martedì 13 ottobre 2009

Clamidia - 26

“Odio questo caso,” confidò Baumann alla Vogel. “Anche se ho un’ipotesi sulla relazione con la morte di Voigt. I due frequentavano gli stessi posti. C’è stato un periodo, quattro mesi fa, in cui la Sculte assumeva mdma.”

La Vogel, seduta dietro la sua scrivania, consultava il fascicolo del caso Voigt.

“Il calibro era un .22. Una pistola da signora, ma si dà il caso che Voigt stesso ne avesse una, regolarmente registrata, che non è mai stata ritrovata.”

“Il problema è, che è difficile essere certi che la Sculte fosse finita in un brutto giro. Le ragazze di Voigt ruotavano, non restavano mai a lungo nella sua scuderia.”

“Questo Voigt era uno schifoso,” decretò la Vogel, del tutto inespressiva.

“Sì, questo è certo. E quasi certamente l’ha ucciso qualcuno che la pensava come te.”

La Vogel sfogliò il fascicolo. “Cinque colpi al torace, sparati da vicino, nessuno dei quali, da solo, sarebbe bastato ad ucciderlo. Un tiratore non professionista.”

“Come una ragazza.”

La Vogel si spostò una ciocca di capelli dal viso. Era decisamente incantevole, pensò Baumenn. Perché doveva essere anche lesbica? Il mondo era un luogo profondamente ingiusto.

“Questo non lo sappiamo.”

“Dovremo ri-interrogare tutta la cerchia di conoscenze di Voigt,” sospirò Baumann.

La Vogel roteò gli occhi. “Inevitabile. Metà delle ragazze sarà scomparsa, lo sai, vero?”

“Sì,” rispose l’altro, iniziando a raccogliere le sue cose. “Da chi cominciamo?”

“Prima la madre – è necessario informarla che abbiamo ripreso l’indagine. Poi la fidanzata.”

“Aveva una fidanzata?”

L’altra sogghignò. “Se vogliamo chiamarla così…”

lunedì 12 ottobre 2009

Clamidia - 25

Il citofono suonò un’ora e venti minuti più tardi, mentre Sensi dormiva. L’aria del suo appartamento era rovente e lui si era messo di nuovo in mutande, ma decise che per Sonia era il caso di infilarsi almeno un paio di pantaloni. In fatto di abbigliamento era schizzinosa.

Lei entrò nell’appartamento un minuto più tardi, senza bussare.

“Ermanno,” disse, e gli lanciò una lunga occhiata valutativa con le mani appoggiate sui fianchi. “Sei sempre il solito sciattone.”

“Grazie, mi tengo su. Tu, invece, sei magnifica.”

Sonia rise e si chiuse la porta alle spalle. “Tesoro, io ci lavoro con questa magnificenza.”

Poi, a suo agio come in casa propria, si andò a sedere elegantemente sul divano e accavallò le gambe chilometriche. Magnifica forse non esprimeva pienamente quello che era.

Era alta più di un metro e ottanta, con un fisico da modella e un visino regolare dagli occhi grandi e truccati di scuro. I capelli erano un caschetto nero così perfetto che probabilmente era una parrucca, le famose gambe chilometriche erano inguaianate in un paio di pantaloni di vinile che terminavano con dei sandali argentati con il tacco a stiletto di dodici centimetri. Dai polsi pendevano decine, forse centinaia di sottili braccialetti d’argento. I seni minuti, quasi adolescenziali, erano tenuti fermi da una fascia nera, che si vedeva perfettamente attraverso la camicia larga, bianca e di stoffa sottile.

“E questo che cosa sarebbe? Un look alla Valentina?” chiese Sensi, andando a prenderle una birra dal frigo.

Lei sgranò gli occhi. “Alcolici? Oh, no, Ermanno. Non hai una diet coke?”

“Red Bull, al massimo.”

“Ma light?” insistette lei.

“Cristo, no. Che cazzo me ne farei? Sono già un osso. E anche tu, se era questo che volevi sentirti dire.”

Momentaneamente placata, Sonia sorrise.

“Al diavolo. Dammi quella birra.” Poi, con gesti veloci e precisi, tirò fuori una sigaretta dalla sua minuscola borsetta di vernice nera, la incastrò sulla punta di un bocchino rosso, si infilò il bocchino tra le labbra color fuoco e protese la punta verso di lui.

Sensi prese l’accendino con cui accendeva i fornelli e, sospirando, l’accontentò. Sonia emise subito un voluttuoso sbuffo di fumo.

“Bel divano,” commentò, bevendo un sorso di birra.

“Grazie. Ora puoi dirmi perché ti sei catapultata qua da… dove stai, ancora a Genova?”

“Esatto.”

“…da Genova, non appena ho fatto il nome di Gunter Voigt.”

Sonia diede un altro tiro alla sua sigaretta. “Ah. Ho saputo che l’hanno fatto fuori, sai. Avrebbero dovuto organizzare una festa. Avrei persino potuto mettere a rischio un paio delle mie scarpe per ballare sulla sua tomba lercia.”

Sensi sorrise stancamente e si lasciò cadere sul divano accanto a lei, con una lattina di Red Bull in mano.

“Doveva essere un tizio eccezionalmente simpatico.”

Sonia bevve un altro sorso di birra. “Era un porco. E tu sai che la mia idea di porco è piuttosto evoluta.”

“Non ho mai avuto la fortuna di conoscerlo. Mi hanno detto che era un pappone.”

“Sì, certo. Le sue ragazze stavano su questo sito, il solito sito di escort, tranne che quelle non erano escort, erano schiave. Concorrenza sleale, tra l’altro. Potevi comprarti una seduta di pissing per cinquanta euro. Compresa tutta la torta, ovviamente. Unprofessional,” concluse, in tono scandalizzato.

“Quindi facevano BDSM?” chiese Sensi.

“Pfui! Se quello è BDSM! No, erano puttane, Ermanno. Solo che indossavano corpetti di latex da due soldi e si lasciavano frustare sul culo.”

Sonia si alzò in piedi, rischiando di andare a sbattere contro il soffitto mansardato dell’appartamento, e andò a buttare nel lavandino un po’ di cenere. I suoi pantaloni erano così aderenti che se avesse avuto dei peli sulle gambe o altrove si sarebbero potuti contare.

“Era un giro di merda, Ermanno. Ma merda vera. La metà era a rota di qualcosa. Non usavano protezioni. Facevano… tutto. E quel viscido figlio di puttana di Voigt non gli lasciava praticamente niente.”

“Non ho ancora capito perché non me lo potevi dire al telefono.”

Sonia fece una smorfia e buttò il mozzicone nel lavandino. “Non mi fido. Non sai mai chi ascolta. Non sai che intercettare è lo sport del momento?”

“Pensavo che avessero appena varato una legge che lo impedisce,” sorrise Sensi.

