprio che cosa farci. Non posso scendere e
riempire quel tizio di botte, lo capisci?».
Il che era solo parzialmente
vero. Una parte di sé si sarebbe divertita da matti, a riempirlo di botte.
Sensi, piuttosto, non voleva.
L’altra tirò su con il naso, ora
più calma. «Sì, lo capisco. Ma che cosa dovrei fare, allora?».
«Non lo...» iniziò Sensi, ma si
interruppe.
Guardò la finestra, poi guardò il
lampadario.
«Potremmo giocare alle ombre
cinesi» disse.
E, in risposta allo sguardo
perplesso dell’altra, aggiunse: «Certo, dovrai affrontare le spese per una
porta nuova».
Continua...
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