venerdì 17 luglio 2009

L'appartamento di sopra - 4

Chiara era consapevole che Ermanno non era esattamente entusiasta di iniziare una relazione con lei, ma non pensava che vedendola entrare nuda nella sua stanza da letto avrebbe avuto una reazione così negativa.

Il commissario aveva spinto via il copriletto e le lenzuola e adesso se ne stava rannicchiato contro la testiera, con le ginocchia attaccate al petto. Aveva lo sguardo fisso sulla porzione di letto davanti a sé, dove c’era una macchiolina rossa.

“Oh,” disse Chiara, “forse ieri sera abbiamo esagerato.”

Sensi voltò lentamente lo sguardo su di lei.

“Non mi risulta che abbiamo fatto sesso appesi al lampadario. Molto energico, a giudicare dalla macchia.”

Chiara alzò gli occhi. Proprio sopra il letto, nell’intonaco chiaro del soffitto, si allargava una macchia rosso scuro, liquida. Sembrava che stesse… una goccia cadde sul lenzuolo in quel momento.

Sì, stava decisamente gocciolando.

“Oh, Cristo, bisogna chiamare la polizia!” esclamò.

Sensi le rivolse uno sguardo vacuo. “Fai conto di averlo già fatto.”

“Giusto. Oh, merda. Merda, Ermanno! Sta gocciolando sul mio letto!”

“Davvero incivile.”

“Ma no! Volevo dire… è sangue?”

“A meno che non stiano preparando un hot-dog al ketchup davvero gigante e le cose gli siano sfuggite un po’ di mano…” commentò l’altro, quieto. Poi si rivoltò e avvicinò la faccia alle gocce sul lenzuolo. “Ma no, è sangue.” Sollevò lo sguardo su di lei, uno sguardo rosso e fisso come quello di un coyote davanti ai fari di una macchina. “Sangue umano.”

Chiara retrocesse lentamente fino alla porta della stanza. “Chi sei tu?” gridò.

Il commissario tornò a guardarla. I suoi occhi erano grigi e infossati e un po’ pensierosi come sempre.

“Era una domanda retorica, spero,” disse.

“Dio… i tuoi occhi, per un istante… Cristo. Scusa, sono sconvolta. Forse ho le allucinazioni. Che cosa…” Si sedette a terra, con le gambe davanti a sé. “Che cosa facciamo?”

L’altro scese cautamente dal letto.

“Mi toccherà andare a dare un’occhiata.”

Raccolse da terra le mutande e se le infilò con calma. “Fossi in te mi vestirei. Be’, a meno che tu non voglia farti una sveltina sul luogo del delitto.”

“Ermanno!”

Lui si infilò anche la maglietta, una cosa nera con sopra il nome di un movimento architettonico dei primi decenni del novecento.

“Scherzavo. Alla mattina le sveltine non mi riescono, solo sesso pacato e letargico, mi dispiace. E per il sesso pacato e letargico credo di non avere tempo.”

Dal soffitto cadde un’altra goccia.

“Forse dovrei metterci sotto un sacchetto o qualcosa,” disse lei.

“Giusto. Non c’è motivo di sporcare un eccellente materasso.”

Chiara si rialzò in piedi. Le tremavano le mani, le gambe non la reggevano. Probabilmente stava per mettersi a piangere e quella sottospecie di fidanzato che non la voleva nemmeno continuava a vestirsi con calma assurda.

“Cristo santo, Ermanno, è morto qualcuno!”

“È piuttosto probabile. Di sopra dev’esserci un lago, e uno non può perdere un lago di sangue e restare vivo.”

A quel punto Chiara iniziò a piangere davvero. Dalle sue labbra uscì un lungo lamento disperato, mentre si copriva gli occhi con le mani e scivolava di nuovo a terra, contro la parete.

Qualcuno la prese sotto le ascelle e la tirò su.

“Avanti, avanti. Muore qualcuno tutti i giorni, sai?” Sensi la prese senza tante cerimonie sotto alle chiappe e la portò in cucina di peso. Uscì dalla stanza e tornò poco dopo, con un fagotto di panni tra le mani.

“Vestiti. La polizia la chiamo io appena ho controllato di sopra. È più pratico.”

“Ermanno…” mugolò lei, accasciata su una sedia.

“Resta qua, su questa sedia, e non ti succederà proprio niente,” disse lui. Poi fece una delle cose più strane che Chiara avesse mai visto fare a un uomo. Prese il sale dal barattolo e lo rovesciò deliberatamente tutto attorno a lei, formando un cerchio sul pavimento.

“Che cosa…?”

“Stai lì. Non chiamare la polizia. Non ancora. Torno tra qualche minuto, credo.”

“Come sarebbe a dire credo!? Io qua da sola non ci resto! C’è un morto al piano di sopra! Che cosa hai fatto con il sale?”

Sensi chiuse gli occhi. Sembrava irritato. Sembrava estenuato.

Chiara lo vide come in sogno appoggiarle una mano sopra alla gola, poi non vide più niente.

