sabato 14 agosto 2010

Quello che non sai - 14

Si era svegliato tra le cazzo di lenzuola di marca. Almeno non aveva sognato. Aveva paura, di sognare. Era scivolato giù dal letto in silenzio, si era lavato in un bagno con i rubinetti di marca e si era rivestito.

Era uscito nel giardino recintato della villa. Faceva caldo. Voleva una Red Bull.

Aveva guardato la macchina di Lia, parcheggiata accanto alla sua. Be’, Salvemini avrebbe apprezzato il dettaglio. Aveva guardato ancora la macchina.

Era rientrato, aveva lasciato un biglietto e aveva preso le chiavi dal gancio.

Era partito sulla Maserati Gran Turismo, con l’aria condizionata al massimo.

In autostrada toccò i centosettanta senza neanche accorgersene. Il signor Vallambrini poteva permettersi un autovelox, probabilmente. Se poi non poteva permetterselo, poteva sempre vendere un altro pezzo di sua moglie.

Arrivò a Medesano in quaranta minuti. Erano le dieci del mattino e lì faceva ancora più caldo che a Spezia.

Parcheggiò e chiuse le portiere col controllo a distanza.

“Bella macchina,” gli disse un tipo che portava a spasso il cane.

“È che avevano finito le Aston Martin,” rispose Sensi, con un sogghigno. Si diresse verso l’indirizzo di Aldino.

Era una villetta nascosta dagli alberi, con la facciata tutta scrostata.

Il campanello emise un suono gracchiante. Un attimo dopo la porta si aprì e Sensi vide un tizio cicciotello, sui cinquant’anni, con una maglietta sformata, degli spessi occhiali e pochi capelli.

Il tizio lo guardò e fece un passo indietro.

“N-no…” mugolò, spaventato.

Sensi inarcò le sopracciglia. “Sono un amico di Dario. E non ho intenzione di farti del male.”

L’ometto indietreggiò ancora, ma non chiuse la porta. “N-non tu… è lui a farmi paura.”

“Non uscirà,” spiegò Sensi, tranquillo. “Mi serve il tuo aiuto.”

“N-non credo che…”

“Mi serve sul serio. Devo salvare una donna in difficoltà. Sei Aldino, giusto?”

L’altro annuì. Poi fece uno scatto in avanti per bloccare il gatto che cercava di uscire.

“Okay, entra,” disse, tenendo stretto l’animale.

Sensi avanzò nella penombra. C’era un salotto con delle poltrone spaiate, un camino spento, qualche cartaccia sul pavimento, delle scatole piene di libri e almeno altri quattro gatti, tutti grassi e semi-addormentati.

“Scusa per il disordine,” disse Aldino, appoggiando per terra il felino che aveva in braccio. “Sai, sono matto.”

Sensi sorrise. “Me l’hanno detto.”

“Vuoi qualcosa da mangiare?”

“Se non è friskies.”

Aldino lo guardò un secondo, poi rise, come se avesse capito solo in quel momento che era una battuta. Aveva ai piedi delle ciabatte di gomma, che strusciarono sul pavimento mentre andava in cucina. “Un kinder delice va bene?” urlò dall’altra stanza.

“Benissimo,” confermò Sensi.

“No, non vuole parlare con te,” rispose l’altro, a voce più bassa.

“Uh?” fece Sensi.

Aldino ritornò in salotto con in mano una merendina ancora incartata. “Niente,” disse, “allora, con chi vuoi parlare?”

Sensi prese la merendina, la scartò e iniziò a mangiarla a grandi morsi.

“Ti puoi sedere su quella poltrona, se vuoi. Spostati, Remo.”

Sensi si aspettava di vedere un gatto, ma sulla poltrona non c’era niente, se non qualche pelo grigiastro.

“Devo parlare con Lorenzo Cervi,” disse, cercandosi una posizione comoda. Aveva assistito a qualche seduta spiritica, e tendevano a essere faccende lunghe e noiose.

“Lorenzo Cervi,” ripeté Aldino, ondeggiando leggermente. Non diede segno di volersi sedere. “Hai qualcosa di suo?”

Sensi inclinò la testa da un lato. “Non ti agiterai, vero?”

L’altro ridacchiò. “Non posso saperlo, sono matto.”

Sensi annuì. Aveva senso. “L’ho ucciso,” disse. “Ho questo, di suo.”

“Oh, sì. Oh, sì. Lorenzo è arrabbiato, con te,” cantilenò l’altro, guardandosi attorno. “Dice: che cazzo vuoi. L’ha detto lui,” aggiunse, quasi a scusarsi.

“Lorenzo è qua?” chiese Sensi, leggermente stordito. Un gatto gli saltò in grembo e iniziò a fare le fusa. Poi tutti i gatti iniziarono a fare le fusa, contemporaneamente, e i peli delle braccia di Sensi si rizzarono.

“Dice: che cazzo vuoi.”

“Voglio che mi spieghi come sei riuscito a scomparire,” rispose Sensi, cauto.

“Ride. Dice: no-no-no-no-no. Dice: mi ricordo di te. Ride. Dice: perché dovrei. Mi sta facendo un po’ paura, capo.”

“Non preoccuparti. È una mezza sega. Dimmi come hai fatto, Lorenzo, o ti farò cercare. Non importa dove sei. Non sarai mai al sicuro.”

Aldino ondeggiò ancora un po’ sulle sue ciabatte di gomma. “Aspetta, più piano,” disse, a qualcun altro. Poi scosse la testa e aggiunse: “Non ti crede. Non vuoi trovarlo.”

“Sono giorni che faccio cose che non voglio fare,” rispose Sensi.

“Dice: me ne vado.”

“Guardami.”

Aldino guardò in un punto alla sua destra e Sensi immaginò che lo spirito di Lorenzo Cervi fosse più o meno lì. “Dimmi questa cosa e ti lascerò in pace.”

“Ride. Dice: pace. Pace. Pace. Non sai cos’è.”

“Ma so che cos’è il suo contrario. Adesso parla, prima che lo metta sulle tue tracce.”

Aldino sobbalzò. “Capo, avevi detto che non l’avresti fatto uscire.”

“Be’, forse mentivo. Dipende tutto da questa mezza sega.”

Aldino si voltò verso la sua destra. “Non ho i soldi per pagare i danni, amico. È meglio che gli dici quello che vuole.”

I gatti iniziarono a miagolare. Tutti insieme, verso il punto in cui guardava Aldino. Poi cominciarono a soffiare, con i peli dritti sul collo.

“Dice: ok. Dice: l’ultima volta. Dice: una domanda, una risposta.”

Sensi si sistemò meglio il gatto sulle ginocchia e si appoggiò allo schienale della poltrona. Come prevedeva, ci sarebbe voluto un po’.

“Quando sei scomparso, sei per caso diventato cieco?” iniziò.

venerdì 13 agosto 2010

Quello che non sai - 13

Lenzuola di marca. Lingerie raffinata. Sesso appassionato. Sensi si rivoltò sulla pancia e pensò che, in fondo, la vita avrebbe potuto andargli peggio. Peccato solo che non ci credesse neanche lui.

Le lenzuola gli sembravano ridicole. La lingerie non gli interessava. Il sesso era disperato, non appassionato.

“Ti regalerò un paio di lenzuola dell’ipercoop,” borbottò, cercando il cuscino sul pavimento.

“Non capisco perché le detesti così tanto,” rispose lei. Aspettò che lui si sistemasse meglio e iniziò ad accarezzargli i capelli. “Sei sposato?” chiese, di punto in bianco.

“Starai scherzando.”

“Conosco un sacco di uomini che non portano la fede.”

Lui sorrise. “Che non la portano in tua presenza, vuoi dire.”

“No, intendevo… che non la portano e basta. Ne conosco anche un bel po’ che la portano. Non è un cerchietto d’oro che fa la differenza. Volevo soltanto sapere se eri sposato, tutto qua.”

“Non sono sposato.”

“Ma hai una compagna,” insistette lei.

“No,” disse Sensi.

“Libero come l’aria. Mi piace. Cioè… chissà com’è.”

Lui si voltò dal suo lato. “Non ho detto che sono libero come l’aria.”

“Quindi c’è una donna.”

“Dove c’è un problema c’è sempre una donna,” rispose lui. Poi si corresse: “Oppure un uomo.”

“Hai capito,” non lo lasciò svicolare, lei.

“Anche tu,” sorrise lui.

Lei si alzò a sedere e si accese una sigaretta. “Voglio lasciare mio marito,” disse, sbuffando un po’ di fumo.

“Sì?”

Lei aspirò di nuovo. “So che non ti interessa, ma è una persona schifosa.”

“Non ho mai detto che non mi interessa.”

“Be’, è una persona schifosa. Ti sembrerà contorto, ma se io fossi un uomo non vorrei che mia moglie si sbattesse tutti quelli che passano per farci sopra dei soldi.”

“Ci hai fatto dei soldi sopra anche tu.”

Lei diede un altro tiro. “Non quanti lui. E poi non è giusto. È sempre stato lui a decidere chi dovevo scopare.”

“Tranne Roberto Lucero.”

“Be’, non solo. Ci ho provato qualche altra volta, ma poi lui si arrabbiava e mi picchiava. Oppure mi costringeva ad andare a letto con lui. Questa è un’altra cosa che non ti interessa, immagino.”

“Immagini male,” disse Sensi.

Si alzò a sedere a sua volta. “Solo che, vedi, mi fa incazzare. Irragionevolmente. E non vuoi vedermi incazzato, te l’assicuro.”

“Incazzato con me?” chiese lei.

Sensi scosse la testa.

“Allora incazzato con lui.”

“Odio le violenze domestiche, di qualunque tipo siano.”

Lia si sporse verso di lui. “Non l’ho mai vista in quest’ottica. Mi è sempre sembrato il pedaggio per vivere in questa casa, per avere una bella macchina e dei bei vestiti. Quando l’ho sposato sapevo che non era l’uomo che volevo. Sapevo che aveva qualcosa di cattivo. Ed è sempre stato bruttissimo.”