Sonia rise. “Oh, la magistratura! E chi se ne frega della magistratura. No, tesoro, quelli che ascoltano sono ben altri. O magari, nella tua innocenza, credevi che Voigt fosse solo-soletto? Aveva dei contatti. Non si può mai sapere… qualcuno ascolta me, lo dice a lui e lui lo dice a qualcun altro ancora. Non sarebbe la prima volta. Ho clienti… influenti.”

“Preferisco non sapere.”

Sonia rise di nuovo. Si risedette sul divano e si sfilò i sandali. Aveva le unghie dei piedi smaltate di rosso scuro.

“Oh, sai com’è. Mi piace essere ricca sfondata. Aiutami a levarmi questi affari, sto facendo la sauna.”

Sensi, obbediente, afferrò le estremità dei suoi pantaloni e iniziò a tirare. Sembravano incollati alle sue gambe.

“Piano! Si deformano!” strillò Sonia.

“Sonia, probabilmente bisognerà tagliarli con il bisturi. Poi bisognerà tagliare con il bisturi anche il mio uccello, e sarà un atto di pietà. Non ti ho detto che mi hanno attaccato la clamidia.”

Con uno schiocco secco i pantaloni finirono per staccarsi dalle sue gambe e Sonia li scalciò via. Sotto, inaspettatamente, aveva un paio di minuscoli slip di pizzo nero. Sensi non immaginava che nei pantaloni ci fosse abbastanza spazio anche per loro.

“Oh, ma figurati. Che sarà mai. Un po’ di clamidia capita a tutti.”

“Be’, di solito a me no. Io non faccio il… qual è il nome politically correct per la tua professione, in questo momento?”

Sonia sorrise. “Domina. E, per tua informazione, io non ho mai preso né clamidia né altro. Non sarebbe professionale.”

“È che ho delle difficoltà a considerare una professione prendere a calci la gente e farsi pagare una montagna di soldi per questo. Io lo farei anche gratis.”

Sonia inarcò le sue sopracciglia nere, sottili e magnificamente disegnate. “Tu non capisci la mia arte. Spogliati, ti faccio vedere.”

“Non importa, vivrò con la mia ignoranza.”

Lei rise di nuovo. Aveva una bella risata, rideva con tutto il corpo.

“Ti facevo meno borghese. Ti ricordavo meno borghese.”

Sensi le fece l’occhiolino. “Allora non avevo ancora preso la clamidia. Quindi Voigt è stato ammazzato. Ti ricordi come?”

L’altra sbuffò. “Qualcosa di insignificante. Sparato, accoltellato… niente di veramente outré. Forza, levati quei pantaloni, offendono il mio senso estetico.”

“Le mutande sono ancora peggio, ti avverto.”

Sonia sogghignò. “Allora togliti anche quelle.”

Sensi inclinò la testa da un lato. “Hai mai sentito parlare del dl 41del ’96?”

domenica 11 ottobre 2009

Clamidia - 24

Sensi era tornato a casa verso le undici, l’orario in cui di solito si svegliava. Aveva meditato brevemente di passare al Bar Brin, ma non era ancora pronto a farsi tirare dietro un altro bicchiere da Carmel.

La Riu aveva preso energicamente in mano le operazioni e Sensi non dubitava che sarebbe riuscita benissimo a non fare passi avanti nell’indagine anche da sola.

Questi ladri non erano né scemi né approssimativi. L’idea di sostituirsi agli uomini della Lince non era originalissima, ma aveva funzionato piuttosto bene. E il povero agente Carozzo era stato fortunato ad avere un’urgenza pipì proprio in quel momento. Sensi non dubitava che se non si fosse tolto dalle palle così opportunamente da solo avrebbe rimediato almeno un bel bernoccolo.

La Riu aveva intenzione di far setacciare l’intera città alla ricerca dell’auto bianca con gli adesivi dell’agenzia di sorveglianza per poi rilevare le impronte o chissà cosa.

Sensi dubitava che l’avrebbero ritrovata – o che l’avrebbero ritrovata intera.

Comunque, quando la Riu si metteva in testa qualcosa era molto più semplice lasciarla fare.

La faccenda era scivolata fuori dalla sua mente senza ulteriori contraccolpi. Si era steso sul letto e aveva chiamato Sonia, una sua vecchia amica. O conoscente. O anche amante. Era un po’ la stessa cosa, in fondo.

Il caso dell’uccisione di Hannele continuava a incuriosirlo, anche se si trattava di una curiosità relativa, da quando il suo fantasma si era levato dalle scatole.

“Mh?” rispose al telefono Sonia, al decimo squillo, con voce assonnata.

“Sono Ermanno,” disse Sensi, slacciandosi gli anfibi.

“Ciao. Lo sai che ore sono?”

“Le undici e un quarto. Immagino che stessi dormendo. Vorrei poter dire che mi sono appena svegliato anch’io.”

“Cristo, lo sai che la notte lavoro.”

Sensi sbadigliò. “Sarò breve. Hai mai sentito nominare un tizio di nome Gunter Voigt?”

“E che cazzo ne so? Conosco milioni di persone, Ermanno. Chi sarebbe, questo? Un tedesco?”

“Già. Alto, magro, capelli lunghi e neri. Mi somiglia un po’, ma è più giovane e molto più stronzo. Faceva il pappone a Berlino.”

Il telefono rimase silenzioso per una ventina di secondi, ma Sensi pensò di non farle fretta. Invece scalciò via gli anfibi e si distese sul letto. Almeno il raffreddore stava sparendo, non particolarmente strano, visto che c’erano trenta gradi.

“Vivi ancora in quel buco di città?” chiese Sonia, alla fine. La sua voce ora era dura, tesa, per niente assonnata.

“Già.”

“Dammi il tuo indirizzo.”

Sensi glielo diede.

“Vengo da te. Dammi un’ora e mezzo.”

“Ok,” si limitò a rispondere lui, e le spiegò dove poteva provare a cercare parcheggio.

Clamidia - 23

“Gunter Voigt,” lesse Baumann, dal fascicolo che aveva appena stampato. I suoi colleghi lo ascoltavano in silenzio. “Il suo omicidio è ancora aperto, tecnicamente, ma non è probabile che ci siano ulteriori progressi.”

L’ispettrice Vogel inclinò la testa da un lato. Baumann pensava che fosse piuttosto attraente, ma purtroppo era lesbica. “E noi ci stiamo interessando a lui perché questo poliziotto italiano ha detto…”

“Di interessarci. Esattamente, ispettrice,” la interruppe Schneider. “E inoltre perché è tutto quello che abbiamo. Continui pure, ispettore.”

“Secondo i nostri schedari ha iniziato a lavorare nel giro della prostituzione fin da ragazzino. Sua madre era del mestiere. Verso i vent’anni aveva già il suo piccolo giro: cinque o sei ragazze, per lo più tedesche, ma anche qualche polacca e rumena. Non si trattava di prostitute da strada, almeno, non proprio.”