giovedì 16 luglio 2009

L'appartamento di sopra - 3

Sensi si svegliò verso le undici. Mise a fuoco un soffitto che non era il suo e, lentamente, prese atto che anche i muri, il letto e tutto il resto non erano quelli di casa sua.
Dopo qualche secondo ricordò di essere a casa di Chiara, perché era lì e che cosa era successo la sera prima.
Ricordò che l’aveva conosciuta la settimana precedente al Portrait, un localino del centro che apparteneva a un gruppo di artisti. Sensi ci era andato solo perché era vicino a casa sua, era un posto tranquillo e la musica, di solito, non faceva schifo.
Chiara era insieme a tre o quattro amiche. Sensi non aveva fatto caso a loro, ma l’aveva incontrata davanti alla porta del bagno.
“Sei in coda?” le aveva chiesto.
“Sì, ma quello degli uomini è quello,” aveva risposto lei.
In effetti accanto alla prima c’era un’altra porta. “Ed è libero?”
“Sì. Quello degli uomini è sempre libero,” aveva detto lei, saltellando leggermente da un piede all’altro.
Sensi aveva sorriso. “Puoi usarlo, non faccio la spia.”
Così lei era entrata nel bagno degli uomini e Sensi aveva aspettato. Dal bagno delle donne era uscita una cicciona gotica, un esemplare diffuso a tutte le latitudini. Chissà perché le donne quando pesavano più di cento chili erano sempre convinte che il nero le snellisse o che avere un look trasgressivo le rendesse più sexy.
E d’altronde gli uomini che pesavano più di cento chili di solito erano convinti di non avere alcun problema di grasso.
Sensi era entrato nel bagno delle donne. Dato che la chiusura non funzionava aveva messo in conto che qualcuno potesse entrare mentre pisciava, ma si stupì lo stesso un pochino quando l’intrusa si rivelò essere la ragazza a cui aveva ceduto il bagno degli uomini.
“Oh, scusa. Volevo vedere se te ne eri andato.”
Sensi, con il pisello in mano, le aveva rivolto un’occhiata divertita.
“Di’ un po’, quanto hai bevuto?” aveva chiesto, dando una scrollata e rimettendoselo dentro.
Lei aveva riso. “No, solo un margarita. Non sono sbronza, solo stanca. Hey, scusa per l’invasione, eh?”
Sensi era scivolato fuori dal bagno passandole accanto. Sapeva di alcool e di fumo. “Fammi indovinare, adesso andrai nel cortile a farti una sigaretta,” aveva detto, lavandosi le mani.
Lei aveva riso e aveva confermato. Sensi aveva deciso di accompagnarla.
Il cortile interno era una cosa minuscola, con dei tavolini minuscoli e delle sedie di tela da regista. I gestori non incoraggiavano i clienti a stare fuori, perché un paio di volte il vicino del piano di sopra gli aveva tirato addosso delle secchiate d’acqua, in linea col tipico senso della tolleranza spezzino.
Sensi e Chiara si erano seduti a un tavolino e lei si era accesa una sigaretta.
“Tu non fumi?” aveva chiesto lei.
“Ho altri difetti,” le aveva spiegato lui, dolcemente.
“Quindi sei uscito giusto per fare un po’ di conversazione? Ti ho visto, prima, eri solo.”
Lui aveva sorriso. Nelle ombre scure create dall’illuminazione tenue la sua ombra era parsa stiracchiarsi.
“Veramente sono uscito per vedere se dopo avermi visto il pisello ora mi facevi vedere qualcosa di tuo,” aveva risposto, sincero, con un piccolo sorriso disarmante.
“Be’, sei sincero,” aveva commentato, infatti, lei.
“Potrei diventarlo ancora di più, ma non hai ancora finito la sigaretta. So quanto diventano irritabili i fumatori se gli togli la loro droga.”
Lei aveva dato un tiro bello profondo. Aveva il naso aquilino e le labbra carnose. Gli occhi erano piccoli e castani, semi-nascosti da una frangia ramata che doveva costarle un patrimonio in lacca ogni mattina.
“I ragazzi d’oggi non sanno più cosa significhi la parola corteggiamento.”
“Le ragazze d’oggi non sanno più che cosa significhi la parola gonna.”
Lei aveva riso e aveva accavallato le gambe nell’altra direzione.
“La mia gonna non è così corta,” aveva detto.
Sensi si era permesso di apparire scettico. “Hai ragione. Copre le tue chiappe quasi per intero e questo, temo, è il suo unico difetto. Mi spiego meglio.” Aveva allungato una mano sotto la sedia e l’aveva appoggiata in corrispondenza delle sue chiappe. “Immaginiamo che questo inconsistente pezzo di tela non ci sia… starei toccando la tua gonna o le tue mutande?”
L’altra era sembrata oltraggiata solo per pochi istanti. “Esattamente in quel punto?”
“Mh.”
“Be’, allora non staresti toccando proprio niente. Ho uno string.”
Sensi aveva tolto la mano, si era riappoggiato contro lo schienale della sedia e aveva accavallato le gambe.
“Oh, e di che colore?” si era informato.
Chiara era sembrata perplessa. “Bianco, credo.”
“Credo?”
Lei aveva scosso la testa e si era messa a ridere. “Mi stavo giusto chiedendo dove volevi andare a parare!”
“Sai, metà delle persone non sono in grado di rispondere a una domanda sul colore delle proprie mutande a memoria. L’altra metà suppongo che le abbia di un colore solo.”
“E di che colore sono le tue, allora?”
Sensi aveva inarcato le sopracciglia. “Io sono di quelli che le hanno di un colore solo.”
“Nero!”
Il commissario si era messo a ridere. “Bianco, temo.”
“Sono delusissima.”
“Di solito questo me lo dicono in seguito, ma è sempre meglio mettersi avanti, eh?”
Lei aveva finalmente spento la sigaretta. Sensi si era alzato. “Te ne vai?” aveva chiesto Chiara.
“Torno al bagno, vieni con me?”
Lei aveva aggrottato le sopracciglia. “Cioè?”
“Dobbiamo concludere la nostra indagine sul colore del tuo string. Quel “credo” non mi ha convinto per niente.”
“Ah,” aveva detto lei. “Be’, hai la faccia come il culo.”
“Un culo divinamente ossuto, però.”
Sensi, ovviamente, era preparato a un due di picche. Il due di picche era un’arte squisitamente spezzina. Per questo aveva imparato a non perdere tempo con il corteggiamento.
Ma lei si era alzata, gli aveva rivolto un sorrisetto indisponente e l’aveva preceduto dentro. Forse, aveva pensato Sensi, era stata adottata. Forse, in realtà, era originaria di qualche altro posto. Tipo di Saturno.
L’aveva seguita nel bagno degli uomini, visto che quello delle donne era occupato. Era, tra l’altro, insolitamente pulito, segno che la serata era fiacca.
Le aveva sollevato la gonna e aveva osservato per qualche minuto.
“Sono verde acqua. Come hai fatto a dimenticartelo?”
“Mhh… fretta mattutina.”
Sensi si era accucciato e aveva fatto scivolare il capo d’abbigliamento incriminato fino alle caviglie dell’altra.
“E questa che cos’è, ceretta brasiliana?”
“Era dalle elementari che non andavo in bagno con qualcuno per guardarci a vicenda,” aveva sottolineato lei, con le mani sui fianchi.
Sensi l’aveva accarezzata con un dito. “Scommetto che alle elementari eri molto popolare.”
Lei non aveva risposto e Sensi l’aveva di nuovo accarezzata con un dito. “Scommetto che alle elementari questo non si vedeva,” aveva aggiunto, e si era chinato per baciarla tra le gambe. L’aveva succhiata leggermente e lei gli aveva appoggiato le ginocchia sulle spalle.
“In definitiva penso che tu debba arrenderti all’evidenza che non sei più alle elementari.”
Le aveva infilato un dito davanti, poi, visto che sembrava divertente, le aveva infilato anche un dito dietro.
La serata era proseguita con un rapporto nel bagno del Portrait, con un veloce saluto alle amiche di lei e con altro sesso a casa di lui.
E adesso Sensi era in un letto non suo, in un appartamento non suo, a guardare un soffitto non suo.
Un soffitto sul quale si stava allargando una macchia rossa.