Sensi la prese e se la tirò sopra, sperando che smettesse di parlare, ma lei non lo fece.

Invece continuò, in un sussurro veloce, con le labbra nei suoi capelli: “Per i primi due anni l’ho sopportato. Poi ho conosciuto un tizio. È diventato il mio amante. Lui l’ha scoperto. È stata la prima volta in cui mi ha picchiata. Ho pensato che avesse ragione.”

“Non aveva ragione,” mormorò Sensi, limitandosi a tenerla sopra di sé.

“Dopo un po’ ha comprato l’attrezzatura video. Non quella che hai visto tu. Dell’altra, più vecchia. Una sera ha portato qua un suo amico e ha iniziato a raccontargli che ero una puttana. Che mi piaceva andare a letto con tutti. Ero andata a letto solo con un altro. Comunque gli ha detto che mi piaceva scoparmi chiunque, gli ha fatto capire che poteva farlo anche lui. E così è successo. Mio marito riprendeva, di nascosto.”

Sensi la baciò, sperando che tacesse, ma lei scostò le labbra e continuò a parlare.

“Poi capitò di nuovo. Altre volte. Poi mi disse che potevo fare da sola. Intanto ero rimasta incinta. Disse che dovevo abortire, perché la gravidanza mi avrebbe sciupato la linea, il parto mi avrebbe sciupato la figa. Così ho abortito.”

“Basta, per favore,” mormorò Sensi.

“Non l’avevo mai detto a nessuno,” rispose lei. Rimase sopra di lui, respirando vicino al suo orecchio. “Scusa,” aggiunse, dopo un po’. E poi: “Che cosa fai, piangi?”

“In questo periodo è un continuo.”

“Non ho mai visto un uomo che piange.”

“È perché non mi conosci da molto tempo,” sorrise lui.

“Perché piangi?”

Sensi scosse la testa.

“Non me lo vuoi dire?”

Lui la baciò ancora.

“Mi baci per non dirmelo,” disse lei.

“Già.”

“Ma io voglio saperlo. Se non me lo dici penserò che ti faccio solamente pena.”

“Mi fai pena,” mormorò lui.

“Non voglio.”

“Non posso scegliere. La prima volta che ti ho vista ho pensato che assomigliavi a mia madre. Neanche quello potevo sceglierlo.”

Lei sorrise appena. “E tua madre mi assomiglia?”

Sorrise anche lui. “No.” Ci ripensò. “Sì, solo che non ti assomiglia esteticamente.”

“Dev’essere bella, tua madre. Tu sei bello.”

Lui rise, poi tornò serio. “Non lo so. Non so se mia madre sia mai stata bella. Forse sì. Quando ero piccolo non la era già più. Quello bello era mia padre, così diceva lei.”

“Non sei d’accordo, mi pare.”

“Volevo ucciderlo. Per tutto quello che faceva passare a lei. Mia madre è alta un metro e quaranta. Quante botte puoi dare a una donna alta un metro e quaranta?”

Lia gli scostò i capelli dalla faccia. Sensi guardava il soffitto e aveva smesso di piangere.

“E l’hai ucciso? Sembri il tipo da farlo.”

Lui scosse la testa. “No, è scomparso molto prima che ne avessi la forza. Spero che sia morto per conto suo. No, spero che sia un vecchio invalido e che nessuno si prenda cura di lui. Spero che muoia solo come un cane, nel suo stesso piscio. Ecco che cosa spero. Come vedi, neanch’io sono una bella persona.”

“Sì, invece,” affermò lei.

Lui rise.

“Allora diciamo che sono un tipo.”

giovedì 12 agosto 2010

Quello che non sai - 12

Era stato di pessimo umore tutto il giorno. Il papà del ragazzino a cui aveva rotto il vetro della macchina l’aveva denunciato e, per di più, il video in cui prendeva un pugno era finito su internet. Aveva smesso di contare i colleghi che lo salutavano con una finta alla faccia.

Aveva smesso di preoccuparsi dell’alone giallastro che aveva ancora sotto l’occhio.

Aveva passato l’intera giornata a evitare Salvemini e a cercare di non pensare a quella sera. Almeno a evitare Salvemini ci era riuscito, anche se l’aveva avvistato un paio di volte e aveva un’aria più nera della sua. Tudini sembrava incazzato e questa era un’altra cosa alla quale Sensi aveva cercato di non pensare.

Poi era arrivata la sera e si era ritrovato a incrociare nel parcheggio dell’Unieuro mangiando i pop-corn che aveva comprato al multisala lì vicino. Un sacco di pop-corn, che in seguito aveva vomitato dietro un cespuglio.

Poi aveva bevuto della pepsi.

Poi aveva camminato ancora, avanti e indietro, avanti e indietro.

Poi era andato nel bagno del multisala a pisciare, dopo aver scoperto che per entrare doveva comprare il biglietto di uno spettacolo.

Poi era uscito di nuovo nel parcheggio e aveva ricominciato a camminare avanti e indietro, avanti e indietro.

Stava quasi per andarsi a comprare un pacchetto di sigarette che non avrebbe fumato, quando finalmente arrivò la macchina che aspettava. Era una Maserati Gran Turismo color fumo e non passava propriamente inosservata. Si fermò accanto alla sua jeep come una balena spiaggiata.

Lia scese un istante dopo, con addosso un completo-pantalone di lino bianco che la faceva sembrare una missionaria. Rossetto color corallo, occhi dalle lunghe ciglia contornate di nero.

“Me l’ha dato!” rise, allegra come una bambina, mostrandogli un dvd dalla custodia rigida.

Sensi la osservò in silenzio.

“Ehy, ti ho detto che…”

“Stai bene?”

Lei rise, una risata da bambina. “Non è stato per niente difficile. Aveva già capito che questo filmato non gli serviva a niente. È stato molto… educato.”

Sensi annuì.

“Raccontami che cos’è successo,” disse.

“Qua? In questo squallido parcheggio?”

“Abbi pietà.”

Lei sorrise e gli si avvicinò di un passo. “Oookay, amore, ma più tardi…”

“Non baciarmi,” disse lui, facendo un passo indietro. “C’è gente.”

Sulla fronte di Lia si formò una piccola ruga verticale. “Che cosa c’è? Adesso hai paura che ti scopra la tua ganza? Mi ero fatta un’idea diversa di te.”

Sensi scosse la testa. “La ganza non c’entra niente. Raccontami che cosa è successo.”

Lei sbuffò. “Sei una tale palla quando diventi tutto ligio. Va be’.” Si avvicinò di nuovo, ma questa volta non cercò di baciarlo, si limitò ad abbassare leggermente il tono della voce. “Dunque, sono andata in via Torino, ho citofonato…”

“La versione breve,” la interruppe Sensi.

“Mi ha fatto entrare in casa…”

“Com’è fatta?”

“La casa?”

“Mh.”

Lei ci pensò un attimo. “Ho visto solo il soggiorno, ma c’erano altre quattro o cinque porte. Il soggiorno non era niente di speciale. Mobili del Mercatone, roba così. Una grossa tv, dozzinale.”

“Ok.”

“Gli ho detto del dvd e lui mi ha chiesto perché lo rivolessi. Ho fatto la sentimentale, mi riesce bene.”

Sensi sorrise. “Questo è vero.”

“Alla fine ha detto che me l’avrebbe ridato. È andato a prenderlo nella seconda stanza a destra. Non ho visto bene, ma credo che fosse la camera da letto.”

“Ok.”

“Poi gli ho chiesto se ce n’erano delle altre copie, e lui ha risposto di sì. Gli ho chiesto se potevo avere anche le altre e lui ha fatto per tornare nella stanza di prima, ma poi ha cambiato idea. Ha detto che gli avrebbe fatto piacere tenerne una, per uso personale. Ha detto proprio così: uso personale. Allora ho sorriso e gli ho detto che poteva. Mi ha salutato gentilmente.”

“È tutto?” chiese Sensi.

“Pensi che ci sia andata a letto?” replicò lei, leggermente innervosita.

“Te lo sto chiedendo.”

“Perché avrei dovuto farlo?”

Sensi si limitò a inclinare la testa da un lato.

“Sei proprio stronzo.”

“Al massimo, curioso. Ma, no, non sono curioso. Semplicemente, mi serve saperlo.”

Lei guardò verso il cielo, sbuffando. “No, non ci sono andata a letto. Non vado a letto proprio con tutti, va bene?”

“Ok,” si limitò a ripetere, lui.

“Lo sai che sei incredibile? Non vuoi che ti baci in pubblico, ma poi ti arrabbi se pensi che sia andata a letto con un altro.”

Sensi rise. “No, credo che tu non abbia capito.”

“Ah, quindi non sono solo una puttana, sono anche scema,” replicò lei, gelida.

“Ecco, non penso nessuna delle due cose.”

“E che cosa, pensi, allora?”

Lui sorrise. “Ho due biglietti per un filmaccio d’azione.” Li tirò fuori dalla tasca e glieli mostrò.

“Mi vuoi portare al cinema?” fece lei, incredula.

“Se ti va.”

“Ma non ti posso baciare.”

Lui fece segno di no con la testa.

“Quindi perché non possiamo andare a casa mia e fare l’amore?”

Sensi sbloccò le portiere della sua jeep. “Non ho mai detto che non possiamo.”

mercoledì 11 agosto 2010

Quello che non sai - 11

Quella sera fece una telefonata. Era una telefonata che non voleva fare e si chiese silenziosamente perché, nell’ultimo periodo, si era trovato a fare così tante cose che non voleva fare.

Per Salvemini, poi.

Il telefono suonò a vuoto per qualche secondo, poi una voce maschile rispose: “Sì?”

Sensi si lasciò cadere sul suo divano rosso. “Dario?” chiese.

“Sì, chi…?”