“Sì, ricordo che lavoravano in vari locali alternativi. Compreso il Dark Friday?” intervenne Schneider.

“Anche, ma non solo. Da qualche anno lavoravano principalmente tramite internet. Un sito simile a quello delle Suicide Girls, ma non del tipo guardare-ma-non-toccare.”

Il commissario aggrottò la fronte: “Suicide Girls?” chiese. “Sarebbero ragazze che vogliono uccidersi?”

Baumann sorrise. “No, signore. Non so perché si chiami così, in realtà. È un sito dove, a pagamento, sono disponibili foto, hem, artistiche di ragazze discinte. La particolarità è che sono tutte ragazze… ecco, alternative. Con piercing e tatuaggi, con strane acconciature e così via.”

“Un sito pornografico?”

“Soft-core. Comunque il sito di Voigt non aveva niente di soft. Potevi telefonare e una delle ragazze ti raggiungeva o ti dava un appuntamento da qualche parte, spesso in un locale alternativo. Anche se dubito che i clienti fossero molto alternativi. Facevano bondage, S&M…”

Schneider scosse la testa, abbattuto.

“È meglio che cominci dall’ABC, ispettore.”

sabato 10 ottobre 2009

Clamidia - 22

L’agente Antonio Carozzo, al contrario di Baumann, non era molto ottimista. Anzi, si sentiva come se gli avessero appena chiesto di infilare la mano in un favo d’api.

In parte dipendeva dal fatto che la chiamata gli era arrivata da un commissario capo in persona. Quelli di solito non si abbassavano a parlare con la truppa e quando lo facevano non era mai un buon segno.

Inoltre il commissario che l’aveva chiamato era il commissario Sensi della mobile, sul quale, in questura, si dicevano delle cose: che era incazzoso, che il questore ce l’aveva in palmo di mano, che era praticamente un folle imprevedibile e che per di più otteneva anche dei risultati, con la conseguenza che non l’avrebbero mai rimosso.

Poi c’era la faccenda dell’abbigliamento, ovviamente. Era sempre vestito di nero e appena c’era un raggio di sole si infilava un paio di occhialetti da saldatore, il che spiegava perché era così pallido.

Carozzo aveva deciso da tempo che, se avesse fatto carriera, gli andava bene tutto meno che la mobile. E, be’, meno che la Digos, visto che il commissario Bignardi era un paranoico e lo sapevano tutti.

Comunque quello non era il momento di pensare alle promozioni, quanto, piuttosto, di non farsi sbattere sulle autostrade.

Scese dall’ascensore e si guardò cautamente intorno. Un open-space. Non c’erano fotografie di morti squartati in bella vista, né gente che lucidava la pistola, né teschi usati come fermacarte.

Non c’era nemmeno nessuno in vista a parte una donna che scriveva forsennatamente al computer, semi-sommersa da pile ordinatissime di fogli.

Carozzo, teoricamente, aveva staccato, ma era ancora in divisa. La donna, come se avesse un radar, sollevò gli occhi dal monitor per guardarlo.

“La porta in fondo, agente. Il commissario e gli ispettori la aspettano.”

Ispettori? Carozzo deglutì rumorosamente. Non aveva capito che ci sarebbero stati anche degli ispettori.

Comunque, ormai si era presentato e tanto valeva che andasse. La porta in fondo era socchiusa e dall’interno proveniva la voce bassa e secca di un inglese. Carozzo iniziò a sudare. In che razza di casino si era cacciato, senza nemmeno accorgersene?

Bussò una volta sulla porta socchiusa, sentendosi terribilmente sulle spine.

“Avanti,” rispose una voce femminile, brusca.

Carozzo entrò. L’ambiente era in penombra, se la quasi-oscurità si poteva definire penombra.

Il commissario Sensi era seduto dietro a una scrivania e stava parlando al telefono in inglese così velocemente che Carozzo non era in grado di capire una parola.

Davanti alla scrivania erano seduti un uomo e una donna. Lei la conosceva di fama: era l’ispettrice Riu. Dicevano che aveva il carattere più merdoso dell’intera questura. L’altro era un giovanotto biondo sui trentacinque, che nel complesso aveva un’aria quasi simpatica. Fu l’unico a sorridergli, quando entrò.

La stanza era il posto più disordinato che Carozzo avesse mai visto. C’erano pigne di fogli, libri e pattume vario su ogni superficie disponibile e anche per terra.

Mentre continuava a parlare il commissario accartocciò una lattina di Red Bull e la tirò dentro un cestino stracolmo, da cui rimbalzò sul pavimento. Poi, con un’ultima veloce raffica di suoni incomprensibili concluse la sua telefonata.

Alzò su di lui due occhi piccoli, grigi e stanchi.

“Si accomodi, agente Carozzo,” disse, ovviamente in italiano.

Carozzo si guardò attorno, nel panico. L’unica sedia libera era occupata da un’impressionante pila di fogli.

Il giovanotto biondo li prese e li buttò disinvoltamente per terra. “Qua andrà bene,” disse, sorridendogli di nuovo. Questa volta, però, a Carozzo il sorriso sembrò di derisione.

“Sì, signore,” riuscì a spiccicare lui, alla fine, e si sedette rigidamente sulla sedia appena liberata.

Sensi lo guardò per un istante in silenzio, poi fece una smorfia. “Merda, devo andare in bagno,” disse. Si alzò e fece il giro della scrivania.

“Buona fortuna, capo,” disse il giovanotto biondo.

“Ti penserò tutto il tempo,” rispose il commissario, uscendo dalla stanza.

Per un paio di interminabili minuti rimasero tutti e tre in silenzio. Il giovanotto biondo leggeva i messaggi sul suo cellulare, l’ispettrice fissava il vuoto con aria bellicosa e Carozzo li guardava di sfuggita, quando non si guardava le scarpe.

Alla fine il biondo si staccò dal suo cellulare e disse: “Ti volevo chiedere, Riu, tu lo sai come si è preso la clamidia?”

“Ci sono dettagli che preferisco non conoscere,” ribatté l’altra, sarcastica. “Ma sono certa che, se glielo chiedi, ti farà un resoconto completo.”

“Secondo me è stato in qualche trucido locale gotico berlinese,” disse il biondo.

“Probabile.”

“O in qualche trucido locale gotico italiano.”

“Oppure me l’ha attaccata tua sorella, Mainardi,” giunse una voce da dietro le loro spalle, ed era quella, scazzata, del commissario.

Il biondo non sembrò né offeso né sorpreso. Il commissario si risedette dietro alla scrivania.

“Dunque,” disse, “ci spieghi com’è successo che non si è accorto che i ladri erano entrati nel negozio.”

Carozzo fu quasi sollevato. Questa se l’aspettava e sapeva già come scaricare la colpa su qualcun altro.