L'appartamento di sopra - 2

Paolo Sorriso e Johan Milovich in effetti non erano morti. Dormivano molto profondamente, questo sì, ma per il resto stavano piuttosto bene. Quando sentirono suonare alla porta Johan guardò la sveglia con aria stupita, come se si aspettasse che fosse già mattina. Paolo, di riflessi più pronti, lanciò una bestemmia e scese dal letto. Aveva altri piani per la nottata.
“Chi è a quest’ora?” chiese.
Al contrario di Johan non aveva guardato la sveglia, quindi non sapeva con certezza che erano le due e mezza di notte, ma gli era ben chiaro che non era il solito orario del postino.
Guardò dallo spioncino.
Davanti a lui c’era un ragazzo gotico, belloccio, dall’espressione un po’ irritata, che teneva davanti a sé un distintivo.
“Commissario Sensi, polizia,” disse il tizio.
Paolo aprì la porta.
“Che succede?”
“Una vicina rompipalle si è lamentata del rumore,” spiegò il tizio.
“Ma lei è davvero un poliziotto?”
L’altro non sembrò affatto turbato dalla domanda. “No, sono un burlone notturno. Senta, c’è qualcun altro in casa con lei?”
Paolo si accigliò. “Il mio compagno, perché?”
In quel momento, ciabattando, arrivò il diretto interessato. Johan aveva un ciuffo di capelli biondi appiccicato sulla fronte e una t-shirt grigia. Per il resto era come mamma l’aveva fatto.
“Chi è questo bel tipo?” chiese.
Il poliziotto gli rivolse un sorriso che a Paolo sembrò di maligna soddisfazione.
“Uno che è venuto a controllare che foste ancora vivi tutti e due. Ora che l’ho fatto è mio dovere avvisarvi che ci saranno altri schiamazzi notturni a seguire.”
“Eh?” fece Paolo.
“Eh?” fece Johan.
“Io vi ho avvertiti, ok?”
Poi, inaspettatamente come era apparso, il supposto poliziotto sparì giù per le scale.
Una decina di minuti più tardi Johan, semi-addormentato, allungò la mano verso il comodino per prendere i suoi tappi per le orecchie.
Dall’appartamento di sotto provenivano dei lamenti animaleschi. Il pensiero che qualcuno avesse bisogno di aiuto non gli attraversò il cervello nemmeno per un secondo.

mercoledì 15 luglio 2009

L'appartamento di sopra - 1

Il commissario Ermanno Sensi non era portato per le relazioni sentimentali lunghe e durature. Per usare un eufemismo, non erano il suo forte. Per dire tutta la cruda verità, in campo sentimentale era un disastro.
Non che non si impegnasse… no, in realtà non si impegnava affatto, ma il problema era più profondo. Per prima cosa non lo considerava un problema.
Era consapevole di non essere una persona affidabile e non ne faceva mistero. Le sue partner solitamente non apprezzavano questa sua schiettezza. Sensi si chiedeva se dichiarando amore eterno in totale cattiva fede le cose sarebbero migliorate.
Probabilmente, tutto sommato, sì, ma Sensi era troppo distratto per ricordarsi di sostenere le sue buone intenzioni giorno e notte, per non cascare nelle domande a trabocchetto o, semplicemente, per non fregarsene del tutto.
Che, in effetti, nella sua vita ci fossero una serie di eventi ricorrenti collegati alla sua disordinata vita sentimentale, gli fu provato ancora una volta una sera, all’uscita del cinema.
Il commissario non era un appassionato del grande schermo. Non conosceva i nomi degli attori più in voga e non scaricava i film in anteprima da internet.
Però, ogni tanto, al cinema ci andava. Meglio se da solo. Se poi era appena uscito l’ultimo film di Tim Burton si sentiva praticamente obbligato.
Qualche anno prima in città aveva aperto il primo esemplare di Mutiplex.
In realtà non era il primo esemplare in assoluto. Tempo addietro, con tipico spirito di approssimazione spezzino, avevano provato a trasformare un cinema grande in un multisala piccolo. Forse a causa del fatto che le immagini traballavano come un vecchio col Parkinson, prendevano strane sfumature di colore ed erano costantemente sfuocate, l’esperimento non aveva avuto il successo sperato.
Così avevano aperto un vero Multiplex, da dieci sale, con l’aria condizionata, il pop-corn e il vasto parcheggio esterno. La popolazione intellettuale l’aveva immediatamente osteggiato, ma la popolazione intellettuale non era esattamente il target del Multiplex, e in città non era neanche molto rappresentata. Tutti gli altri erano accorsi a frotte.
Sensi era appena uscito dallo spettacolo di mezzanotte, che finiva verso le due, e stava meditando di dirigersi verso l’altra pietra dello scandalo cittadina, il McDonald vicino al cinema, quando il suo cellulare aveva iniziato a suonare.
Il numero non era associato a nessun nome della rubrica, così Sensi, ingenuamente, rispose.
“Ermanno? Stavi dormendo?”
La voce era quella di Chiara, una tizia con cui Sensi aveva fatto un po’ di esercizio da letto la settimana precedente.
“Se fossi stato addormentato probabilmente non avrei risposto,” disse, cercando di fare buon viso a cattiva sorte. Visto che Chiara aveva gambe lunghe, tette grandi e una discreta propensione al contorsionismo poi, in fondo la sorte poteva anche non essere così cattiva.
“Qua è successa una cosa… non sapevo chi chiamare.”
Sensi aprì la sua jeep e si sedette al volante, senza mettere in moto.
“Che cosa?” chiese, iniziando a cercare un chewinggum o qualcosa per eliminare il gusto di pop-corn dalla bocca.
“Sai quei due tizi del piano di sopra… quelli finocchi?”
Sensi aveva la vaga cognizione che lei, in qualche momento, gli avesse parlato dei suoi vicini. Come un po’ tutto il resto di quel che gli aveva detto, il suo cervello aveva iniziato a rimuoverlo nel momento stesso in cui lo stava ascoltando. “Sì?” disse, in ogni caso.
“Ho sentito delle urla. Litigavano.”
“Eccitante,” commentò lui, con l’aria di chi troverebbe più eccitante un documentario sulle foche monache.
“E poi più niente. Si è sentito come… uno schianto.”
“Uno schianto tipo un mobile che cade o uno schianto tipo un colpo di pistola?”
L’altra ci pensò per qualche istante.
“Più tipo un mobile, credo.”
Sensi ebbe una fugace visione di due tizi che litigavano e che, poi, presi improvvisamente dalla passione, facevano sesso animalesco facendo cadere un mobile. Poi, visto che entrambi erano uomini, si sarebbero addormentati di schianto tutti e due. Solo le donne diventavano comunicative nella fase post-coito.
“Allora puoi telefonare alla polizia e denunciarli per schiamazzi notturni.”
“Verrà qualcuno a controllare?”
“Certo che no.”
Ci fu un altro silenzio.
Sensi sospirò. “Oppure posso venire a controllare io,” si offrì, non esattamente entusiasta dell’idea.
“Oh, grazie, sarei molto più tranquilla,” disse l’altra.
Sensi trovò finalmente il chewingum, se lo infilò in bocca e avviò il motore.
“Se non sono morti dovrai pagare per la chiamata notturna,” specificò.