“Ermanno.”

Ci fu un silenzio.

“Ermanno? Quell’Ermanno?”

“Già,” rispose Sensi. “La tua voce non è cambiata.”

L’altro rise. “Neanche la tua. Da quanto… porca merda, saranno dieci anni.”

“Già.”

“Ho ricevuto i tuoi libri.”

Ci fu un altro silenzio.

“Avrei voluto fare di più,” finì col dire, Sensi.

“Non potevi fare niente. Non potevi, giusto?”

“No,” ammise Sensi.

“Sono felice di risentirti. Ho sentito dire che hai ammazzato uno del vecchio giro.”

Sensi chiuse gli occhi. “Ho dovuto.”

“Lorenzo era un pazzo.”

“Già.”

“Ermanno, come stai? Hai una voce strana.”

Lui sorrise. “Sto piangendo. È per questo che ho una voce strana.”

“E perché piangi?” chiese Dario, con quel suo lieve accento torinese che lo faceva sembrare sempre più gentile di quanto fosse davvero.

“Non so. Forse perché sono contento di risentirti. Forse perché sono preoccupato. Forse così, senza motivo. C’è una cosa che ti devo chiedere.”

Dario rimase in silenzio.

“Forse mi servirà uno spiritista. Uno vero.”

L’altro rise. “Niente meno. Be’, fammi pensare…” Passò un altro po’ di tempo. “C’è una tizia, a Siracusa…”

“Un po’ più vicino?”

“Allora Aldino, a Medesano.”

“Sarebbe?”

“Vicino a Parma.”

“Aldino,” ripeté Sensi. “Non lo conosco, giusto?”

Dario rise. “Non lo conosci. È un mezzo matto, anzi, un matto tutto intero. Uno da salute mentale.”

“Ma è uno spiritista.”

“Diciamo che coi morti ci parla come se fossero nella stanza. Non vorrai chiamare Nadia, vero?”

Sensi scosse la testa. Poi, visto che l’altro non poteva vederlo, disse, con voce strozzata: “No.”

“Davvero?”

Sensi sorrise. “Sì, davvero. Sai, le parlo anche troppo.”

“Ancora?”

Sensi sorrise di nuovo. “A volte. Grazie, Dario.”

“Oh.oh. Ho toccato un argomento proibito, vero?” rise l’altro.

“È la tua specialità.”

“Mi richiamerai?”

“Se posso, no.”

“Che la tua volontà sia sempre rispettata, signore delle ombre,” rise Dario. Poi tornò serio. “No, ci sentiremo ancora, forse ci rivedremo, ma non adesso. Ti do l’indirizzo di Aldino.”

“Grazie,” disse Sensi e si alzò per prendere una penna.

Dario gli diede l’indirizzo.

“Addio,” lo salutò. “Non metterti nei casini.”

“Già fatto,” rispose Sensi e chiuse la chiamata.

Poi si appallottolò sul divano e restò lì per un po’. A parlare con Nadia. A chiederle scusa ancora una volta.

martedì 10 agosto 2010

Quello che non sai - 10

Sensi era triste e nervoso, più triste e nervoso del solito. Non si voleva occupare di quel caso, il che era abbastanza normale. Non gli era mai successo di volersi occupare di un caso. Ma questa volta non se ne voleva occupare in modo più pronunciato. In effetti, avrebbe preferito accollarsi due casi di omicidio, piuttosto che occuparsi di quella faccenda.

Per quale motivo, poi? Perché gliel’aveva chiesto Salvemini.

Aveva lasciato la questura subito dopo la chiacchierata con Tudini, verso mezzogiorno, e si era diretto verso Bellavista con l’aria condizionata al massimo.

Non voleva rivedere Lia, eppure si preparava a farlo. C’era qualcosa di triste e di tragico, in lei, qualcosa che a Sensi non piaceva. Per qualche motivo incomprensibile, gli ricordava sua madre.

Be’, non gliela ricordava abbastanza da non poter andare a letto con lei, comunque, per cui avrebbe fatto anche questo, anche se era un’altra cosa a cui non teneva molto.

Ma la cosa che voleva fare meno di tutte, e che avrebbe fatto lo stesso, era chiederle di esporsi ulteriormente.

Scacciò il pensiero, schivò il motorino che cercava di farsi investire e infilò nello stereo un cd dei Bauhaus. Tanto, più giù di così non poteva sentirsi.

Dopo l’immancabile controllo al video-citofono, Lia lo accolse in un’inedita mise indianeggiante.

“Fossi in te, aggiungerei anche un turban…” iniziò a dire, scendendo dalla jeep. Lia gli tappò la bocca baciandolo come se fossero stati sbalzati improvvisamente dentro Via col vento.

“Mi sei mancato,” gli sussurrò, allontanandosi giusto di qualche millimetro.

Sensi, a disagio, chiuse a chiave la jeep senza che ce ne fosse bisogno. Non era molto probabile che qualcuno venisse a rubargliela nel giardino della villa. Non con una Maserati parcheggiata lì accanto, comunque.

Poi Lia lo trascinò all’interno, verso la frescura della camera da letto.

“Sarei venuto per…” riprovò a dire qualcosa, Sensi, ma fu di nuovo bloccato da un bacio passionale.

“Non che io abbia qualcosa contro l’essere un uomo oggetto, ma…”

Lia lo spinse sul letto e iniziò a slacciargli i pantaloni. “Zitto,” disse.

Sensi sospirò. Quando lei gli slacciò gli anfibi sospirò di nuovo. Sospirò anche quando gli sfilò la maglietta.

“E smettila,” lo rimproverò lei, salendogli sopra. “Sembri un condannato a morte.”

“È solo che volevo chie…”

Ma lei aveva iniziato a leccarlo e Sensi non aveva più le idee molto chiare. Le labbra rosso Chanel di Lia salivano e scendevano. Sensi chiuse gli occhi. C’era qualcosa che voleva chiederle… che cosa?

Sentì Lia che lacerava una bustina di plastica. Le sue labbra furono sostituite dalla stretta viscosa di un preservativo. Poi la sentì sopra di sé. I suoi piccoli seni sopra il petto, le costole contro le costole, l’osso pelvico contro la pancia. Lei iniziò a muoversi come un’onda, così aderente a lui da farlo sudare. Riaprì gli occhi. Lei lo guardava. Le sue labbra rosso Chanel sorridevano appena, si separavano leggermente, si avvicinavano alle sue.

Sensi rimase praticamente fermo.

C’era qualcosa che avrebbe voluto chiedere, prima del sesso.

Si lasciò baciare, si lasciò accarezzare i capelli, si lasciò guardare. Lasciò che lei lo stringesse fino a fargli male. Lasciò che le sue lacrime cadessero sulla propria faccia. Si lasciò sussurrare dichiarazioni d’amore inappropriate, contro le quali era indifeso.

Lei venne e lui era ancora lì, tramortito, intrappolato.

Sentì di nuovo le sue labbra, ma era anestetizzato.

Si voltò da un lato, scostandola. Lei lo guardò con espressione perplessa.

“Ti ho detto che devo chiederti una cosa, no?” mormorò lui, nel cuscino.

Lei si stese al suo fianco. “Pensavo che potesse aspettare. Avevo voglia di fare l’amore con te.”

“Sì, ok, l’abbiamo fatto, no?”

“Io sì.”

Sensi sbuffò.

“Va bene. Che cosa dovevi chiedermi?”

“Tra i filmati, no? C’è un nome che non capisco. Ho fatto qualche ricerca su Google.”

Lei si limitò a guardarlo.

“Metà non sapevo neanche chi fossero,” spiegò Sensi, vagamente a disagio.

“Sei sicuro di non volere che prima…” disse lei, guardando verso il basso.

“Lascialo perdere. Ascolta me, va bene? Guarda me.”

Lei sorrise. “Ti guardo. Mi piaci.”

“È fantastico, davvero. Ma chi cazzo è Roberto Lucero?”

Lei aggrottò la fronte. “Perché?”

“È un impiegato del fisco, è possibile?”

“Sì, perché?” ripeté lei.

“Perché non conta un cazzo. Che cosa ci faceva, là in mezzo?”

Lei sbatté le palpebre, confusa. “Era carino. Persino gentile.”

“Carino. Gentile.”

“Non carino come te, però,” sorrise lei.

Sensi si appoggiò su un gomito. “Lo supponevo. E tuo marito non lo sapeva, presumo?”

“Che cosa? Non ti capisco, Ermanno. E mi fai impressione, lì a metà strada tra la paranoia e l’orgasmo.”

“Ti ho detto di lasciarlo perdere,” ripeté lui, quasi con urgenza. “Quello che intendevo è: tuo marito non lo sapeva, che Roberto Lucero era solo carino, giusto?”

“Ah. No. Gli ho detto che era ai piani alti dell’ufficio del fisco. Altrimenti mi avrebbe picchiata. Ogni tanto lo fa.”

Sensi ignorò fermamente l’ultima parte delle frase. “Ma l’hai filmato lo stesso.”

“Per ricordo.”

“E adesso il filmino è in mano a Bonanni.”

“Sì, ma continuo a non capire.”

Sensi raccolse le energie per qualche secondo. “Devi andare da lui. Da Bonanni, intendo, e gli devi chiedere indietro quel dvd.”

Lia sbatté le palpebre, confusa.

“Devi spiegargli che si tratta di un filmato unicamente sentimentale,” continuò Sensi.

“Devo andare da Bonanni,” ripeté Lia, confusa.

Sensi annuì.

“Devo chiedergli indietro il filmato con Roberto.”

Sensi annuì di nuovo.

Lei si strinse nelle spalle. “Va bene,” disse, quasi indifferente.

Sensi si mise a sedere a gambe incrociate. Alcune volte avrebbe voluto che il suo corpo gli rispondesse appena un pochino di più, pensò, indispettito. Era ridicolo, lì seduto con il pisello sull’attenti. Cercò di ignorarlo.