“Be’, signore, in realtà quelli che non se ne sono accorti sono stati gli uomini della Lince,” disse, compito.

Sensi inarcò le sopracciglia e guardò l’ispettrice Riu.

“Ha altre domande?” chiese.

Carozzo si lasciò quasi sfuggire un sospiro. Il commissario aveva già finito. Era chiaro che sapeva già tutto quello che c’era da sapere e l’aveva chiamato solo per avere una sua dichiarazione sulla faccenda. Era altrettanto chiaro che Carozzo non poteva essere incolpato di niente.

“Ovvio che ho altre domande, commissario,” rispose l’ispettrice, dopo un significativo istante di pausa. “Non voglio annoiarla, ma di solito le dichiarazioni si raccolgono per intero. Quindi, agente Carozzo… lei era di guardia davanti alla gioielleria. Che cosa è successo, poi?”

“Sono stato lì, fermo, per quasi tre ore. A un certo punto è arrivata una macchina della Lince. Ho salutato i colleghi e – lo ammetto – ho lasciato la mia postazione per pochi minuti, chiedendo loro di sostituirmi.”

“E perché ha lasciato la postazione per pochi minuti?” continuò la Riu.

Carozzo fece il suo migliore sorriso di sincero imbarazzo. “Un bisogno fisiologico, ispettrice.”

Sensi inarcò di nuovo le sopracciglia nei confronti della collega, ma non disse niente.

“Quando sono tornato la situazione era sotto controllo, non era cambiato assolutamente niente. È chiaro che anche gli uomini della Lince devono essersi allontanati e…”

“La sua interpretazione non ci interessa,” lo interruppe l’ispettrice, secca. “Che cosa è successo, poi?”

Carozzo scosse la testa, abbattuto. “Non ne ho idea. Eravamo lì, tranquilli, quando ai colleghi è arrivata una chiamata che li avvisava che c’era un furto in corso, e il furto era proprio nella gioielleria che stavamo sorvegliando. Inizialmente abbiamo pensato a uno scherzo, ma nel frattempo erano arrivate altre due macchine della Lince e un paio delle nostre pattuglie. Siamo entrati nel negozio e abbiamo constatato che c’era stata un’effrazione.”

Carozzo restò in silenzio, mentre il commissario e l’ispettrice si guardavano in modo significativo.

“Immagino che non conoscesse personalmente gli uomini della Lince che sono stati così gentili da restare a sorvegliare il negozio mentre lei pisciava, giusto?” chiese Sensi, alla fine.

Carozzo scosse la testa. “Mi dispiace, signore.”

“Già. Ma scommetto che erano due tizi di media statura, tra i trenta e i quarantacinque, coi capelli castani.”

“In effetti sì, signore.”

Sensi inclinò la testa da un lato. “Il che ci fa pensare…” disse, guardando fisso l’ispettrice Riu “…che la banda sia almeno di quattro elementi. Uno doveva entrare a segare i cardini della porta, mentre gli altri due rimanevano fuori e il quarto era dai coniugi Russo. Be’, è già qualcosa. Grazie, agente Carozzo, può andare.”

Carozzo, sollevato, si alzò e iniziò a uscire.

“Ah, un’ultima cosa.”

“Sì, signore?”

“A quanta gente ha già raccontato questa storia?”

Carozzo arrossì. “Un paio di colleghi signore. Perché?”

Il commissario sventolò una mano come a dire che non importava.

“Volevo solo sapere se ci avrebbero dato degli imbecilli sul giornale di domani o di dopodomani.”

venerdì 9 ottobre 2009

Clamidia - 21

Il Polizeiobermeister Schneider si era alzato alle sei e mezza come tutte le mattine. Si era preparato per uscire con la consueta meticolosità, indossando un completo comodo e una cravatta azzurro pallido. Era arrivato nel suo ufficio alle sette e mezza e aveva controllato la posta.

L’ispettore Baumann era arrivato circa un quarto d’ora più tardi, con la faccia stanca e preoccupata.

“Posso parlarle?” aveva chiesto, e Schneider l’aveva fatto accomodare.

“Riguarda l’indagine sull’uccisione di Hannele Sculte.”

“Lo immaginavo.”

“Sono arrivati gli esami del capello. La ragazza ha usato mdma per un breve periodo quattro mesi fa, circa per un mese, per il resto era pulita.”

“Un’ulteriore prova che non si è trattato di un delitto tra tossicodipendenti.”

Baumann annuì seccamente. “Mi stavo facendo delle domande su quel mese, però.”

“Ha ragione. Non possiamo trascurare nessuna pista.” Poi, senza apparente connessione, Schneider sollevò il telefono e aggiunse: “Proverò di nuovo a rintracciare il nostro collega italiano.” Staccò un post-it giallo dal monitor del computer e inforcò un paio di occhiali. Poi, leggendolo dal post-it, compose il numero dell’interno dell’ufficio del commissario Sensi della questura della Spezia.

“Buongiorno,” disse, dopo qualche secondo, in inglese, rivolgendo un sorriso falso alla cornetta, “sono il Polizeiobermeister Schneider, mi dispiaccio per l’orario della mattina… cerco il Polizeiobermeister Sensi, sì?”

Baumann, sconfortato, non osò fare commenti sull’inglese dell’altro. Il capo era il massimo della democrazia, ma c’erano cose che era meglio non fargli notare.

“Ah, salve! Come va’ avanti, oggi?”

Sensi, nel suo ufficio in penombra, con ancora davanti Mainardi e la Riu, soppresse diligentemente la tentazione di rispondere che andava avanti come al solito, brancolando nel buio.

“Siamo a metà di un’inchiesta rognosa, Polizeiobermeister. Non ho dormito neanche un minuto, ma volevo chiamarla.”

“Sì? Bene, anche io voglio chiamarla.”

Sensi evitò di fargli notare che era esattamente quello che stava facendo. “Riguarda Hannele Sculte.”

“Sì, anche io!” esclamò il poliziotto teutonico, chiaramente speranzoso. “Io capisco l’importante indagine su Mafia, mh-mh… suo magistrato mi ha detto. Ma noi necessitiamo delle informazioni sulla vittima che lei detiene.”

Sensi aggrottò le sopracciglia. “Mafia?”

“Sì, sì, io non so niente. Solo… una voce nel corridoio, ok?”

“Già, be’, non ho idea di quel che le hanno detto, ma io non sto facendo nessuna indagine sulla Mafia.”

“Certo. Io non so niente. E Hannele?”

Sensi sospirò, rinunciando a spiegargli che aveva un problema di rapinatori, non di mafiosi. “Penso che dovrebbe controllare la morte di un certo Gunter. Purtroppo non sono riuscito a sapere il cognome. Un tizio alto, magro, coi capelli lunghi e scuri, il viso lungo, con l’aspetto di un gotico. Aveva una saletta riservata al Dark Friday o qualcosa del genere. Non ho idea di come sia morto, ma potrebbe esserci una connessione con il suo caso.”