venerdì 10 luglio 2009

Tra poco si riprende

Almeno per un'altra avventura. Poi le vacanze me le prenderò IO, se permettete.

martedì 23 giugno 2009

Pubblica utilità

Qua accanto, come di consueto, potete ora trovare il file in formato pdf di Una linea d'ombra. Il commissario Sensi (e la sua creatrice) ora si prenderà una vacanza estiva, che ovviamente passerà nei più trucidi ritrovi goth d'Europa.
Stay tuned.

Ah, se qualcuno di voi volesse cimentarsi in proprio, mandatemi un'email.

lunedì 22 giugno 2009

Una linea d'ombra - 23

Sotto tutti i punti di vista la giornata del commissario era stata una vera schifezza. Anzi, i due o tre giorni precedenti, erano stati una vera schifezza.

Prima aveva dovuto rinunciare a un threesome, per quanto improbabile, con le due aspiranti-veline. Poi gli avevano proposto un caso di molestie su minori. Poi il caso di molestie su minori si era trasformato in un caso di percosse e di disagio familiare. Poi il caso di percosse si era trasformato in una scopata niente male (e questo era uno degli unici due fatti positivi del periodo). Poi la scopata niente male si era trasformata in un omicidio (e questo, retroattivamente, aveva annullato la positività dell’azione precedente). Poi l’omicidio si era trasformato in un caso di disagio familiare ancora più marcato di quanto Sensi si fosse aspettato all’inizio. Poi da un caso ne erano venuti fuori due, con una moltiplicazione del carico di lavoro che Sensi non poteva certo apprezzare. Il caso di marcato disagio familiare si era trasformato in un’overdose, mentre il caso di omicidio si era trasformato in un caso di bomba. O come si diceva.

Alla fine Sensi si era ritrovato di nuovo con un caso di omicidio, irrisolto.

A quel punto il fondo era stato abbondantemente toccato, quindi fu con spirito sereno che Sensi si presentò all’obitorio e chiese di vedere il cadavere di Erica Buscetta.

La casa di Nicosia, una volta svuotata della bomba, non aveva rivelato niente di interessante.

Nicosia aveva fatto scomparire ogni cosa, lasciando solo un regalo di benvenuto per gli investigatori.

Seguito dai Servizi Sociali e dalla Salute Mentale, Davide Nicosia era stato diagnosticato come paranoico non schizofrenico. Non aveva allucinazioni o deliri eclatanti, ma era convinto in modo incrollabile che il mondo complottasse contro di lui.

Nel palazzo lo consideravano un tipo bizzarro.

Non aveva parenti in vita ed era piuttosto improbabile che avesse degli amici. Non aveva il porto d’armi e non frequentava i ritrovi dei militari. Non aveva lasciato tracce dietro di sé. Per quel che ne sapeva Sensi poteva anche essere andato a nascondersi sulle montagne, dove avrebbe fondato la sua personale autarchia nazista.

In pratica, si avviava allegramente a diventare l’ennesimo caso irrisolto della squadra mobile di Spezia.

Sensi fu scortato fino alla salma, che era stata messa su un tavolo di metallo, coperta da un telo.

“Può andare,” disse all’inserviente.

“Veramente dovrei restare con lei…”

Sensi respirò profondamente. “Se ne vada, per favore,” ripeté, con voce cupa. “Conoscevo questa donna.”

L’altro per un po’ sembrò indeciso, ma alla fine annuì seccamente e lo lasciò solo.

Sensi si avvicinò al tavolo.

Il lenzuolo verde, ospedaliero, era freddo al tatto. Sensi ne sollevò delicatamente un lembo all’altezza della testa di Erica.

Il volto era bianco violaceo, con una larga ecchimosi sul lato sinistro. Gli occhi erano già stati chiusi e probabilmente fissati. I capelli erano sporchi di sangue raggrumato e non bastavano a nascondere il fatto che il cranio, sul lato sinistro, aveva una forma particolare.

Sensi immaginò che le pompe funebri non si sarebbero litigate quel lavoro, quando finalmente in corpo sarebbe stato consegnato. Troppo poco rovinato per giustificare una bara chiusa, troppo per aver bisogno solo di una mano di fondotinta.

Ma, in fondo, non era probabile che Erica venisse restituita alla famiglia tanto presto.

Quel pomeriggio Sensi doveva incontrare i suoi genitori. La tentazione di andare in ferie era più forte che mai, ma persino lui si rendeva conto che non si sarebbe più potuto guardare nello specchio se l’avesse fatto.

E c’era già un'altra donna morta che lo aspettava nello specchio ogni volta che ci guardava, due sarebbero state troppe.

Titubante, accarezzò i capelli sporchi di sangue di Erica.

Erano freddi, proprio come tutto il resto.

Infilò le dita tra le ciocche, sporcandosi leggermente le mani. Il sangue raggrumato iniziò a disciogliersi.

“Tu lo capisci, vero?” mormorò.

Il sangue diventò completamente fluido e alcune gocce caddero sul pavimento. Sensi le osservò per qualche istante.

Poi, come mosse di vita propria, le gocce iniziarono a fluire, disegnando una sorta di rivolo. Il rivolo tracciò una scia sul linoleum, puntando in direzione della porta.

Erano solo poche gocce, e il sangue presto si esaurì. Ma la scia continuò a procedere, ora fatta d’ombra.

Una sottile scia d’ombra che si dirigeva verso la porta, e vi scompariva sotto.

Sensi ricoprì il viso del cadavere e osservò per qualche istante la linea d’ombra che scompariva sotto la porta.

Poi, diligentemente, iniziò a seguirla.