“Bonanni potrebbe chiederti qualcosa in cambio. Ha due figli, ventenni.”

Anche Lia si sollevò, tenendosi in equilibrio su un braccio.

“Ho detto va bene,” ripeté.

“E dovrai insistere perché te lo dia subito, mentre sei in casa sua. Non devi seguirlo, devi solo ricordarti in che stanza entra.”

“Va bene.”

“Devi chiedergli se ce ne sono altre copie. Se ce ne sono, gli chiederai di avere anche quelle. Cerca di capire se sono in casa. Se non sono in casa, gli dirai che non importa. Che ti basta avere una copia. Hai capito?”

“Sì.”

Sensi continuò, impaziente: “Se non ti vuole ridare il dvd, devi lasciar perdere quasi subito, ok? Bonanni non è una bella persona.”

“Non conosco molte belle persone.”

Sensi la prese per un braccio. “Sì, ma da lui ti ci sto mandando io.”

Lei sorrise. “Questo è meglio se non glielo dico.”

Sorrise anche Sensi. “No, meglio di no.”

Lei gli passò un braccio attorno alle spalle e scivolò verso il basso. “Non sentirti in colpa,” mormorò, mentre le sue labbra rosso Chanel scendevano lentamente lungo il suo petto.

Sensi si appoggiò con la schiena contro la testiera del letto e cercò intensamente di non farlo.

lunedì 9 agosto 2010

Quello che non sai - 9

Quella notte aveva fatto un sogno strano. Ci stava ancora pensando quando, la mattina dopo verso le undici, arrivò in questura. Durante la nottata aveva piovuto, così ora l’aria era calda e umida invece che semplicemente calda.

Nel sogno c’era una ragazza nuda legata su un catafalco, ma non era quella la parte strana. La parte strana erano le facce delle persone che le stavano attorno. Erano pixelate, come se facessero parte di una ripresa amatoriale. Solo le facce.

La voce di Mainardi lo riscosse dai suoi pensieri. “Capo, sei su internet.”

Sensi si voltò dalla sua parte. L’ispettore era sulla porta del suo ufficio e aveva un’aria speranzosa.

“Ah, sì?”

“Su You Tube. Uno dei ragazzini ha ripreso la scena. Si vede quando quello coi bermuda a scacchi le dà un pugno.”

“Fantastico. Ora mi mandi Tudini, per favore.”

Facce pixelate, pensò, andandosi a sedere dietro la sua scrivania. Non le avevano tutti?

Tudini arrivò pochi secondi più tardi, con una lattina di Red Bull in mano.

“Siediti, Max,” disse Sensi, aprendola. Tudini spostò per terra una pila di circolari interne e si accomodò sulla sedia che aveva appena liberato.

“Dimmi tutto quello che sai su Ignazio Bonanni.”

Tudini non sembrò stupito di quella domanda fatta di punto in bianco. Tudini non si stupiva facilmente. Invece chiese: “Vado a prendere il fascicolo?”

“Non lo conosci a memoria?”

“Effettivamente,” rispose Tudini, senza sorridere. “Comincio dall’inizio?”

“Dall’inizio,” confermò Sensi, sapendo già che se ne sarebbe pentito.

“Bonanni è nato a Spezia cinquantadue anni fa da Teresa e Camillo Bonanni. Ha un fratello, Marco, che…”

“Magari non proprio dall’inizio,” lo interruppe Sensi. “Diciamo dalle sue prime attività criminose.”

“Verso i quattordici anni è stato processato per furto. La sua casella giudiziaria è stata cancellata alla maggiore età e in seguito non è stato più arrestato.”

“Si è fatto qualche mese di carcere minorile?”

Tudini annuì. “Sì, all’epoca i giudici non erano gentili come oggi. È stato indagato più volte per furto, ricettazione, associazione a delinquere, illeciti edilizi e patrimoniali, banca rotta fraudolenta, corruzione…”

“Ho capito. Processi?”

“Uno, nel ’92. Assolto.”

“Sta in piazza Brin, giusto?”

“In un’ex casa popolare di via Torino. L’ha acquistata con un mutuo a tasso agevolato nel ’99.”

“È bello sapere che lo stato aiuta i cittadini meno abbienti,” commentò Sensi.

“Secondo le nostre valutazioni il suo patrimonio personale ammonta a circa due miliardi di euro.”

“Ma va in giro su una vecchia Punto, lo so.”

Tudini annuì. C’era una luce cupa nei suoi occhi solitamente bovini e Sensi decise di tagliare corto con i dettagli. “Hai degli informatori tra i suoi?” chiese.

Di nuovo, Tudini annuì. Sensi si interrogò silenziosamente sulla profondità del disprezzo del suo vice per quell’uomo. Bisognava essere davvero feccia umana per farsi detestare da Tudini.

“A che livello?” domandò.

“Strada, purtroppo. Bonanni è furbo.”

“Sei sicuro che i tuoi informatori non lavorino per lui?”

La mascella di Tudini si contrasse impercettibilmente. “No,” si limitò a dire.

Sensi sospirò. “Non farti illusioni, Max. Non lo prenderemo. Non per questa… cosa.”

“Non hai intenzione di spiegarti meglio, Ermanno?”

Sensi scosse la testa. “Se Bonanni avesse dei dvd, no? Dvd compromettenti di alcune persone in vista… dove li terrebbe? Dal suo avvocato?”

Tudini ci pensò per qualche secondo. “Non credo,” disse, alla fine. “Non si fida degli avvocati. Non si fida di nessuno, in realtà.”

“Neanche di sua madre?” sorrise Sensi.

“Sua madre ha l’alzheimer, è ricoverata a San Terenzo, in una clinica per anziani.”

“Quindi dove li terrebbe? In casa sua? In banca?”

“Bonanni non si fida delle banche,” fu la prevedibile risposta. “Crediamo che tenga la maggior parte del contante in diversi conti della Coop.”

“Chissà quanti buoni sconto,” commentò Sensi. “Com’è casa sua? Ci sei mai entrato?”

“Certo,” rispose Tudini, senza esitare. “Nel 2005, quando sono andato a prelevarlo per un interrogatorio. È un posto abbastanza comune. Cinque stanze, una tv al plasma enorme. La tv è l’unico dettaglio fuori posto, ma sai come l’ha comprata?”

“Con i punti della Coop?”

“Quasi. Con una rata triennale all’Euronics di Massa.”

Sensi, suo malgrado, sorrise.

“Una cassaforte?”

“Probabile,” annuì Tudini.

“Se avesse duplicato i dvd, no?” continuò Sensi. “Le copie, dove sarebbero?”

Tudini ci pensò per qualche secondo. “Il suo braccio destro è Rosario Ciccone. Potrebbero essere da lui.”

“Parente di Madonna?”

“No,” rispose Tudini, serissimo. “Ha una casa a Sarbia. Una bella villetta.”

“Fammi indovinare. Rosario è meno furbo di Bonanni.”

“L’abbiamo beccato nel 2003 per abuso edilizio. Si è preso la colpa senza fiatare, ha fatto un anno e mezzo ai domiciliari, è uscito in libertà vigilata, ha finito di scontare la pena quattro mesi fa.”

“E di lui Bonanni si fida,” ipotizzò Sensi.

“Relativamente. Bonanni non si fida…”

“…Di nessuno, ho capito. Ma se avesse una copia dei dvd…”

“…Potrebbero essere da Ciccone, sì. O dal suo avvocato.”

Sensi sospirò. “Perché Ciccone del suo avvocato si fida.”

“Gli ha fatto avere un bello sconto di pena,” spiegò Tudini.

domenica 8 agosto 2010

Quello che non sai - 8

“Abbiamo un problema.”

Salvemini sobbalzò. Era appena entrato nel portone del suo palazzo, un condominio su viale Garibaldi in cui il prezzo al metro quadro aveva da lungo tempo superato il livello “fantascienza”, e stava per accendere la luce, che in realtà avrebbe dovuto già essere accesa, quando aveva sentito la voce.

“Sensi?” chiese, leggermente incerto.

Il commissario accese la luce. “Già. Forse è meglio se andiamo a fare un giro.”

Salvemini annuì e riaprì il portone. Sensi scivolò fuori, le mani in tasca e l’espressione neutra.

“Quindi ha fatto qualche progresso,” disse il questore, mentre si avviavano lentamente lungo viale Garibaldi. Era una via dai larghi marciapiedi, costeggiata dai platani, e a quell’ora della sera riusciva a essere quasi fresca.

“Ho la lista delle persone immortalate nei dvd,” disse Sensi, senza guardarlo, “e so chi li ha in mano ora.”

“Sì?”

“Ignazio Bonanni.”

Salvemini si fermò. “No,” disse, e per un secondo sembrò profondamente angustiato.

“Sì,” ribadì Sensi.

“I ladri lavoravano per lui?”

L’altro si strinse nelle spalle. “Questo non ha importanza. Voleva sapere chi ha i video, no? Be’, li ha lui.”

Salvemini riprese ad avanzare, leggermente più curvo. “E l’elenco dei nomi…”

“Ecco, questo è divertente,” sorrise Sensi. “Metà delle persone su quell’elenco non è particolarmente ricattabile. Alcuni hanno messo in internet le proprie imprese sessuali.”

Salvemini si limitò a guardarlo.

“Gli altri, però,” continuò Sensi, “immagino che non gradirebbero la pubblicità.”

“Come ha intenzione di procedere?” chiese Salvemini, neutro.

“Prendere tutte le vacanze che mi restano non servirebbe a molto.”

Il questore non sorrise. “No, non servirebbe a nessuno. Suppongo che l’elenco dei nomi sia… significativo.”

“Vuole che glieli riferisca?”

“Santo cielo, no. Voglio soltanto sapere che cosa ha intenzione di fare, Sensi.”

Ormai erano arrivati in piazza Garibaldi, ossia in fondo alla strada. Tornarono indietro.

