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giovedì 14 maggio 2009

Sette, morto che parla - 32

Immagino che una persona sensata come te non abbia mai provato a camminare su una pista sterrata con ai piedi degli zoccoli infradito giapponesi. Immagino che tu, a maggior ragione, non abbia mai provato a correre tra pozzanghere, ciuffi di vegetazione, foglie scivolose e fanghiglia varia.
Se ti serviva una prova del fatto che non sono molto sensato ora l’hai avuta, perché io arrancavo come un invasato alla testa della mia squadra in avvicinamento proprio su un terreno simile.
Avevo già rischiato tre volte di distorcermi una caviglia – chissà come facevano i samurai a fare tutti quei salti e quelle giravolte con simili zattere ai piedi, io avevo sempre preferito un solido paio di anfibi!
Ora, tu potrai pensare che come poliziotto non sono un granché e devo confessare di essere in gran parte d’accordo. Sono oscenamente pigro, ho scarso rispetto della gerarchia e delle convenzioni, e si può ben dire che non mi hanno ancora buttato fuori solo perché licenziare un dipendente statale è più difficile che trovare parcheggio in centro. Tuttavia, malgrado le mie molte pecche, ero almeno un ottimo tiratore.
Non che mi sia mai sforzato molto per ottenere questo risultato, sono sempre stato piuttosto tiepido nei confronti delle armi da fuoco, ma a quanto pare sono naturalmente dotato di un’ottima mira.
Motivo per cui, in quella specifica occasione, arrancavo in testa ai miei uomini in ciabatte infradito da samurai, rischiando di rompermi una gamba da un momento all’altro e con i miei delicati piedini a contatto con una quantità di natura decisamente eccessiva, con una pistola puntata davanti a me.
Male che andasse avrei abbattuto un cervo.
È inutile dire che dopo una simile, traumatica, esperienza, mi sarei attaccato al mio flacone di Prozac come un bimbo alla tetta della mamma.
Finalmente, semi-nascosta dalle frasche, avvistai la costruzione prefabbricata che, secondo il catasto, apparteneva al nostro uomo.
O meglio: visto che apparteneva ad un nato il sette luglio, oltretutto in un anno la cui somma dava sette, avevamo arbitrariamente deciso che quello era il nostro uomo.
Davanti alla baracca era parcheggiata una vecchia Panda 4x4, con il portabagagli spalancato.
Lo presi per un indizio.
Feci cenno ai miei uomini di circondare il prefabbricato e mi accostai alla porta.
Hai mai provato a sfondare una porta con un calcio avendo ai piedi un paio di zoccoli giapponesi?
Io, dopo qualche attimo di esitazione, lo feci. Tudini, accanto a me con l’arma di ordinanza in mano, era pronto a scansarsi velocemente se qualcuno mi avesse sparato.
Niente del genere avvenne.
La porta (che non era chiusa a chiave) si aprì agevolmente al mio cospetto, mostrandomi l’interno in penombra del prefabbricato.
Gli occhi di Tudini, che è un individuo più solare del sottoscritto, ci misero qualche secondo ad abituarsi alla mancanza di luce. Quando lo fecero lo sentii mormorare: «Oh. Mio. Dio.»
I miei, che con il sole ho un problema personale, misero subito a fuoco tutto.
L’interno era costituito da un’unica stanza quadrata dal pavimento di linoleum verde marcio e le pareti rivestite di pannelli di compensato bianco tirato a lucido. Su un lato c’era un tavolo con sopra vari attrezzi e coltelli.
Un cadavere vecchio di qualche mese, coperto di squarci successivamente ricuciti, era seduto contro un’altra parete, con le gambe leggermente divaricate, le braccia lungo i fianchi e la testa, mozzata, appoggiata sopra al collo.
Due ragazze nude e legate con nastro adesivo argentato da elettricista giacevano sul pavimento con espressione di ebete terrore. Gocciolavano, segno che avevano buttato loro dell’acqua addosso.
Un tizio di una decina d’anni più giovane di me, nudo come un verme, stava in piedi sopra di loro, stringendo un lungo coltello dall’aria affilata.
La sua erezione iniziò ad ammosciarsi non appena si voltò verso la porta sfondata.
Gli puntai la pistola verso il centro della fronte e dissi:
«Ai peperoni l’avevamo finita, fa lo stesso se è alle acciughe?»
Certe volte non riesco a trattenermi.

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