FINE.


domenica 21 giugno 2009

Una linea d'ombra - 22

I due se n’erano stati a bere Red Bull, mentre gli uomini dello SDAI disinnescavano la bomba. Il comandante di fregata Nunzio si era anche fumato un sigaro, godendosene, o così era sembrato a Sensi, ogni boccata.
Dopo un po’ era arrivato uno degli uomini-Michelin a fare rapporto.
“L’ordigno è stato disinnescato e messo in sicurezza, signore,” disse, facendo il saluto militare.
“Portatelo via,” ordinò Nunzio, continuando a fumare il suo sigaro.
Si voltò verso Sensi: “È piuttosto probabile che fosse mal preparato, sa? La maggior parte di questi bombaroli della domenica sono incapaci di assemblare una bomba al fertilizzante dall’adeguato potere dirompente.”
“Se me l’avesse detto dieci minuti fa sarei stato più contento.”
“Be’, se poi fosse esplosa ci avrei fatto una figura meschina,” ribatté l’altro. “E poi così non ha pensato alla sua epatite per un po’.”
Sensi sbuffò. “Scherzavo, non l’ho presa. La bava dei tossici fa solo schifo al cazzo, non trasmette infezioni. Be’, non quel genere di infezioni, comunque.”
“Lei deve condurre un’esistenza interessante, se mi permette di dirlo.”
“E deve vedere il sabato sera,” rispose Sensi, finendo di svuotare la sua lattina.

Una linea d'ombra - 21

Il capitano di fregata Mario Nunzio era in piedi in mezzo al cortile del condominio di via Milano, circondato da un grappolo di uomini pesantemente bardati. L’impressione generale era quella di un assembramento di omini della Michelin.
“Commissario,” lo salutò, vedendolo arrivare.
Sensi sventolò stancamente una mano. “Al servizio dei cittadini,” rispose. “Quando ho firmato non ho capito che mi stavano fregando.”
“Lo penso sempre anch’io.”
Sensi si fermò accanto a un tizio alto più o meno come una montagna e largo circa il doppio, avvolto in tre o quattro strati di giubbotto anti-proiettile e protezioni in kevlar assortite.
“Sono termiti particolarmente aggressive o c’è davvero una bomba?”
“Be’, c’è una massa di materiale che potrebbe essere una bomba al fertilizzante di piccole dimensioni e c’è una miccia al magnesio. Se quell’affare possa esplodere è ancora da vedere.”
Sensi voltò lo sguardo verso il cielo. “Espiare sto espiando, sei contento, adesso?”
Il capitano di fregata sorrise bonariamente. “Ha un filo diretto con Dio?”
“Macché. In compenso ho rapporti discreti con i piani bassi. Lei è sempre così imperturbabile?”
“Quando disinneschi bombe di mestiere inizia a venirti naturale.”
Sensi si passò una mano sulla faccia.
“E quanto ci vorrà per disinnescare questa?”
L’altro guardò l’orologio. “Una decina di minuti.”
Sensi sbadigliò. “Giusto il tempo di procurarmi una Red Bull.”
“Se vuole ne ho un paio in macchina,” disse il comandante di fregata.
Sensi inclinò la testa da un lato. “Se le piace anche la musica gotica dovrò sposarla.”
“Credo di essere fortemente predisposto per l’eterosessualità, mi dispiace.”
“Sciocchezze. Le assicuro che sono un ottimo partito. Mi accontento facilmente e mangio di tutto. Potrei appena aver contratto l’epatite, ma sono certo che non si formalizzerà.”
Il comandante di fregata rise di nuovo e gli diede un paio di pacche su una spalla, guidandolo verso la sua macchina. “Non c’è niente come un energy drink per le giornate come questa. Non so se la guarirà dall’epatite, ma in fondo potremmo anche venir spazzati via tutti e due dall’esplosione.”
Sensi annuì. “Ha ragione, poi non sarebbe più un problema.”