“Io forse conosco. Gunter Voigt, un… uno… come si dice quando uno è il papà di una prostituta?”

“Pappone,” rispose Sensi. “Be’, controlli lui.”

“Se lei potesse dire come ha saputo questo…”

Sensi scosse la testa, sorridendo. “Me l’ha detto il fantasma della vittima. Adesso la devo lasciare.”

“Ooo-kay. Tutto molto riservato. Ooo-kay, collega. Io la tengo in aggiornamento.”

Schneider chiuse la comunicazione, sorridendo felice.

“Inizia a sbottonarsi,” confidò all’ispettore Baumann.

Baumann gli restituì il sorriso. L’inglese del vecchio poteva essere pessimo, ma alla fine otteneva sempre quello che voleva.

giovedì 8 ottobre 2009

Clamidia - 20

Alle sei e venti Sensi era in questura. Non si poteva considerare un arrivo mattutino, perché non aveva dormito per niente.

Mainardi sembrava appena uscito da un lavaggio in centrifuga, la Riu era granitica come al solito. Tudini era l’unico che si era salvato da quel caso pernicioso, visto che si stava occupando di una serie di scippi sugli autobus. Sensi gli aveva già detto di arrestare tutti i controllori, per sicurezza, ma Tudini, inspiegabilmente, sembrava pensare che fossero innocenti.

“Ispettrice, ci racconti la sua ricostruzione dei fatti,” iniziò, stancamente, Sensi, sorseggiando la sua seconda Red Bull della giornata.

“I tre sospetti, maschi, bianchi, tra i trenta e i quarantacinque anni…”

“La versione breve, ispettrice, se non le dispiace.”

“Hanno scassinato la saracinesca, l’hanno riabbassata, hanno disattivato l’allarme e poi si sono dati a segare i cardini della porta.”

“E il pannello di controllo dell’allarme…”

“È subito dietro la saracinesca. Uno entra e ha trenta secondi per disattivarlo. Poi apre la porta. Non so di chi sia stata questa brillante pensata…” la Riu si passò una mano sulla faccia, il primo segno di stanchezza che Sensi le avesse mai visto fare. “Comunque. C’è un altro pannello dietro la porta. Disattivato anche quello. L’agente sulla strada non ha visto niente.”

“Traduzione: dormiva,” commentò Sensi.

“Lui sostiene di no.”

“È quello che sosterrei anch’io. Ma poteva anche essere andato a pisciare.” Sensi si interruppe un attimo e guardò la propria lattina di Red Bull. “Merda,” bofonchiò, “adesso dovrò farlo anch’io.”

Resisteva stoicamente da quella notte alle quattro e mezza, ma era chiaro che il tè della signora Russo, unito a due lattine di Red Bull, alla fine l’avrebbero fregato.

Tirò fuori il blister degli antibiotici, ne buttò giù uno e ci bevve sopra un altro sorso di Red Bull.

“Hai già problemi di prostata, capo?” scherzò Mainardi.

“Ha preso la clamidia,” rispose la Riu, volenterosa.

“Sì, me l’ha attaccata l’ispettrice,” spiegò Sensi, serissimo. “Okay, facciamo un pronostico: quanto ci vorrà prima che chiami Marini?”

Mainardi aggrottò la fronte. “Supponendo che si svegli alle sette e mezza, che arrivi in ufficio alle otto… abbiamo ancora un’oretta e mezza, capo.”

Sensi soppesò brevemente l’informazione.

“Dategli in pasto l’agente piscione,” deliberò, alla fine.

“Signore, con tutto il rispetto…” iniziò la Riu.

“Ispettrice, è chiaro. Il rispetto è fondamentale. E poi l’ho perdonata per avermi attaccato la clamidia, sa.”

Lei sospirò. “Con tutto il rispetto, io credo che dovremmo farci un’altra domanda.” Un lieve sorriso. “Oltre a come pararaci il posteriore, intendo.”

Sensi ruotò la sua poltroncina verso di lei e intrecciò le mani dietro alla nuca. “Posteriore? L’altra notte non era così educata, ispettrice…”

La Riu aggrottò la fronte. “Ha mai sentito parlare del dl 41del ’96?”

Sensi continuò a sorridere, rilassato, facendo ruotare leggermente a destra e a sinistra la poltroncina. “Le sembro il tipo, ispettrice? Ma sono certo che è in grado di citarmelo a memoria.”

“Ma certo. Dice che per molestia sessuale si intende ogni atto o comportamento indesiderato, a connotazione sessuale, che leda la dignità e la libertà morale della persona, compresi anche gli atteggiamenti puramente verbali o scritti. E aggiunge che se il comportamento é tenuto da un datore di lavoro oppure da un superiore gerarchico, avvalendosi di forme di pressione o ricatto in relazione alle condizioni di lavoro o comunque allo status di lavoratore o lavoratrice subordinati, la pena é della reclusione da tre mesi a due anni.”

Sensi inarcò le sopracciglia in modo enfatico. “E non conosce anche qualche legge contro il mobbing, ispettrice?”

La Riu sospirò. “Signore… stavo cercando di farle notare…”

“Ispettrice, lei stava cercando di rompermi le palle. Sicuramente c’è una legge anche per quello e l’avrei dovuta querelare da tempo. Adesso ci riprovi senza la premessa del dovuto rispetto.”

“Allora, senza alcun falso rispetto, signore, credo che ci sia una domanda che non ci stiamo ponendo: l’agente di guardia poteva essere andato ad urinare quando i ladri sono entrati, ma quando sono usciti dov’era? E poi…”

“Come cazzo ha fatto ad accorgersi che c’era stata un’effrazione?” concluse Sensi.

La Riu socchiuse gli occhi.

“Quando non molesto sessualmente i miei sottoposti a volte mi capita di pensare. È una pessima abitudine, ma l’ispettore Mainardi questa mattina non era disponibile per la solita sveltina nei bagni.”

Mainardi ridacchiò. “Capo, avevi giurato che non l’avresti detto a nessuno!”

La Riu sbuffò. “Be’, qualcuno di voi due ha una risposta?”

Sensi buttò giù un altro sorso di Red Bull, serafico.

“Effettivamente sì,” ammise.

mercoledì 7 ottobre 2009

Clamidia - 19

Il palazzo era uno di quelli stretti e sbilenchi del centro storico, ma il tipico aspetto esteriore era tutto quello che gli restava di storico. L’appartamento dei coniugi Russo era del tipo che Sensi detestava: grande, pieno di oggetti d’antiquariato, tappeti persiani, statuette di porcellana, soprammobili vari, quadretti di nature morte sui toni del marrone, tende pesanti, e delle orribili nappine appese ai cassetti.

