giovedì 18 giugno 2009

Una linea d'ombra - 18

Era riuscito ad alzarsi dal letto alle sei e mezza del mattino, un fatto praticamente unico. Forse era una punizione divina, pensò. Se fosse stato disposto ad alzarsi alle sei e mezza del mattino il giorno precedente, forse Erica sarebbe stata ancora viva.
Forse.
In fondo c’era sempre, un forse.
Lasciò Carmel a dormire nel suo letto singolo, i capelli scuri sparpagliati sul cuscino e la pelle color cannella che nell’oscurità sembrava risplendere.
Si vestì in fretta e uscì.
L’aria era così fredda che sembrava morderti la faccia. Alcuni radi fiocchi di neve svolazzavano sopra il marciapiede umido e buio. Sensi salì sul wrangler e accese l’aria calda al massimo.
Uno avrebbe pensato che a quell’orario antelucano le strade fossero vuote. Non era così: il traffico era sostenuto, ma scorrevole, il che era già un miglioramento rispetto alla media.
Sensi arrivò al condominio di via Milano alle sette e qualche minuto e parcheggiò in divieto accanto a una volante. Il cielo era grigio scuro, i fiocchi di neve erano meno radi, l’aria continuava a mordere.
Il commissario si allacciò il giubbotto fino al collo, controllò la pistola e chiuse la macchina.
Un agente in divisa lo fece entrare nel palazzo. Salì le scale con calma fino al secondo piano. Davanti alla porta di Nicosia stazionavano un altro paio di agenti in divisa e un Tudini dall’aria semi-addormentata.
“Non si è visto per tutta la notte,” disse l’ispettore, salutandolo con un cenno del capo.
“Quindi da quanto manca all’appello?”
“Per quel che ne sappiamo dal momento dell’omicidio.”
Sensi annuì. “Abbiamo l’autorizzazione?”
Tudini si toccò la tasca della giacca. “Ho portato anche un piede di porco e un cacciavite. La porta sembra bella robusta,” disse.
Sensi, con uno scatto improvviso, tirò una scarpata contro la porta di Nicosia, in alto, vicino alla serratura. Si sentì un crack agghiacciante e la porta si spalancò con un tonfo.
Tudini e gli agenti guardarono il varco con espressioni allucinate.
“È una questione di baricentro,” spiegò Sensi.
“E tu che cosa ne sai di baricentri?” replicò Tudini.
L’altro sorrise, si strinse nelle spalle e entrò. “Niente, ma la serratura faceva cagare.”
L’interno dell’appartamento era gelido ed era in ombra, ma le tapparelle erano aperte e le finestre chiuse. Nel soggiorno non c’era niente che facesse pensare in modo lampante al covo di un omicida. C’erano un paio di poltrone chiare, un gigantesco televisore vecchio tipo e qualche mobile assortito.
Sensi accese la luce e passò nella camera da letto. Il letto, a due piazze, era perfettamente rifatto. Sul comodino c’erano alcuni libri e un posacenere vuoto, ma non pulito.
Sensi si infilò un paio di guanti di lattice e sollevò uno dei libri.
“Lee Child,” informò gli altri. “Jeffery Deaver, Stephen Leather.”
Tudini gli rivolse uno sguardo vacuo. “Sarebbero gialli?”
“Deaver sì. Gli altri due… sai, credo che sia meglio che tu esca un attimo insieme agli agenti. Due su tre li ho letti, e non vorrei…”
“Ermanno, che cosa stai dicendo?”
“Esci, cazzo!” gridò il commissario.
Tudini fece segno agli altri due di allontanarsi. “Io resto qua,” spiegò.
Sensi sbuffò, poi iniziò a guardarsi attorno.
“Qual è il primo posto dove guarderesti, se stessi cercando delle prove?” chiese.
“Noi stiamo cercando delle prove,” ribatté l’altro.
“Ok, dove?”
“Nel comodino, nell’armadio, nel frigo…”
“Buffo, io avrei guardato sotto il letto,” disse il commissario. Sembrava di un umore ancora più strano del solito.
Si accucciò accanto al comodino e si voltò verso Tudini. “Potresti almeno andare sulla porta?” chiese.
Tudini obbedì. Il commissario avvicinò la faccia a uno dei cassetti e lo annusò. Poi guardò con attenzione tutto attorno, infine lo aprì di qualche millimetro, voltando la faccia dall’altra parte.