sabato 20 giugno 2009

Una linea d'ombra - 20

Sensi era partito sgommando. Una volta in via Milano aveva messo il lampeggiante sul tetto e l’aveva acceso, insieme alla sirena. Aveva percorso via Milano accelerando fino ai 90, aveva svoltato in via Fiume e aveva accelerato ancora, dribblando tra le macchine sulle due corsie.
Arrivato alla rotatoria di piazza Saint Bon aveva inchiodato sull’angolo e era schizzato giù, verso la farmacia.
“Polizia!” aveva gridato, entrando di corsa e sbracciandosi come un matto. “Una confezione di Narcan!” Aveva anche sventolato il distintivo, tanto per evitare le solite reazioni tu-non-sei-un-poliziotto. Ma la farmacista doveva avere una certa esperienza. Vista la fauna della zona Sensi non doveva essere il primo folle che entrava chiedendo del Narcan con urgenza.
Gli allungò una confezione e Sensi ripartì a razzo. Decisamente, se anche quella mattina se ne fosse stato a letto la sua vita sarebbe stata molto più semplice. Avrebbe potuto passare a raccogliere i morti verso mezzogiorno, comodamente.
Si immise nella rotatoria e si infilò nella galleria Spallanzani, con il piede a tavoletta sull’acceleratore. Le macchine si spostavano con un certo ritardo, e Sensi quasi ne beccò un paio.
In via Crispi, fuori dalla galleria, tirò dritto a tutti gli incroci senza guardare, girò in viale Italia e riprese velocità. Il suo wragler non era un mezzo da competizione, e a Sensi non piaceva guidare veloce, ma riuscì comunque a toccare i 120 passando davanti alla questura circa sette minuti dopo aver ricevuto la telefonata di Mainardi. Da lì a Toxic Ville c’erano poco più di cinquecento metri.
Sensi li fece in accelerazione costante, arrivando sotto lo squallido condominio di Morelli circa otto minuti dopo la chiamata di Mainardi.
Il portone era socchiuso e Sensi lo spalancò con un calcio. Poi iniziò a correre su per le scale.
La porta dell’appartamento di Moreno il Tossico era già spalancata. “Fai qualcosa, cazzo!” urlava una voce acuta, forse quella di Omar, o forse quella di Teresa.
Si proiettò attraverso la porta.
Se avesse trovato solo una lite coniugale, pensò, avrebbe arrestato tutti, o forse li avrebbe uccisi.
Ma, ovviamente, Omar e Teresa erano inginocchiati vicino al corpo riverso di Moreno, mentre Mainardi, con gli occhi sgranati guardava la scena con il cellulare in mano.
“Toglietevi dal cazzo,” disse Sensi, spostando a viva forza il ragazzino. “Datemi una delle siringhe di Moreno,” aggiunse, poi.
“Ho chiamato l’ambulanza, capo,” lo informò Mainardi, mentre Omar gli passava una siringa nuova.
Sensi aprì la confezione del Narcan e tirò fuori una fiala. Riempì la siringa con il suo contenuto, poi la piantò senza tante cerimonie nella spalla di Moreno, passando attraverso il maglione e qualsiasi strato di abbigliamento sottostante. Abbassò completamente lo stantuffo, poi cadde sulle proprie chiappe, respirando come un mantice.
“Cristo,” ansimò.
“Cosa gli hai fatto?” chiese Omar, che era in piedi dietro di lui.
“Gli ho salvato le chiappe,” rispose Sensi. “Era in overdose, giusto?”
“Sì,” disse Teresa, che era ancora inginocchiata accanto all’uomo, in maglietta e mutande. Le mutande, notò Sensi con un certo raccapriccio, erano del tipo con uno spacco davanti.
Osservò la sua opera. Moreno era ancora privo di coscienza, e apparentemente non respirava.
“Fantastico,” borbottò Sensi, rivoltandosi per inginocchiarsi accanto a lui. “Merda,” aggiunse.
Fece una smorfia schifata, tappò il naso dell’altro e appiccicò la propria bocca alla sua. Dopo un istante tolse la mano dal naso, strappò la siringa dalla spalla e iniziò a spingere con forza contro l’esile torace del moribondo. Si chinò e soffiò altra aria.
“Ha l’epatite,” si sentì in dovere di informarlo, Omar.
Sensi soffiò ancora, continuando a spingere ritmicamente sul cuore dell’altro.
Finalmente Moreno spalancò gli occhi.
Sensi, sputacchiando, tornò a sedersi sulle proprie chiappe.
“Tanto perché tu lo sappia,” disse all’uomo ancora riverso a terra, “questa è una delle cose più schifose che io abbia mai fatto. E non parlo della tua bava.”
Moreno lo guardò con aria confusa, poi ebbe un brivido.
“Adesso andrai in astinenza,” lo informò Sensi.
“Cazzo,” disse l’altro, con voce impastata.
“Se pensi di aver avuto una giornata di merda non hai visto la mia.”
Moreno cercò di tirarsi a sedere.
“Capo, che cosa…?” iniziò a dire Mainardi, avvicinandosi con una certa cautela.
Sensi si rialzò. “Avevo la mezza idea che questo imbecille si volesse fare il buco dell’addio,” borbottò. “Qualcuno ha della Red Bull?” aggiunse.
Il citofono suonò.
“Dev’essere l’ambulanza,” offrì Mainardi, senza muoversi.
“Bene. Non credo che si siano accorti che il portone è scassato. Forse è meglio che apri.”
Teresa, intanto, stava insultando allegramente il suo uomo.
“Ehy, commissario,” disse Omar, toccando Sensi su un braccio. “Bella mossa.”
Sulle scale iniziarono a risuonare dei passi veloci. Un istante dopo un tizio della Pubblica Assistenza infilò la testa dentro.
“È qua l’overdose?”
Moreno, ancora sul pavimento, sventolò una mano in segno di saluto.
L’infermiere si guardò intorno con espressione smarrita.
“Gli ho fatto una fiala di naloxone,” spiegò Sensi, tirandosi indietro i capelli. Poi guardò l’orologio.
“Se ora permettete, avrei una bomba a cui badare all’altro capo della città,” aggiunse.
La mattinata stava prendendo una piega decisamente surreale.

Una linea d'ombra - 19

Fuori c’era da gelare. La nevicata non era riuscita a decollare e adesso piovischiava. La pioggia, però, sembrava neve sciolta.
Sensi aveva brillantemente coordinato gli sfollati, dirigendoli verso i bar più vicini. Un anziano signore si era rifiutato di lasciare il suo appartamento e Sensi, alla fine, era riuscito a convincerlo ad uscire quando sarebbero arrivati gli artificieri, a patto che Tudini gli offrisse almeno due grappe.
Gli artificieri erano stati gradevolmente veloci.
Una decina di minuti dopo che Tudini aveva dato l’allarme era arrivata una Lancia, seguita da un pulmino della Marina Militare.
Dalla Lancia era sceso un tizio sulla cinquantina, dai capelli brizzolati, che indossava un giaccone beige molto imbottito. Il suo portamento militare era un po’ appannato dal mento morbido, che certamente si abbinava a un girovita altrettanto morbido.
Il militare si diresse a colpo sicuro verso Tudini, che lo accompagnò verso un Sensi che stava dondolando sui piedi per scaldarsi e che aveva tutta l’aria di ciondolare lì attorno.
“Capitano di fregata Mario Nunzio,” disse il tizio, allungando una mano. Sensi si presentò, battendo lievemente i denti.
“È il comandante del Nucleo SDAI,” spiegò Tudini, in tono ammirato. “Servizi difesa antimezzi insidiosi.”
“Ottimo. Io, qua, sono il capo lotta ai figli di puttana insidiosi, invece,” disse Sensi. “Ma se non sposto le chiappe al caldo presto non potrò più lottare contro nessuno.”
Il capitano di fregata gli rivolse un sottile sorriso. “Possiamo parlare dentro la mia macchina,” propose, e iniziò nello stesso istante a fare strada. Sensi lo seguì con un certo entusiasmo.
L’interno della macchina era tiepido, niente di più, ma era già un miglioramento rispetto a fuori. Sensi si piazzò sul sedile del passeggero, mentre Tudini saliva dietro.
“Mi spieghi,” disse il capo-artificiere.
Sensi si alitò sulle mani. “Non so nemmeno se c’è, una bomba,” spiegò. L’altro non fece una grinza.
“Ma questo tizio, Nicosia, forse ha ucciso una donna. Il suo appartamento è stato ripulito. È probabile che spiasse la tizia dalla finestra della camera da letto. Mi dà tutta l’impressione di un paranoico di quelli duri. Sul suo comodino c’erano tre libri, due li ho letti anch’io. In uno si parla di un gruppo terrorista che fabbrica una bomba al fertilizzante, nell’altro di un bombarolo. Nel terzo non so, ma è roba di corpi scelti, sicuramente. Ora, io non ho niente contro le letture ricreative, ma due su tre mi mette un po’ a disagio.”
Sensi si soffiò di nuovo sulle mani. “Ha staccato l’acqua, il gas, tutto quanto. L’armadio della camera da letto ha uno strano odore, molto lieve. C’è un pezzetto di scotch attaccato tra le due ante, ma non riesco a vedere se tiene in posizione un filo. Ah, e l’odore secondo me è quello di una miccia al magnesio, ma potrebbe essere anche un antitarme.”
L’altro lo fissò in silenzio per qualche istante.
“Sicché lei sospetta che dentro all’armadio ci sia una bomba a base di nitrato d’ammonio,” disse, alla fine.
“O magari un pupazzo a molla zeppo di antitarme,” rispose Sensi.
Il capitano di fregata gli rivolse un altro sottile sorriso.
“Se viene fuori che è solo antitarme provvederemo senz’altro a ristabilire l’habitat naturale delle bestiole, non tema.”
Sorrise anche Sensi, poi il suo cellulare iniziò a suonare.
“Sarei un po’ impegnato,” rispose Sensi, continuando ad alitarsi sulle mani.
“Capo, abbiamo un problema,” disse Mainardi, dall’altro capo.
“Se è più grosso del nostro entro in ferie con effetto immediato.”
“Dall’appartamento di Morelli provengono delle grida.”
A Sensi servì un attimo per ricordarsi che aveva ordinato a Mainardi di appostarsi davanti a Toxic Ville.
“Vai a controllare che cosa succede, arrivo,” disse.
Poi, senza dire una parola, scese dalla macchina e iniziò a correre verso il suo fuoristrada.
Mario Nunzio si voltò verso Tudini. “Fa sempre così o gli fanno impressione le termiti?” chiese.
Tudini scosse la testa, abbattuto: “No, fa sempre così.”