“Dovrò parlarne con Tudini,” disse Sensi.

“Tudini non è…”

“A Tudini non ha mai salvato le chiappe, lo so. Ma è la persona che ne sa di più in assoluto su Bonanni.”

Salvemini, a malincuore, annuì. “Molto bene. Ma non racconti più dello stretto indispensabile. E… Sensi?”

“Sì?”

“L’hanno denunciata per abuso in atti d’ufficio. Lei, ufficialmente, in quel momento non era in servizio.”

Sensi restò in silenzio.

“Non voglio darle un incentivo,” aggiunse Salvemini. “Tanto perché lo sappia.”

“Probabilmente l’avrei preferito,” rispose l’altro.

“L’avrei preferito anch’io. Arrivederci.”

Sensi osservò la massa compatta del questore che si allontanava verso il suo portone. Sembrava preoccupato e questo non era un buon segno.

Quando era quasi arrivato alla porta, Salvemini si voltò. “Un’ultima cosa. Lia.”

Sensi si strinse nelle spalle.

“Sta bene?” chiese Salvemini.

Sensi scosse la testa. “No,” rispose, e se ne andò.

sabato 7 agosto 2010

Quello che non sai - 7

Mangiava ciliegie nudo in un letto con delle lenzuola di marca. Razionalizzare, a quel punto, non serviva più a niente.

“Non capisco che cos’hanno di diverso rispetto alle altre lenzuola,” disse, sputando un nocciolo nel posacenere.

Lia sbuffò un po’ di fumo verso il soffitto. Fumava col bocchino, ovviamente. “Costano di più,” spiegò, un po’ seccata.

“Suppongo che questo valga anche per tutto il resto, no? I mobili, i tappeti, la domestica, i cazzo di fiori secchi…”

“Quella cosa dei fiori secchi devo ancora capirla. Non credevo che ti piacesse.”

“Sculacciare le donne? O i fiori secchi in generale?”

Lei inarcò un sopracciglio. “Tutti e due.”

“Già,” sorrise Sensi, e sputò un altro nocciolo. “Era una tecnica. Avevo il sospetto che mi stessi prendendo ancora per il culo.”

“Sei più divertente quando ti limiti ai preliminari.”

“Sei più dignitosa quando non uggioli a quattro zampe.”

Lei gli lanciò un’occhiataccia. “Hai una vena sadica.”

“Quindi sarebbe corretto dire che tu hai una vena masochista?” replicò lui, mettendo da parte le ciliegie. Si rivoltò sulla pancia. “Oppure possiamo giocare a carte scoperte e dire che sei molto vicina alla disperazione? Abbastanza vicina da metterti a quattro zampe per il primo coglione che fa la voce grossa?”

Lei tolse la sigaretta dal bocchino e la lasciò nel posacenere. “Volevo comprarmi il tuo silenzio.”

Sensi arricciò il naso. “Idea stupida. A quanto hai venduto il pacchetto completo? Mi riferisco ai quadri, ai gioielli, ai dvd… non al resto. Immagino che anche quello abbia il suo prezzo.”

Anche Lia si voltò verso di lui. I suoi occhi blu, per una volta, non erano né fragili né torbidi, solo pensierosi. “È stato mio marito,” disse, alla fine.

“Tuo marito ha venduto i tuoi quadri, i tuoi gioielli e i tuoi filmini porno?”

Lia fece una piccola smorfia. “Già.”

“E perché?”

“Perché siamo al verde. E perché non ci sono più gli uomini di una volta.”

“Gli uomini di una volta sarebbero quelli che hanno paura di uno scandalo?”

“Alcuni di quei filmati sono finiti su internet. Non la versione completa. Quella ridotta che mio marito spediva come prova.”

Sensi si mise a ridere.

“Non c’è niente di divertente,” disse l’altra, secca.

“In un flaccido cinquantenne che si vanta con gli amici virtuali di essersi portato a letto una come te? No, forse no, scusa.”

Lia gli lanciò un’altra occhiataccia. “Non è stato uno spasso, sai? Il tuo caro questore, ad esempio…”

“Preferisco non sapere, grazie. Sono un debole, non credo che potrei resistere alla tentazione di sfotterlo.”

“Non avevo alternative,” disse lei. Ora sembrava leggermente arrabbiata.

“Ma certo che le avevi. Solo che questa era più facile. Non dovresti cercare di convincermi che sei un candido giglio. I candidi gigli mi mettono sempre di pessimo umore.”

“Uffa,” sbuffò lei. “Inizio a pensare di essere stata fregata.”

“Dovevi nascere un secolo fa. Ma torniamo ai fatti. Tuo marito vende il pacchetto completo, ma?”

“Mio marito è un idiota.”

Sensi si allungò verso le sue sigarette, ne prese una e l’accese. “Mai riuscito a prendere il vizio,” disse, dopo aver dato qualche tiro. Spense la sigaretta nel posacenere. “Tuo marito è un idiota, su questo siamo d’accordo. Anzi, tecnicamente potresti denunciarlo, mi sa. Sarebbe un bel processo, degno di un romanzo di John Grisham. Ma gli occhioni blu ti aiuterebbero di sicuro a convincere il giudice che sei sempre stata una povera vittima nelle mani di un perverso sfruttatore. A meno che il giudice non sia uno dei tuoi clienti, s’intende.”

Gli occhioni blu, in quel momento, si serrarono. “Non voglio tornare a essere povera, è così tremendo?”

Sensi le prese il mento. “Guardami. Ehi, guardami.”

Gli occhioni blu si riaprirono, leggermente lucidi.

“E come credi che sia, mio marito? Guarda, lì c’è una foto. Assomiglia a un tricheco. Un tricheco sadico. Ma tu, naturalmente, non mi credi.”

“Che te ne frega, se ti credo? Ho detto che ti aiuterò. Sono costretto ad aiutarti, se vuoi saperlo. Ma, sì, ti credo. Ci credo che un uomo come tuo marito può essere un bastardo. Però non cambia niente. a chi ha venduto i filmati?”

“A Ignazio Bonanni.”

Sensi rimase in silenzio.

Si mordicchiò un labbro.

“Merda,” disse, alla fine.

venerdì 6 agosto 2010

Quello che non sai - 6

Si svegliò alle quattro del pomeriggio e, mentre si sbarbava, notò che il suo occhio iniziava già a virare verso il giallognolo. Era stato un pugno fiacco, almeno questo. Anche lui si sentiva fiacco e, specialmente, non aveva nessuna voglia di tornare a Bellavista.

Ma Salvemini l’aveva preso per uno 007 prima maniera e aveva deciso che il compito di salvargli le chiappe dovesse toccare proprio a lui, tra tutti gli uomini di cui disponeva. Sensi non era in grado di rifiutare. Non dopo che Salvemini si era tappato per anni occhi, bocca e orecchie come una scimmietta sovradimensionata.

Si infilò una maglietta pulita dei Joy Division, dei jeans aderenti neri leggeri e i doc martens che costituivano la sua risposta al calore dell’estate. Uscì con i capelli ancora gocciolanti, conscio del fatto che si sarebbero asciugati ben prima di arrivare a Lerici.

Alle quattro e mezza del pomeriggio le strade erano così roventi da luccicare, ma questo non impediva a un gran numero di automobilisti di esibirsi nei soliti numeri da circo, ognuno chiuso dentro il suo bozzolo di aria condizionata.

Arrivato a Bellavista si sottopose nuovamente al controllo identità del video-citofono mono-direzionale.

Lia Vallambrini gli andò incontro avvolta in un impalpabile vestito color pesca. Anche in pieno sole, non sembrava in grado di sudare.

“Ermanno,” lo salutò, dandogli un bacio fresco e languido sulla bocca. Sensi rimase fermo, semplicemente, visto che non c’era niente che potesse fare. Lei non sembrava stupita di vederlo. Lei dava per scontato che sarebbe tornato.

“Dovrei parlarti del furto,” disse lui, seguendola dentro casa. La villa non aveva l’aria condizionata, ovviamente. L’aria condizionata era per i piccolo borghesi. La villa aveva i muri spessi, i soffitti alti e delle grandi ventole bianche che muovevano silenziosamente l’aria in tutte le stanze.

Lia Vallambrini lo guidò attraverso gli ambienti raffinati in modo quasi insopportabile, fino alla veranda sul retro, dove li attendeva un tavolo da esterni di legno, una caraffa di liquido in cui galleggiavano dei cubetti di ghiaccio, dei bicchieri, un posacenere e una ciotola di ciliegie circondate da altro ghiaccio. Sopra di loro c’era un fitto pergolato, davanti a loro la vista di tutto il Golfo dei Poeti.

“Non abbiamo già parlato, del furto?” chiese la Vallambrini, scivolando in una sedia.

“No, abbiamo fatto del sesso,” corresse Sensi, sedendosi a sua volta. “Questo sarebbe?”

“Orzata.” Gliene servì un bicchiere. “Non saprei proprio che cos’altro dirti, del furto.”

Sensi assaggiò, sospettoso. “Non pretendo che tu mi fornisca un elenco completo di tutti gli oggetti rubati, mi rendo conto che sarebbe chiedere troppo…” disse, dopo essersi accertato che, come immaginava, l’orzata era orrendamente dissetante.

“Non essere cinico, non lo so veramente,” lo interruppe lei, con aria indifesa.

“Già. E immagino anche che tu non mi dirai i nomi delle persone sui dvd.”

La Vallambrini corrugò appena la fronte. “Oh, sei ancora arrabbiato per quella sciocchezza…”

“Per niente. Ho sempre pensato che sarei stato un attore porno grandioso, se solo non mi avesse dato fastidio rasarmi le palle. Ma Salvemini non la vede nel mio stesso modo.”

“Sulla tua carriera nella pornografia?”

Sensi sorrise appena. “Sulla sua carriera nella pornografia.”

Anche la Vallambrini sorrise, innocente. “Non vuoi assaggiare una ciliegia?”