Nell’aria aleggiava un vago, ma percepibile, odore di lavanda.

I coniugi Russo erano seduti su uno dei divani del salotto, Mainardi era in piedi accanto a un mobile oscenamente barocco, con il taccuino in mano.

“Capo,” lo salutò.

Sensi si presentò e planò sull’altro divano. La signora Russo lo guardò come se fosse un animale esotico, ma non senza una certa simpatia.

Di certo quel commissario dai pantaloni neri e aderenti e dai capelli lunghi e arruffati non era in linea con la sua idea di poliziotto standard, ma sembrava guardare alla cosa più con divertita benevolenza che con sospetto.

Il marito, un uomo rubizzo sulla settantina, inarcò a sua volta le sopracciglia in modo divertito.

“Allora,” iniziò Sensi, accavallando le gambe, “riassumiamo. Verso le tre e mezza di questa notte qualcuno suona alla vostra porta. Il signor Russo va ad aprire e si trova davanti al naso una pistola. Corretto?”

“Veramente ho guardato dallo spioncino,” ammise il signor Russo, con espressione contrita.

“E ha visto?”

“La canna di una pistola.”

Sensi si tirò indietro i capelli. “Ha aperto la porta.”

L’uomo annuì.

“Scusi se glielo chiedo… ma perché?”

Il signor Russo si agitò un po’ sul divano. “Perché avevano una pistola,” rispose, come se non avesse capito bene la domanda e ripetere quello che aveva già detto fosse l’unico modo che aveva trovato per non fare scena muta.

Sensi ripensò alla porta blindata che aveva visto entrando e, non per la prima volta nella sua carriera, si chiese se non sarebbe stato molto più semplice fare il ladro, anziché il poliziotto.

“Okay. Erano tre, giusto? Sono entrati e…”

“E avevano come delle calze di seta nera… sa, da donna,” aggiunse il signor Russo, un po’ scandalizzato.

“Detta così sembra che siate stati sequestrati da tre travestiti,” gli fece notare Sensi.

Il signor Russo ridacchiò, in imbarazzo. “Intendevo sopra la faccia.”

“Certo. Non avrei dovuto fare dell’umorismo. Poi hanno chiesto a lei e a sua moglie… dov’era lei, signora?”

“In camera da letto. Ma mio marito è tornato e dietro c’era un signore con una pistola – anche se io non l’ho vista, perché ero senza occhiali e alla mia età, lei capisce…”

“Ma certo. comunque si è resa conto che si trattava di una situazione di pericolo.”

La donna annuì. “Mi sono presa uno spavento…”

“Poi cos’è successo?”

“Niente, sono venuta in sala con loro, e lì c’erano altri due uomini.”

“Come erano fatti?”

Fu il marito a riprendere la parola. “Uno era un giovanottone. Un po’ più alto di lei, ma più grosso. Non grasso… molto massiccio. Era lui che aveva la pistola, anche se poi l’ha abbassata e se la teneva contro la coscia.”

“Gli altri due erano di corporatura normale,” aggiunse la moglie.

“Colore della pelle? Dei capelli?”

“Be’, sa, ero senza occhiali…” iniziò la signora.

Sensi sospirò e si voltò verso il marito. “Erano bianchi. Parlavano da italiani. Cioè: solo quello con la pistola.”

“Quello con la pistola, il giovanottone, parlava da italiano.”

“Gli altri non parlavano quasi. Ma credo che fossero italiani anche loro. I capelli erano sotto quelle calze da donna…” sembrava che il fatto che non avessero indossato dei virili passamontagna fosse il dettaglio che turbava di più il signor Russo. “Forse erano scuri. Non lo so.”

“Bene. Vi hanno fatti sedere in sala e vi hanno chiesto la combinazione dell’allarme e della cassaforte.”

I due annuirono.

“Ve l’ha chiesto il giovanottone. Che parole ha usato, ve lo ricordate?”

“Non so. Non era… maleducato,” disse il signor Russo.

“Un accento particolare?”

“Non era di qua,” asserì la moglie. “Forse di Roma, o comunque più a sud.”

“Okay. Gli avete dato le combinazioni.”

“Sì. Uno degli altri le ha scritte su un pezzo di carta, con una matita.”

“E poi il tizio grosso vi ha chiesto le chiavi della porta.”

La signora Russo sospirò. “Sì. Ma forse gliel’hanno detto, noi non ce l’avevamo, perché mio marito se l’è dimenticate in negozio. Poi ha chiuso nostro figlio, Giacomo. Allora l’abbiamo chiamato e gli abbiamo detto: Giacomo, devi per forza aprire tu, domattina, perché papà ha lasciato le sue chiavi in negozio e Giacomo ha detto…”

“…Ancora?” concluse la frase il signor Russo. “Questo mese mi è già successo due volte.”

I due coniugi si lanciarono un’occhiata quasi divertita.

“E voi avete spiegato questa cosa ai rapinatori. Loro cos’hanno detto?”

“Oh, il signore grosso ha chiesto se nostro figlio abitava qua vicino e io ho detto subito, oh, no… sta dall’altra parte della città!” La signora Russo sembrava soddisfatta di come si era comportata.

Sensi sorrise appena. “Ed è vero?”

La signora Russo fece una buffa espressione contrita, facendo oscillare la testa come a dire: così-così. “Be’, sta in via Chiodo…”

Il sorriso di Sensi si allargò. “Molto bene. Poi che cosa è successo?”

“I due hem, ladri…” Sensi aveva già notato che la donna chiamava tutti “signore” ed era evidente che usare la parola “ladri” per descrivere dei ladri non le piaceva. D’altronde che i ladri non fossero ladri ma persone per bene era quello che sosteneva da un pezzo il governo. “…Se ne sono andati e quell’altro signore, quello più alto, è rimasto con noi. Siamo stati qua in silenzio per un po’, qualcosa come venti minuti o mezz’ora…”

“È rimasto in piedi?”

“Sì. Cioè, io gli ho detto che poteva sedersi…”

“Marta, ma certo che poteva sedersi, aveva una pistola!” protestò il marito.

L’altra fece una smorfia come a dire che suo marito non si stava comportando bene. “Comunque non si è seduto,” concluse, leggermente impettita.

Il signor Russo iniziò a ridacchiare. “Se fosse rimasto ancora un minuto Marta gli avrebbe chiesto se voleva qualcosa da bere! Ma poi gli hanno fatto un squillo al cellulare e lui se n’è andato senza dire niente.”

“Non gli avrei chiesto…” iniziò la moglie.

“Qualcuno ha pensato di guardare dalla finestra per vedere se era in macchina o a piedi?” la interruppe Sensi, gentilmente.

I due coniugi si guardarono a vicenda.

“Ma questa è una zona pedonale!” disse la moglie.