giovedì 18 giugno 2009

Una linea d'ombra - 18

Era riuscito ad alzarsi dal letto alle sei e mezza del mattino, un fatto praticamente unico. Forse era una punizione divina, pensò. Se fosse stato disposto ad alzarsi alle sei e mezza del mattino il giorno precedente, forse Erica sarebbe stata ancora viva.
Forse.
In fondo c’era sempre, un forse.
Lasciò Carmel a dormire nel suo letto singolo, i capelli scuri sparpagliati sul cuscino e la pelle color cannella che nell’oscurità sembrava risplendere.
Si vestì in fretta e uscì.
L’aria era così fredda che sembrava morderti la faccia. Alcuni radi fiocchi di neve svolazzavano sopra il marciapiede umido e buio. Sensi salì sul wrangler e accese l’aria calda al massimo.
Uno avrebbe pensato che a quell’orario antelucano le strade fossero vuote. Non era così: il traffico era sostenuto, ma scorrevole, il che era già un miglioramento rispetto alla media.
Sensi arrivò al condominio di via Milano alle sette e qualche minuto e parcheggiò in divieto accanto a una volante. Il cielo era grigio scuro, i fiocchi di neve erano meno radi, l’aria continuava a mordere.
Il commissario si allacciò il giubbotto fino al collo, controllò la pistola e chiuse la macchina.
Un agente in divisa lo fece entrare nel palazzo. Salì le scale con calma fino al secondo piano. Davanti alla porta di Nicosia stazionavano un altro paio di agenti in divisa e un Tudini dall’aria semi-addormentata.
“Non si è visto per tutta la notte,” disse l’ispettore, salutandolo con un cenno del capo.
“Quindi da quanto manca all’appello?”
“Per quel che ne sappiamo dal momento dell’omicidio.”
Sensi annuì. “Abbiamo l’autorizzazione?”
Tudini si toccò la tasca della giacca. “Ho portato anche un piede di porco e un cacciavite. La porta sembra bella robusta,” disse.
Sensi, con uno scatto improvviso, tirò una scarpata contro la porta di Nicosia, in alto, vicino alla serratura. Si sentì un crack agghiacciante e la porta si spalancò con un tonfo.
Tudini e gli agenti guardarono il varco con espressioni allucinate.
“È una questione di baricentro,” spiegò Sensi.
“E tu che cosa ne sai di baricentri?” replicò Tudini.
L’altro sorrise, si strinse nelle spalle e entrò. “Niente, ma la serratura faceva cagare.”
L’interno dell’appartamento era gelido ed era in ombra, ma le tapparelle erano aperte e le finestre chiuse. Nel soggiorno non c’era niente che facesse pensare in modo lampante al covo di un omicida. C’erano un paio di poltrone chiare, un gigantesco televisore vecchio tipo e qualche mobile assortito.
Sensi accese la luce e passò nella camera da letto. Il letto, a due piazze, era perfettamente rifatto. Sul comodino c’erano alcuni libri e un posacenere vuoto, ma non pulito.
Sensi si infilò un paio di guanti di lattice e sollevò uno dei libri.
“Lee Child,” informò gli altri. “Jeffery Deaver, Stephen Leather.”
Tudini gli rivolse uno sguardo vacuo. “Sarebbero gialli?”
“Deaver sì. Gli altri due… sai, credo che sia meglio che tu esca un attimo insieme agli agenti. Due su tre li ho letti, e non vorrei…”
“Ermanno, che cosa stai dicendo?”
“Esci, cazzo!” gridò il commissario.
Tudini fece segno agli altri due di allontanarsi. “Io resto qua,” spiegò.
Sensi sbuffò, poi iniziò a guardarsi attorno.
“Qual è il primo posto dove guarderesti, se stessi cercando delle prove?” chiese.
“Noi stiamo cercando delle prove,” ribatté l’altro.
“Ok, dove?”
“Nel comodino, nell’armadio, nel frigo…”
“Buffo, io avrei guardato sotto il letto,” disse il commissario. Sembrava di un umore ancora più strano del solito.
Si accucciò accanto al comodino e si voltò verso Tudini. “Potresti almeno andare sulla porta?” chiese.
Tudini obbedì. Il commissario avvicinò la faccia a uno dei cassetti e lo annusò. Poi guardò con attenzione tutto attorno, infine lo aprì di qualche millimetro, voltando la faccia dall’altra parte.
Il cassetto si aprì senza rumore.
“Cristo,” disse Sensi, finendo di aprirlo. Diede una distratta occhiata all’interno. “Tu resta lì, eh?”
“Vorrei solo sapere che cosa pensi che possa succedere, Ermanno. Perché se hai il sospetto…”
“Zitto. Ora apro l’altro.”
Sensi ripeté la procedura con il secondo cassetto, gettò una rapida occhiata al suo contenuto e si rialzò in piedi.
“Allora?”
“Sono vuoti,” disse il commissario. Si avvicinò all’armadio e si accucciò lì accanto. Osservò con attenzione la chiusura delle ante.
“Potrebbe essere questo,” disse. “Cioè, io di esplosivi non ne capisco niente, ma ha uno strano odore e qua, nella fessura, c’è come un pezzetto di scotch. Non riesco a capire se c’è attaccato un filo, però. Che faccio, apro?”
“No! Ermanno!”
Sensi si rialzò e si mise a ridere. “Chiama gli artificieri, sgomberate il palazzo, io intanto guardo le altre stanze.”
“Non è meglio uscire?”
“Mi sono svegliato alle sei e mezza, adesso non mi muovo finché non ho visto quel che c’è da vedere.”
Mentre Tudini se ne andava, col cellulare già attaccato all’orecchio, Sensi iniziò a girellare per l’appartamento. Nicosia non ci aveva lasciato dentro molto. In frigo c’era un cartoccio del latte e qualche zucchino, nella dispensa una confezione ancora sigillata di cereali integrali, nel bagno un pacchetto di cerotti mai aperto. La lavastoviglie era stata caricata a pieno carico e le stoviglie erano ancora dentro. Il cesto della biancheria sporca era vuoto. Nella libreria in soggiorno mancavano almeno una ventina di volumi, a giudicare dai buchi. Il pavimento, i mobili, la tv, erano puliti, quasi splendenti. All’aspirapolvere era stato tolto il sacchetto. Il cestino della spazzatura non c’era, anche se c’era uno spazio vuoto sotto il lavandino dove forse era stato alloggiato.
La caldaia era spenta, il gas e l’acqua erano chiusi.
Sensi andò a guardare dalle varie finestre. Il soggiorno non ne aveva, la camera da letto e il bagno davano sullo stesso cortile interno su cui dava il portone, quella della cucina dava su via Milano.
Nella casa c’era un freddo fottuto, i vetri non erano appannati, e attraverso la finestra della camera da letto Sensi riusciva a vedere perfettamente gli inquilini del condominio che si affollavano nel cortile, alcuni ancora in vestaglia.
Alitò sui vetri fino ad appannarli un po’. Su quello di destra c’era un cerchio approssimativo, probabilmente il segno di qualcuno che aveva ripulito la condensa con la mano o con la manica. Dal buco si vedeva la parte del cortile, di fronte al portone.
Sensi si cacciò le mani in tasca e uscì dall’appartamento.