“Certo,” rispose Sensi, consapevole del fatto che dire sempre di sì non era una sua scelta. Prese una ciliegia e la mangiò. Fresca, polposa, rinfrescante. “Permettimi di essere pleonastico…”

“Il superfluo è quello che rende la vita degna di essere vissuta,” commentò lei, distratta. Si stava infilando lentamente una ciliegia in bocca. Molto lentamente. Troppo, se intendeva solo mangiarla.

“Non sono un esperto. Probabilmente neanche i ladri. O forse dovrei dire auspicabilmente. Auspicabilmente i ladri sono rumeni ignoranti che stanno usando i tuoi dvd semplicemente per farsi una sega, anche se non riesco a capire come qualcuno possa farsi una sega davanti alle chiappe di Salvemini, ad esempio.”

Lia Vallambrini continuò tranquillamente a mangiare la sua ciliegia e quello poteva tranquillamente essere materiale per una sega, pensò Sensi, spassionatamente.

“Ma potrebbero anche essere un po’ più furbi di così, ed è questo che preoccupa il questore. Una cosa è farsi ricattare da una donna ricca, annoiata e ninfomane, un’altra è farsi ricattare da un branco di comuni delinquenti. So che ti sembra incredibile, Lia, ma ci sono persone che non hanno idea di che cosa sia la distinzione.”

“Non mi sembra incredibile, Ermanno. Là fuori c’è un mondo crudele, questo lo so anch’io.” Voce leggermente tremante, indifesa, spaventata. La ciliegia era scomparsa, ma ne apparve subito un’altra. Chissà se il nocciolo della prima l’aveva ingoiato.

Sensi si limitò a guardarsi intorno.

“Dico sul serio,” aggiunse lei.

“Ma ci credo. Stavo semplicemente facendo una valutazione immobiliare.”

“Sei gretto,” lo rimproverò lei.

“A chi hai venduto la refurtiva?”

Lia Vallambrini scattò in piedi. “Che cosa?” esclamò, oltraggiata. Troppo oltraggiata.

“Potremmo rendere la cosa più semplice, se solo lo volessi,” commentò Sensi, senza muoversi.

“N-non capisco che cosa vuoi dire.” Era ricaduta a sedere, con gli occhi lucidi e le labbra tremanti.

“No?” fece Sensi, ingoiando un’altra ciliegia. “Allora posso andarmene.” Si alzò in piedi, sputò il nocciolo e lo lasciò cadere oltre la balaustra della veranda. Si avviò tranquillamente verso l’uscita.

La voce di Lia lo raggiunse quando era nell’atrio.

“Ermanno, aspetta.”

Si voltò. Ovviamente lei piangeva.

“Sai, inizio a sospettare che la storia sia più interessante di quel che credevo in un primo momento.”

“Ermanno, per favore…” Altre lacrime. Le sue mani che cercavano quelle di lui. Il suo corpo che cercava il suo abbraccio. Tutto perfetto, ovviamente. Tutto magnificamente melodrammatico, appena un pelo ridicolo.

“Tiri fuori il peggio delle persone,” le disse lui, “per questo il mondo ti sembra un posto così crudele.”

“Non so come fare…” singhiozzò sulla sua spalla, lei.

“Il problema è che credi di sapere perfettamente come fare. Ma non funzionerà. Credimi, ci sono già passato. Pensi di avere tutto sotto controllo, finché non ti accorgi che c’è sempre una cellula impazzita. Chi è in questo caso? Tuo marito?”

Altre lacrime.

“Resta con me… per favore…”

Sensi iniziò ad abbassare alla cieca la cerniera sul retro del suo vestito. “Scopami, è questo che intendi? Ma, davvero, non c’è alcun problema. Lo posso fare anche a occhi chiusi. Probabilmente è meglio, a questo punto.”

Lei si allontanò di scatto. “Perché devi essere così… sgradevole?”

Il vestito le era parzialmente scivolato giù, con un effetto non proprio elegante.

“Sgradevole? Finisci di spogliarti da sola. Sai come fare.”

Lei pianse ancora un po’, poi lasciò cadere il vestito. Un paio di slip color pesca. Le scarpe con il tacco alto, in tinta. Il petto sottile, nudo.

“Le scarpe puoi tenerle,” disse Sensi, guardandosi intorno. Un grosso vaso di ceramica, buono solo come arma contundente. Un soprammobile dalla forma astratta, inutile. Una pianta in vaso, troppo complicato. Era restio a usare la cintura, le avrebbe lasciato il segno. Continuò a guardarsi intorno. Lei, intanto, si era sfilata gli slip.

“A terra, a quattro zampe,” ordinò Sensi, mentre continuava a cercare con lo sguardo un oggetto utile. Non aveva intenzione di tirarle un calcio, ma quella casa aveva delle gravi carenze.

Alla fine individuò un mazzo di fiori secchi.

Si grattò la testa. Fiori secchi. Era leggermente inappropriato. Mai un bel frustino, quando ti serviva. Intanto Lia si era messa a quattro zampe sul pavimento. Sensi andò a prendere i fiori secchi, ne soppesò la flessibilità con una mano (praticamente pari a zero) e tornò verso di lei.

“E se ti volessi picchiare?” chiese, sperando che lei non si accorgesse del mazzolino di rose che aveva in mano. Poi, in fondo, anche le rose potevano andar bene. Uno ha le perversioni che ha, no?

“Va… va bene…”

“Non avevo dubbi.”

Le diede una frustata con il mazzo di fiori secchi. Ovviamente qualche petalo si staccò. Be’, si rassegnò Sensi, era tutto quello che aveva. Le diede un altro colpo, forte, sulle chiappe. Doveva solo cercare di non mettersi a ridere.

Da parte di Lia, ancora nessuna reazione. Le diede un altro colpo.

“Non sembra che ti piaccia,” commentò, con leggero disappunto.

“M-mi piace…” disse lei.

Un altro colpo.

“Be’, non sembra.”

Lei emise un suono.

Sensi lanciò via la sua arma inappropriata, che tanto ormai aveva perso metà delle foglie, e si inginocchiò accanto a lei. “Devi assolutamente spiegarmi come sei finita a quattro zampe a farti frustare con un mazzo di fiori secchi,” le disse, con un mezzo sorriso.

Lei voltò lo sguardo verso di lui. “Fiori secchi?” balbettò.

Sensi le tese una mano e la aiutò a rialzarsi. “Già. In questa casa non c’è nemmeno un oggetto simile a un frustino sado-maso e non volevo usare la cintura. È di cuoio.”

“Non capisco.”

Sensi sorrise. “Ma io sì. Te ne parlerò dopo.”

Lei sbatté le palpebre, un po’ gonfie per il pianto. “Dopo cosa?”

“Non ci crederai, ma mi è diventato duro nonostante il mazzo di fiori secchi. Se ti va di fare del sesso civile, ovviamente.”

Lei tirò su col naso. “Tu sei il tizio più strano che abbia mai incontrato,” disse e sorrise. Non fragilmente, non innocentemente, non spaventata, non torbida, non sarcastica.

Sorrise e basta, e Sensi pensò che non era male.

Quello che non sai - 5

“Capo, ho sentito dire che ha fatto a botte con un ragazzino,” fu la prima cosa che disse Mainardi, quando Sensi comparve nella sala della mobile. La seconda fu: “Ma che cosa ci fa qua, a quest’ora?”

Sensi gli lanciò un’occhiata vacua. “Prendo un caffè e poi me ne vado a dormire, è chiaro. E non ho fatto a botte con un ragazzino. Il ragazzino mi ha fatto un occhio nero, è diverso.”

Mainardi lo vide dirigersi a passo stanco verso il distributore automatico, inserire la chiavetta e selezionare una bevanda.

“Comunque,” riprese, seguendolo, “i genitori del ragazzo vogliono denunciarla per abuso in atti d’ufficio.”

Sensi estrasse il caffè dallo sportello e bevve un sorso. “Ah, sì?”

“Dicono che non aveva il diritto di rompere il finestrino di non so quale macchina,” spiegò Mainardi, servizievole. In quanto radio-serva ufficiale della questura, doveva tenersi aggiornato.

“La macchina che stazionava davanti alla mia impedendomi di uscire, probabilmente,” commentò Sensi, senza la minima preoccupazione.

Mainardi sembrò eccitato. “Quindi ha rotto il finestrino.”

“Con il cric,” sorrise Sensi.

“Ed è legale?” chiese l’altro, speranzoso.

Sensi buttò via il bicchierino vuoto del caffè. “Non ne ho idea. Dovrebbe chiederlo alla Riu. Lei lo sa di sicuro.”

Mainardi avrebbe voluto approfondire la questione – l’idea di poter spaccare macchine altrui in perfetta legalità lo attirava – ma il commissario gli diede le spalle e si avviò verso l’ascensore.

“E se non è legale?” gli gridò dietro Mainardi.

“Dovrò ucciderlo,” rispose Sensi, a mezza voce. “Il questore ha detto che posso far fuori chi mi pare.”

giovedì 5 agosto 2010

Quello che non sai - 4

Alle otto del mattino, quando Salvemini arrivò in questura, trovò ad attenderlo un Sensi dall’aria sbattuta e con un occhio nero.

“Lei non ha dormito,” disse, entrando nel suo ufficio.

“Brillante deduzione.”

“È anche gravemente in anticipo,” continuò Salvemini, andandosi a sedere dietro la sua gigantesca scrivania.

“Ha notato anche questo,” rispose l’altro, lasciandosi cadere su una delle scomodissime poltroncine di design del questore.

“E ha un occhio nero.”

“Mi avessero rotto una gamba, sarebbe stato meglio,” commentò Sensi.

Salvemini si coprì la bocca con una mano. “È andata così male, quindi.” Non era una domanda, Salvemini difficilmente poneva domande, domande retoriche a parte.

“Immagino che sia andata esattamente come si aspettava che andasse, se è questo che intende.”