“Oh, certo, e il ladro, essendo un cittadino responsabile non sarebbe mai entrato con la macchina!” rimbeccò il marito. Sospirò e si rivolse a Sensi. “È fatta così. Davvero avrebbe offerto al ladro anche un po’ di tè, se lui non se ne fosse andato prima.”

“Non è vero,” replicò la signora Russo, con sussiego. “Ma, commissario, le possiamo offrire qualcosa? Non so come ho fatto a non chiederglielo prima.”

Sensi si grattò la nuca e lanciò un’occhiata all’orologio. Erano le cinque del mattino.

“Lei mi legge nel pensiero, signora,” sorrise.

martedì 6 ottobre 2009

Clamidia - 18

A Sensi quei ladri iniziavano a stare sulle palle. Questa volta avevano derubato una gioielleria in piazza Cavour o, come veniva chiamata normalmente, piazza del Mercato.
Il mercato c’era ancora, tutte le mattine. La larga piazza rettangolare, attraversata per il lungo da corso Cavour, era coperta da un’avveniristica tettoia di vetro e acciaio bianco a forma di onda - o di vela, non si era capito bene.
Erano anni che il consiglio comunale varava solo progetti che in qualche dettaglio rimandassero al mare, “vera risorsa della città”. In questo modo Spezia si era travata ad avere un centro fieristico che somigliava a una lattina di acciughe (molto marino) e una fontana che in teoria avrebbe dovuto rappresentare quattro vele, ma in pratica era chiaramente un organo genitale femminile gigantesco se vista di fronte e un deretano se vista di lato.
Piazza del Mercato, nel complesso, non era così male: quanto meno la nuova copertura aveva un aspetto serio.
La gioielleria Cavour era una delle più vecchie della città e si trovava sul lato Est della piazza, tra un Benetton e una merceria.
La saracinesca era semplicemente alzata, della porta blindata erano stati segati i cardini, la cassaforte aperta.
Sensi osservò il buco nel muro con la fronte aggrottata.
“Questa volta non possono averci messo meno di sei minuti,” disse, lanciando uno sguardo irritato verso la Riu.
Lei incrociò le braccia. “Questa volta hanno disattivato l’allarme.”
Sensi avvertì chiaramente che stava per ricevere un’altra notizia di merda. “Ah,” disse, “significa che da qualche parte abbiamo anche un gioielliere rapito?”
La Riu fece una smorfia. “Non esattamente, signore. Diciamo che l’idea di fondo era quella.”
“Me lo può spiegare o vuole far salire la suspense?”
“Sono andati a casa dei signori Russo, i proprietari della gioielleria, e si sono fatti aprire la porta pistola alla mano. Dopo essersi fatti dare la combinazione del sistema d’allarme e della cassaforte hanno chiesto le chiavi della porta, solo che i proprietari non le avevano.”
“Non avevano le chiavi del loro negozio?”
La Riu scosse la testa. “Una copia era rimasta in negozio per errore, l’altra ce l’aveva il figlio, che avrebbe aperto domani mattina.”
“E il figlio abita…”
“Dall’altra parte della città. La porta non è un problema insormontabile, anche se non hai la chiave. Così due dei ladri – dei rapinatori, a questo punto – sono andati al negozio, mentre il terzo restava con i coniugi Russo.”
“E questi coniugi Russo, adesso, dove sono?”
“A casa loro, in via dei Mille.” Visto che il commissario la guardava con espressione vuota, la Riu aggiunse: “La strada qua accanto.”
“Mh,” grugnì lui. “Vado a parlargli.”

lunedì 5 ottobre 2009

Clamidia - 17

Un fantasma, per quanto generalmente sgradevole, risolve almeno in parte il problema della calura di fine estate.

Sensi, in mutande, era già passato dentro Hannele almeno tre volte per cercare di rinfrescarsi.

Ogni volta Hannele tremolava e si lamentava, ma non se n’era ancora andata, segno che forse non le dispiaceva nemmeno.

“Sei insopportabile…” piagnucolò, quando Sensi la attraversò per la quarta volta.

“Solo accaldato. E, grazie a te, ho anche il raffreddore. Non posso mettermi a mollo in una vasca piena di ghiaccio.”

“Potresti dormire.”

“Certo che potrei. Ma tu non lo desideri davvero, no?”

Hannele si abbracciò con le sue braccia fantasma. “Ho freddo. Non voglio restare da sola.”

Sensi si lasciò cadere sul divano.

“Se ti siedi sopra di me ti faccio compagnia.”

Hannele non sembrava convinta. Scosse ripetutamente la testa.

“Forza, da brava,” scherzò Sensi, “vieni sulle ginocchia del paparino.”

Hannele chinò la testa e si avvicinò obbediente. Sensi inarcò un sopracciglio.

“Sulle ginocchia, da brava,” ripeté, in tono più basso, come se stesse cercando di convincere un gatto a non scappare.

Hannele gli sfiorò una gamba con la punta delle dita.

Dava i brividi, questo era certo.

“Siediti qua,” disse Sensi.

Il fantasma, inizialmente, fece solo un passo avanti. Le sue ginocchia attraversarono semplicemente il corpo di Sensi, facendogli rizzare tutti i peli del corpo.

“Siediti,” disse, di nuovo, lui.

Hannele si sedette. All’iniziò attraversò Sensi e il divano, ma alla fine riuscì a prendere le misure. Era come stare in mezzo a una corrente di aria fredda, solo che l’aria non si muoveva affatto.

“Che cosa farai per me?” chiese Sensi, quando lei sollevò appena gli occhi per guardarlo.

Hannele non rispose.

I fantasmi erano obbedienti, se usavi le parole giuste, se sceglievi il ricordo giusto, ma non loquaci in senso stretto. Il fatto era che loro ripetevano quello che avevano fatto da vivi, per lo più.

Sensi non aveva idea di che cosa avrebbe dovuto spingerla a ripetere. Non era sicuro di chi stesse interpretando.

“Avanti, sto aspettando,” disse.

Hannele sembrò indecisa, poi iniziò a sfilarsi lentamente la felpa grigiastra.

Sensi osservò con gli occhi socchiusi.

“Ma che belle tettine,” disse, in modo quasi meccanico.

Aveva freddo e aveva anche una sensazione schifosa nella bocca, una sensazione che non aveva relazione col fatto che lei fosse un fantasma.

Hannele si accarezzò un seno con il dorso della mano, sfiorando il ciondolo mezzo bianco e mezzo nero che aveva al collo, e si chinò su di lui. Sensi chiuse gli occhi.

“Ti piace?”

“Non ancora.”

“Vuoi che balli?”

“Ma tu balli da schifo.”

Hannele si risollevò. Sembrava ferita.

“Forza, dai, balla, se proprio vuoi. Come facevi…”

“Al Dark Friday?”

“Già, se proprio devi.”

Hannele si sollevò, liberandolo almeno dalla sensazione di gelo.