mercoledì 17 giugno 2009

Una linea d'ombra - 17

Era riuscito a convincere Carmel a cenare con lui con l’unico ausilio delle sue occhiaie viola. Le aveva raccontato tutto mentre lei mangiava una pizza seduta sul suo divano e lui succhiava dei cubetti di ghiaccio, steso lì accanto.
Ora Carmel stava lavando i bicchieri nel suo lavandino, dandogli le spalle.
“Sai, hanno inventato un macchinario apposta per questo,” le disse Sensi. “Si chiama lavastoviglie, è proprio lì sotto.”
“Ce metto un istante,” replicò lei.
Sensi si alzò e le si affiancò. “Allora passami almeno quei bicchieri, li asciugo.”
Carmel ne appoggiò uno sul ripiano del lavandino.
“Perché te ne sei andato alle quattro?” chiese.
Sensi iniziò ad asciugare il bicchiere. “Perché lei questa mattina doveva alzarsi alle sei e mezza, e io volevo dormire.”
Carmel gli appoggiò davanti un altro bicchiere. Non si stava limitando a lavare i piatti di quella sera, ma si stava accanendo contro tutte le stoviglie sporche che trovava. E visto che quello era l’appartamento di Sensi, ce n’era un certo numero.
“Se fossi rimasto forse non sarebbe morta,” disse lui, continuando ad asciugare.
“Sì,” rispose lei. “Manno, ma perché me devi contare este cose, eh?”
Lui si strinse nelle spalle.
Carmel chiuse il getto dell’acqua e si voltò verso di lui. Come sempre, era bella.
“Io non voglio sapere delle donne che vedi, lo comprendi esto?”
Sensi si limitò a guardarla. “Ti ho chiesto mille volte…” iniziò.
“E io te ho resposto mille volte e una che con te non ce posso stare. Sei troppo loco per mi. Ma non voglio sapere niente de quello che fai con…”
“Ok,” disse Sensi, che non voleva sentire la fine del discorso.
Carmel gli accarezzò una guancia. “Lo siento,” disse, e intendeva che le dispiaceva.
“Lo so.” Sensi si allungò verso di lei e la baciò sulle labbra. “Ti…” disse. “Forse ti…” corresse.
“C’è siempre un forse,” sorrise Carmel, mentre lui tornava a baciarla.
“Immagino che ci sia in ogni caso,” disse lui, sorridendo a sua volta. “Andiamo di là?”
“Almeno quello te riesce benino,” concesse lei.

Una linea d'ombra - 16

Fuori l’aria era fredda e umida, uno standard spezzino. Ancora non aveva piovuto, ma forse più tardi avrebbe nevicato. Sensi sperava di no. A Spezia nevicava una volta ogni tre anni, ma quando succedeva le strade diventavano un inferno completo. Roba che in confronto la famosa rotonda a sette giri inglese sembrava un gioco per bambini.
Mentre si immetteva nel traffico normalmente infernale delle sette di sera, Sensi telefonò a Tudini.
Davanti a lui una Punto in tripla fila si lanciò improvvisamente in mezzo alla strada, rischiando di investire dei pedoni che avevano avuto l’ardire di provare ad attraversare sulle strisce.
“Max?” chiese Sensi, quando l’ispettore rispose, “hai mica parlato con un certo Davide Nicosia, oggi pomeriggio?”
Sensi sentì che l’altro sfogliava un taccuino.
“No, Ermanno. Non era in casa. Riprovo domani. Concluso qualcosa?”
“Metti qualcuno a sorvegliare l’appartamento.”
“Di Nicosia?”
“No, del Mago Silvan.”
“Pensi che sia stato lui?”
“Be’, come fai a fidarti di uno che di mestiere uccide canarini?”
Il silenzio di Tudini lo avvertì che l’ultima battuta non era alla sua altezza. “Non Nicosia, naturalmente. Quelli che uccidono i canarini sono gli illusionisti. Quando il canarino scompare dalla gabbietta, hai presente? In realtà la gabbietta si chiude come una fisarmonica e il canarino rimane spiaccicato dentro.”
“Ah, ma Nicosia non è un illusionista.”
“No, in effetti no.”
Tudini ci pensò ancora per qualche secondo. “Quindi non ha ucciso nessun canarino,” disse, alla fine.
“No, credo che abbia ucciso Erica,” rispose Sensi, prima di riattaccare.
Doveva vomitare di nuovo.