Salvemini scosse la testa. “Veramente mi aspettavo che andasse meglio. Mi aspettavo che lei svicolasse. È il suo forte, se non sbaglio.”

“Anche la mia cialtroneria ha dei limiti,” spiegò Sensi. “Vorrei solo capire perché non ha mandato la Riu. Sarebbe stata perfetta.”

Il questore assunse un’espressione vaga. “C’erano dei dvd…”

Sensi non sembrò stupito. “Già. Stava per essercene anche un altro. Una forma di cortesia, suppongo. Sono una delle persone meno ricattabili della città.”

“Ha detto che stava per esserci,” fece Salvemini, improvvisamente attento.

“Hm. Poi ho involontariamente urtato la videocamera nascosta… ahimé, si è rotta. Anche il computer su cui stava registrando si è rotto. Un altro incidente.”

La bocca di Salvemini si contrasse in un breve sorriso. I suoi piccoli baffi a forma di mosca guizzarono e ricaddero al loro posto.

“Sa, Sensi,” disse, di nuovo serissimo, “in fondo lei potrebbe essere davvero la persona giusta per questo caso.”

Il commissario si alzò. Aveva la faccia stanca e più scura del solito.

“Sì, certo. Aspetto che qualcuno mi mandi per posta la licenza di uccidere, ok?” disse, uscendo.

Il questore non si scompose.

“Quella l’ha avuta quando si è arruolato,” rispose, senza alcuna traccia d’ironia.

mercoledì 4 agosto 2010

Quello che non sai - 3

Apparentemente, quella era la serata “guida senza patente”, un’onorata tradizione spezzina. Prima di riuscire ad arrivare a Bellavista, Sensi fu costretto ad evitare un paio di incidenti mortali, diversi motorini che si erano lanciati come kamikaze sotto le sue ruote, un trasporto speciale che bloccava la strada e vari pedoni troppo ubriachi per preoccuparsi della propria sicurezza.

Finalmente si ricordò di avere un lampeggiante, lo applicò sul tetto della jeeep e riuscì a raggiungere la sua meta.

La famosa villa derubata era immersa nel buio. Probabilmente la vittima aveva pensato di andarsene a letto, visto che ormai erano le undici passate.

Si fermò davanti al cancello chiuso e caracollò fino al citofono. L’occhio continuava a fargli male, ma ora era anche leggermente gonfio.

Suonò al citofono e si piazzò davanti alla telecamera.

Dopo qualche secondo, sentì una voce femminile che chiedeva chi era.

“Sono il commissario Sensi, signora,” disse lui, mostrando il distintivo alla telecamera. Il monitor che in teoria avrebbe dovuto inquadrare la faccia di chi parlava al citofono era spento.

“Ha un occhio nero,” disse la voce.

“Lo so, signora. Sarebbe così gentile da farmi entrare ugualmente?”

Ci fu qualche minuto di silenzio. Sensi era pronto a risalire in macchina e andarsene in qualche locale goth fuori città, ovvero quello che voleva fare dall’inizio della serata, ma alla fine il cancello si aprì.

La villa era una costruzione bianca e tozza, circondata da un giardino. Sensi percorse la stradina asfaltata che portava fino all’ingresso principale e lasciò il wrangler accanto a una palma.

Prima di scendere aspettò qualche istante. Visto com’era cominciata la serata, se la padrona di casa avesse liberato i cani non si sarebbe stupito.

Ma non arrivò nessun cane.

Invece, la porta d’ingresso venne aperta e sulla soglia si stagliò la figura sottile della padrona di casa.

Sensi andò verso di lei e iniziò a rendersi conto del problema.

“Signora Vallambrini?” chiese.

“Prego, entri, commissario. Può chiamarmi Lia.”

Sensi la seguì all’interno. Come si aspettava, i soffitti erano alti, le pareti color champagne e l’arredamento di lusso. Sulle pareti c’erano degli evidenti spazi vuoti, dove un tempo c’erano dei quadri.

Lia Vallambrini lo guidò fino a una stanza che avrebbe potuto essere usata comodamente per una partita a calcetto, ma che i proprietari, sembrava, si limitavano a utilizzare come salotto. Lo invitò a sedersi su un mastodontico divano di pelle color crema.

“Vuole del ghiaccio?” chiese, con voce vagamente tremante. Sensi conosceva quel tipo di donna, quel tipo di voce. Sembrava sempre che tu le dovessi difendere da qualcosa ed era così che ti fregavano.

“Male non mi farebbe,” rispose, cauto.

Lia Vallambrini si allontanò, silenziosa. Il suo lungo abito verde frusciò dietro di lei, sul pavimento di cotto impeccabilmente invecchiato.

Qualche minuto più tardi la sua ospite tornò con una borsa del ghiaccio. “Qualcosa da bere?” chiese. Labbra color corallo, lucide; figura sottile, elegante; un’onda di capelli castani che ricopriva le lunghe ciglia nere e l’iride blu di uno dei due occhi.

Sensi si appoggiò la borsa del ghiaccio sulla faccia. “Acqua,” disse.

“Se permette, io preferisco qualcosa un po’ più forte.”

Sensi pensò che difficilmente qualcuno le avrebbe negato qualcosa. Spostò la borsa dell’acqua e osservò di nuovo la sua ospite, che si stava servendo da un decanter. Confermò la sua valutazione iniziale: un problema fatto a forma di donna.

Una donna che ti accoglie nella sua casa da poco svaligiata con addosso un abito da sera, con le labbra color corallo e la voce tremante.

Si rimise la borsa del ghiaccio in faccia, cercando di difendersi.

La voce della Vallambrini, leggermente tremante, lo sorprese in quella stessa posizione un minuto più tardi. “Danilo mi ha detto che avrebbe mandato il suo uomo migliore,” disse, a circa un metro da lui. A Sensi ci volle un minuto per capire che “Danilo” era Salvemini. “È lei, quell’uomo?” aggiunse il problema fatto a forma di donna.

Sensi si decise a spostare la borsa del ghiaccio, per trovarsi a osservare lo spettacolo previsto: una donna che lo osservava con aria fragile, con un bicchiere di cognac in mano e le lunghe gambe accavallate.

“Ne dubito fortemente. Mi sono appena fatto fare un occhio nero da un ventenne.”

“Il ghiaccio le è di conforto?”

“Abbastanza. Ora, signora Vallambrini…”

“Lia.”

Sensi disse una frase che non aveva mai pensato di dire. “Sono in servizio.”

L’altra, come previsto, si mise a ridere. Una risata roca, ovviamente.

“Stavamo parlando del furto,” svicolò Sensi, anche se non stavano affatto parlando del furto. La verità era che Salvemini avrebbe dovuto chiamare Tudini, come sempre. Tudini sarebbe stato perfetto.

Lanciò un’altra occhiata alla padrona di casa.

Ok, Tudini ci sarebbe finito a letto, ammise. Chiunque ci sarebbe finito a letto. Perché doveva finirci a letto proprio lui? Era una vendetta trasversale di Salvemini?

“Sì, il furto. Non so come sia successo…” stava dicendo, in quel momento, il problema fatto a forma di donna, con aria fragile e indifesa. “Sono rientrata a casa e…”

“Vestita così?” la interruppe Sensi.

Lei fece finta di essere sorpresa. “Così come?”

“Era stata a una cena, a un ballo, alla cazzo di reggia di Versailles?”

Di nuovo, lei rise. Risata intimidente, questa volta. Risata che diceva: che carino, la mia classe sociale lo mette a disagio.

Sensi sospirò. Non poteva vincere lui, semplicemente.

“Perché Salvemini mi ha spedito qua?” provò a tener duro.

Sguardo stupito. “È un mio buon amico. Non capisco che cosa…”

“Che cosa sto facendo? Sto lottando, signora Vallambrini. Sto lottando con tutti i mezzi. Immagino che non abbia un interruttore, vero? Un pulsante per spegnere tutta questa… allure, questa roca seduzione, come vuole chiamarla?”

Lei rise di nuovo. No, non ce l’aveva. E, si rese conto Sensi, lui si stava scavando la fossa con le sue stesse mani.

“Commissario Sensi…”

Sensi capitolò. “Ermanno,” disse. E poi aggiunse: “Credo che lascerò perdere l’acqua.”

Poco sorprendentemente, il problema a forma di donna rise ancora una volta.

martedì 3 agosto 2010

Quello che non sai - 2

Sensi lo richiamò un minuto più tardi. Salvemini rispose al primo squillo.

“L’indirizzo, signore,” disse, atono.

“Eh?”

“L’indirizzo della villa derubata,” spiegò Sensi.

Il questore glielo diede e gli spiegò come arrivarci. Sensi agguantò una t-shirt dei Neu! e si diresse verso la macchina. Al telegiornale dicevano che era l’agosto più caldo degli ultimi dieci anni. Sensi non guardava il telegiornale - era una fatica inutile, visto che tutti non facevano altro che ripetergli le notizie di maggior interesse, tipo le temperature - ma gli sembrava di ricordare che anche l’agosto precedente fosse stato il più caldo degli ultimi dieci anni. Forse dipendeva dalla decina d’anni presa in considerazione, chi lo sapeva?

Statistiche sospette a parte, faceva un caldo bestiale. L’aria del centro città era immobile, stagnante. Ragazze dodicenni si muovevano in branchi, semi-nude e sudate, mentre i pensionati si disidratavano sulla pubblica via in bermuda e ciabatte. I bar erano aperti. I negozi d’abbigliamento offrivano l’illusione di un po’ di refrigerio a modico prezzo.

Sensi aveva lasciato la sua jeep wrangler in equilibrio sull’angolo di piazza Beverini, a dieci metri da casa sua, ma nonostante fosse in divieto rosso due macchine avevano parcheggiato in doppia fila dietro alla sua.

Aprì la portiera e iniziò a suonare il clacson. Nel palazzo di fronte si spalancò immediatamente una finestra.