Il cassetto si aprì senza rumore.
“Cristo,” disse Sensi, finendo di aprirlo. Diede una distratta occhiata all’interno. “Tu resta lì, eh?”
“Vorrei solo sapere che cosa pensi che possa succedere, Ermanno. Perché se hai il sospetto…”
“Zitto. Ora apro l’altro.”
Sensi ripeté la procedura con il secondo cassetto, gettò una rapida occhiata al suo contenuto e si rialzò in piedi.
“Allora?”
“Sono vuoti,” disse il commissario. Si avvicinò all’armadio e si accucciò lì accanto. Osservò con attenzione la chiusura delle ante.
“Potrebbe essere questo,” disse. “Cioè, io di esplosivi non ne capisco niente, ma ha uno strano odore e qua, nella fessura, c’è come un pezzetto di scotch. Non riesco a capire se c’è attaccato un filo, però. Che faccio, apro?”
“No! Ermanno!”
Sensi si rialzò e si mise a ridere. “Chiama gli artificieri, sgomberate il palazzo, io intanto guardo le altre stanze.”
“Non è meglio uscire?”
“Mi sono svegliato alle sei e mezza, adesso non mi muovo finché non ho visto quel che c’è da vedere.”
Mentre Tudini se ne andava, col cellulare già attaccato all’orecchio, Sensi iniziò a girellare per l’appartamento. Nicosia non ci aveva lasciato dentro molto. In frigo c’era un cartoccio del latte e qualche zucchino, nella dispensa una confezione ancora sigillata di cereali integrali, nel bagno un pacchetto di cerotti mai aperto. La lavastoviglie era stata caricata a pieno carico e le stoviglie erano ancora dentro. Il cesto della biancheria sporca era vuoto. Nella libreria in soggiorno mancavano almeno una ventina di volumi, a giudicare dai buchi. Il pavimento, i mobili, la tv, erano puliti, quasi splendenti. All’aspirapolvere era stato tolto il sacchetto. Il cestino della spazzatura non c’era, anche se c’era uno spazio vuoto sotto il lavandino dove forse era stato alloggiato.
La caldaia era spenta, il gas e l’acqua erano chiusi.
Sensi andò a guardare dalle varie finestre. Il soggiorno non ne aveva, la camera da letto e il bagno davano sullo stesso cortile interno su cui dava il portone, quella della cucina dava su via Milano.
Nella casa c’era un freddo fottuto, i vetri non erano appannati, e attraverso la finestra della camera da letto Sensi riusciva a vedere perfettamente gli inquilini del condominio che si affollavano nel cortile, alcuni ancora in vestaglia.
Alitò sui vetri fino ad appannarli un po’. Su quello di destra c’era un cerchio approssimativo, probabilmente il segno di qualcuno che aveva ripulito la condensa con la mano o con la manica. Dal buco si vedeva la parte del cortile, di fronte al portone.
Sensi si cacciò le mani in tasca e uscì dall’appartamento.

3 commenti:

Max ha detto...

Cara Susanna, posso farti un complimento? Ho letto le tre "avventure" in pdf del commissario Sensi e mi sono davvero piaciute, in particolare "Sette, morto che parla". Sono d'accordo con Armando, credo che queste storie meritino "di essere pagate". Mai pensato ad una prova lunga per il nostro commissario goth? Contami tra i tuoi lettori.
Le tue stilettate su Spezia e gli spezzini sono spassosissime: se i cassonetti per il riciclo della carta si riempiono subito perchè la gente infila interi involucri di cartone (videoregistratori, forni a microonde, stereo) senza prima farli a pezzi, un motivo ci sarà: un ulteriore indizio sulla sanità mentale degli abitanti di Las Pezia City.
Ancora complimenti, sei bravissima.

sraule ha detto...

con quel las pezia city me l'hai servita su un piatto d'argento.

esiste un romanzo del commissario sensi (dove scopriamo un po' di cose interessanti sul suo "problemino") e si chiama las-pezia gothic.

MA per il momento non ho un editore, quindi per un po' si continua coi racconti (finché non finiscono, è chiaro).

baci!

Anonimo ha detto...
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