Iniziò a sentirsi una musica cupa. L’idea di un certo tipo di musica, di certo. Non proveniva da un punto in particolare, piuttosto, era lì, nell’aria.

Hannele iniziò a muoversi languidamente, continuando a spogliarsi.

Dark Friday, pensò Sensi. Be’, se al Dark Friday ci fossero state delle donne che ballavano spogliandosi era certo che ci avrebbe fatto caso.

La musica continuava ad aleggiare nell’aria, cupa, anche più cupa della musica cupa che Sensi ascoltava di solito.

Ma non era musica, non nell’accezione più comune. Era musica fantasma ed era musica gelata.

Hannele continuava a muoversi e a spogliarsi. Ormai aveva soltanto da un minuscolo paio di slip neri e il ciondolo con lo yin e lo yang al collo. Tutto il resto era pelle luminescente e non del tutto a fuoco.

Sensi avvertiva improvvisamente il bisogno di mettersi addosso qualcosa, ma persino lui capiva che le manifestazioni spettrali di quel tipo erano fragili e che non si doveva muovere.

“Muovi un po’ quelle chiappe,” disse.

“Ok, Gunt- Ermanno,“ rispose Hannele, con un filo di voce.

Sensi continuò a osservare.

Le luci erano più flebili ora, e al rumore della musica si mescolava un altro rumore, più lontano: voci di ubriachi che parlavano in tedesco, suoni di risate, tavoli spostati… il rumore di un locale notturno, ma non quello di una pista da ballo, di un bar o di quell’angolino vicino ai bagni dove la gente parla. Erano i rumori di una saletta privata.

Hannele ballava come una marionetta, dimenando i fianchi in un modo che Sensi non avrebbe trovato sensuale nemmeno in una donna viva e nemmeno dopo tre o quattro birre.

Che buffo, pensò, di solito è chi lo vede, il fantasma, ad avere paura.

E Hannele, al contrario di quello che Sensi aveva pensato in un primo momento, non era un fantasma debole, che compare e scompare, che si limita a fissarti con occhi vuoti. Era un fantasma piuttosto carico d’energia – non il più forte che avesse mai visto, ma non proprio impotente.

L’aria era gelida e carica di una strana elettricità.

La musica era forte, adesso, decisamente forte. La solita signora Vittori, del piano di sotto, gli avrebbe piantato un casino.

E poi nell’aria in fondo alla stanza ci fu uno sfarfallio.

Sensi sentì che i capelli, sul collo, gli si rizzavano come aculei.

All’inizio era solo una vaga luminescenza, ma diventava più definita di secondo in secondo.

La musica si trasformò in un grido di chitarre elettriche, si distorse come in un incubo.

L’uomo camminò nel suo salotto, che ora era un privé fantasma, con passo spavaldo. Allargò le braccia come se fosse al settimo cielo ed esclamò: “Ein Party! Gute Idee, Baby!”

Hannele smise di ballare e per un istante sembrò terrorizzata.

L’altro non ci fece caso, si avvicinò e la prese per una natica, tirandola verso di sé.

Gunter – perché non poteva essere altri che lui – era un tizio alto, magro, più giovane di Sensi, ma con gli stessi capelli lunghi e neri, più neri dei suoi, tinti. Sensi non riusciva a distinguere bene il viso, ma era lungo e incavato, come il suo. Gli occhi erano sicuramente più grandi, il naso diverso… era difficile a dirsi. Da lontano, avrebbe potuto essere lui.

Gunter gridava in tedesco, palpava Hannele con la sicurezza di qualcuno che, se non è un amante, almeno crede di esserlo.

Hannele era spaventata.

Sensi si limitò a osservare quella gente morta che continuava con i vecchi vizi.

Gunter la baciava e le infilava le mani negli slip. Rideva e sembrava compiaciuto.

Sensi conosceva il tipo e per un istante si chiese se anche lui, quando ci provava con una tizia, sembrasse così spavaldo, prepotente e coglione.

Ovviamente no, si rispose.

Poi si concesse un mezzo sorriso.

Ovviamente sembrava solo disperato.

Gunter continuava a giocare con Hannele. Era un gioco pesante, più che il gioco di un amante sembrava quello del gatto col topo. La faceva girare, la toccava, la leccava, la mordicchiava, la sculacciava.

A Sensi quell’esibizione non serviva a niente.

Si alzò in piedi, in mutande. Avrebbe davvero voluto avere addosso almeno una maglietta, adesso.

Batté le mani una volta, forte.

La musica si fermò, la luce diventò la luce normalmente attutita del suo salotto.

Gunter si voltò verso di lui come se l’avesse morso un serpente.

“Wer bist Du?“ sbraitò, come se fosse il padrone della baracca.

“Sono quello che ti butta fuori, Gunter,” rispose Sensi, in inglese, sperando che quello stupido spettro capisse. “E se avessi un briciolo di cervello, sapresti che quella che sta tenendo su tutto è Hannele. È lei lo spirito potente, tra voi due. Divertente, vero?”

L’altro lo guardò con faccia ebete. Evidentemente aveva capito il succo del discorso, ma non che cosa il discorso significasse.

“Nell’Aldilà… lei ti fa il culo a scacchi,” chiarì Sensi.

Poi sollevò una mano e tracciò un ghirigoro nell’aria. Gunter l’avrebbe visto.

“Nell’Aldiqua, d’altronde… di gente che può farti il culo a scacchi ce n’è parecchia. Ti bandisco, cazzone. Rimetti piede in questa casa e brucerai da dentro per l’eternità.”

Il fantasma di Gunter per un istante sembrò stupito del fatto che un essere umano in mutande lo stesse cacciando dal luogo dove era apparso, ma poi, osservò di nuovo l’aria dove Sensi aveva tracciato il suo ghirigoro e iniziò a svanire.

“Hannele,” disse il commissario, con una certa urgenza, “aspetta.”

Anche lei stava svanendo. “Hai ragione. Sono più forte io. Grazie per avermelo mostrato.”

“Dimmi chi ti ha uccisa.”

Lei lo fissò con gli occhi duri, decisi, gli occhi di un fantasma così forte che sta per smettere di esserlo. “Gunter,” rispose.

“Non è vero,” replicò Sensi, con urgenza. Lei svaniva. E non sarebbe tornata.

“Sì, è stato lui… mi ha fatto del male persino da morto. È stata colpa sua.”

“Materialmente… chi è stato?” insistette Sensi.

Lei scrollò le spalle.

“Non so. Che mi frega?”

Un istante dopo non c’era più.

Tre ulteriori fatti si verificarono all’istante.

L’aria tornò a essere insopportabilmente calda e umida.

Il rumore della vicina del piano di sotto che batteva con la scopa sul soffitto diventò improvvisamente assordante.

Il cellulare iniziò a squillare.

Sensi rispose.

“Capo? C’è stata un’altra rapina.”