“Basta con ‘sto casino!” gli gridò una signora, lanciandogli un’occhiata di fuoco.

“Mi hanno incastrato la macchina,” spiegò Sensi, “e sono un poliziotto in servizio.”

“Sì, sì. Adesso la pianti, che mi esce tutta l’aria condizionata!” ribatté la signora, richiudendo di scatto la finestra.

Sensi ricominciò a suonare il clacson.

Osservò le macchine che gli bloccavano la strada: una 500 nuova e una Mini nuova. Fighetti figli di papà, concluse immediatamente. Potevano permettersi di riparare qualche danno.

Suonò il clacson ancora un paio di volte senza nessun risultato, nemmeno un’altra sgridata dalla signora.

Appoggiò entrambe le mani sul cofano della 500, che sembrava la più leggera delle due macchine. Spinse. Il bastardello aveva inserito il freno a mano.

Provò con la Mini. Spinse. Anche quel maledetto aveva inserito il freno a mano.

Suonò il clacson ancora un paio di volte, perché non dicessero che non ci aveva provato fino all’ultimo.

Poi, irritato, aprì il portabagagli della sua wrangler e tirò fuori il cric.

Aveva appena sferrato il primo colpo al finestrino del passeggero della 500, frantumandolo, quando dal bar all’angolo un ragazzetto sui vent’anni si staccò dal branco di altri ragazzetti sui vent’anni che stazionava lì fuori.

“Ma sei scemo?” gridò, andando verso di lui a passo veloce. Aveva dei bermuda a scacchi, fatto che non contribuì alla gentilezza della risposta di Sensi.

“È tua questa lattina?”

“Certo che è mia, coglione! Ma ti rendi conto? Mi hai appena spaccato un finestrino!”

Sensi non lo degnò di una seconda occhiata.

“Papà te lo ricomprerà,” disse, infilandosi attraverso il vetro rotto e mollando il freno a mano.

“Col cazzo, amico, quel vetro me lo ricompri tu!” gridò il ragazzetto e prese Sensi per un braccio. Sensi se lo scrollò di dosso. “Sono un pubblico ufficiale, amico. Se sai di chi è l’altro pezzo di modernariato, qua, vallo a chiamare, prima che rompa anche il suo finestrino.”

Il ragazzetto gli tirò un pugno in faccia. Intanto si era radunata una piccola folla di altri adolescenti e post-adolescenti, che commentavano la scena e la riprendevano con l’i-Phone.

Sensi sospirò.

Odiava essere preso a pugni in faccia, anche se erano pugni fiacchi da post-adolescente con i bermuda a scacchi.

Tirò fuori il distintivo. “Ti ho già detto che sono un pubblico ufficiale?”

“Mi hai spaccato il finestrino!” ripeté l’altro.

“Vogliamo vedere se nel cruscotto c’è qualcosa di interessante?”

“Ma guardati! Tu non sei un poliziotto,” borbottò l’altro, un po’ tentennante.

Sensi approfittò della momentanea confusione del ragazzo per dare una bella spinta alla sua 500. La macchina scivolò lentamente in mezzo alla strada.

Guardò la folla di spettatori.

“Allora? Il proprietario della Mini?” chiese, flemmatico. L’occhio iniziava a fargli male.

Un altro ventenne si fece largo tra la folla. “È mia, amico! Stai buono con quel cric.”

“Che bellezza, sono amico di tutti, stasera. Rimuovi il veicolo, per favore.”

L’altro alzò le mani in segno di resa e sbloccò la portiera. “Lo sto facendo, ok?”

Esattamente in quel momento si sentì il suono di una sirena.

Sensi sorrise. Qualcuno di quei minchioni aveva chiamato la polizia.

La volante, avanzando lentamente in mezzo alla folla, andò a fermarsi subito dietro alla Mini. Sembrava un cubo di Rubik: sposti un pezzo e atri due ti si mettono tra i coglioni.

Sensi mostrò il distintivo a uno dei due poliziotti in divisa.

“Sposti l’autopattuglia, agente,” disse, stancamente.

L’uomo guardò il distintivo, la Mini, la 500 con il vetro rotto e la folla di post-adolescenti.

“Sì, signore,” annuì, perplesso. “Dove?”

“La vede quella jeeep nera?”

“Sì, signore?”

“È la mia cazzo di macchina. Quella che mi serve per arrivare sulla scena del crimine dove avrei dovuto essere, oh, diciamo dieci minuti fa.”

L’agente annuì di nuovo, compunto.

“Quel ragazzo coi bermuda a scacchi? Mi ha tirato un pugno in faccia. La sua macchina ostruiva il passaggio – la faccia rimuovere. Quell’altro demente con la Mini? Ostruisce anche lui. Se lei sposta l’autopattuglia forse non ostruirà più, in ogni caso faccia rimuovere anche la sua macchina. Ma… e questo è il punto chiave, agente… lo faccia dopo che io sarò riuscito a uscire. Chiaro?”

L’agente, evidentemente, aveva fatto fatica a seguire tutto il discorso, ma annuì ugualmente. “Sì, signore.” Poi continuò a guardarlo.

Sensi sospirò.

“Ok, un passo per volta: l’autopattuglia.”

Finalmente l’agente riuscì a mettersi in moto. Risalì sulla volante e mise la retromarcia. Nel frattempo, dietro di lui, si erano fermate un altro paio di macchine. L’agente riattaccò la sirena. Le due macchine fecero cautamente retromarcia. La Mini si spostò di qualche metro.

Sensi saltò sul wrangler e scivolò via, prima che qualcuno lo bloccasse anche dal davanti.

Doveva assolutamente comprarsi un motorino.

lunedì 2 agosto 2010

Quello che non sai - 1

Il cellulare di Sensi emetteva una musichetta lugubre e in questo non c’era niente di strano. Erano le dieci di sera e non c’era niente di strano neanche in questo.

Il display diceva “Salvemini”, però, e questa era una cosa così strana da essere praticamente inedita.

Salvemini era il questore di Spezia. Quando usciva dal suo mega ufficio, di solito, era per andare al ristorante a un pranzo di lavoro. Quando doveva parlare di un caso, di solito, chiamava Tudini.

Non era l’unico. Tutti chiamavano Tudini: i pm, i gip, i medici legali, gli agenti in divisa… Questo fenomeno aveva una spiegazione semplice: era più probabile che Sensi si vestisse di rosso dalla testa ai piedi piuttosto che conoscesse qualcuno di quei dettagli minuti che fanno arrivare un caso nell’aula di un tribunale.

Allucinato, guardò il display del suo cellulare per un minuto abbondante. Continuava a suonare.

“Sì?” rispose, alla fine, prudentissimo.

Era quasi sicuro che Salvemini avesse sbagliato numero.

“Sensi?” fece il questore, con voce prudente quasi quanto quella dell’altro.

“Dovrebbe saperlo. Mi ha chiamato lei,” rispose il commissario, rassicurato. Aveva sbagliato numero.

“Meno male che l’ho trovata,” disse, però, Salvemini.

“Perché sta parlando sottovoce?” chiese Sensi. Quindi non aveva sbagliato numero. Era inquietante.

“È una faccenda delicata, Sensi.”

“L’hanno fermata mentre andava a trans? Non dovrebbe preoccuparsi, sa, di questi tempi lo fanno tutti,” stava per rispondere il commissario, ma riuscì a trattenersi all’ultimissimo minuto. “Delicata,” si limitò a ripetere, ottusamente.

“Molto delicata, sì. Pochi minuti fa c’è stato un furto in villa, sopra Lerici.”

“Ah.”

“Opere d’arte, gioielli, un po’ di contante…”

“Ah.”

“Deve andarci subito, Sensi.”

“Ma certo, chiamo Tudini e…”

“Non provi a scaricare il caso a Tudini,” sibilò il questore, dimostrando che, in fondo, non era uscito completamente di testa.

“No?” fece Sensi.

“No. Né a Tudini né a nessun altro. Anzi, non ne deve parlare con nessuno.”

Finalmente Sensi ci arrivò. “È la villa di un Lion, giusto?”

“Eh? Sì, è possibile, non lo so. Vallambrini non si vede spesso, da queste parti.”

Vallambrini. Il nome, a Sensi, non diceva niente. Ma, d’altronde, non era un assiduo frequentatore del jet-set spezzino. Anche perché il jet-set spezzino, appena poteva, cercava di frequentare posti che non fossero Spezia. E non erano gli stessi posti fuori città che frequentava lui.

“Ok, quindi la signora,” giunse all’unica conclusione possibile.

Il questore rimase in silenzio.

Rimase in silenzio anche Sensi. Non aspettava che Salvemini si sbottonasse, semplicemente non gli venivano più in mente domande nuove.

“C’è una cosa che mi deve spiegare, Sensi,” ricominciò improvvisamente a parlare Salvemini. “Questo è un caso furto, giusto? Lei è il commissario capo della squadra mobile, giusto?”

Sensi non ebbe il coraggio di interrompere la fila di domande retoriche dell’altro, anche se una risposta sincera probabilmente avrebbe avuto almeno l’effetto di far finire quella telefonata allucinante.

“Allora che cosa c’è di così strano se le chiedo di indagare su un crimine che ricade sotto la sua competenza?” concluse Salvemini, con un percepibile spigolo duro nella voce.

“Era una domanda retorica anche questa, giusto?”

“Sì, Sensi. Era una dannata domanda retorica. Adesso muova le chiappe fuori dal postribolo in cui si è rintanato stasera e vada a dare un’occhiata, è chiaro?”

Sensi guardò mestamente il suo sottotetto in disordine. Avrebbe tanto voluto essere in un postribolo, ma purtroppo nessun postribolo di sua conoscenza iniziava ad animarsi prima della mezzanotte.

“Sì, signore,” disse, quindi, con aria depressa. Non ce n’era bisogno. Salvemini aveva già riattaccato.