lunedì 21 dicembre 2015

Ford Ravenstock - Cacciatori di uragani (4)


7 dicembre 2005, h. 5.48 am, Upper West Side, Manhattan, NYC.

Il mattino in cui Bruno Spencer quasi morì l’alba era ancora un’ipotesi nella lastra scura del cielo. Semi-nascosta nell’ombra del portone di un palazzo elegante dell’Upper West Side stava una figura avvolta in un pesante cappotto e in una sciarpa, entrambi neri, come in attesa.
Anzi, decisamente in attesa.
All’improvviso la quiete prima dell’alba fu interrotta dal ruggito di un motore, subito seguito da uno stridore di freni. La figura nerovestita si voltò di scatto. Il ruggito del motore e lo stridere di freni evidentemente appartenevano alla pacchiana Mustang Cobra rossa e bianca che era appena montata con le ruote di destra sul cordolo del marciapiedi.
La detective Moore ne uscì come una furia.
«Ah, eccoti qua!» esclamò, sbattendo la portiera e fissando l’uomo nerovestito, che poi era Ford Ravenstock.
Lui le restituì uno sguardo vacuo e un po’ rassegnato. «Marlene, che cosa...»
Fu interrotto dal rumore di un’esplosione. Il rumore molto particolare di un fucile da caccia che spara. Un rumore che, in realtà, non suonò del tutto giusto all’orecchio allenato di Ravenstock.
La detective Moore lo vide scolorare – non che di solito fosse abbronzato – e sgranare gli occhi. Confuso, forse sconvolto.
«Mio... Dio...» lo sentì mormorare. Un istante dopo sollevò lo sguardo su di lei, ancora un po’ allucinato, ma più deciso. «Presto, chiama un’ambulanza».
«Sì, una...» ripeté lei, portandosi meccanicamente alla bocca il ricevitore della radio. «Detective Moore, mi serve un’ambulanza tra la 83 West e Amsterdam!» chiamò, con una certa urgenza nella voce.
«È andato tutto storto» mormorò lui. Continuava a sembrare sotto shock.
«Codice… che cosa-cos’è successo, Ford? Per quale cazzo di crimine sto chiedendo rinforzi?» sbottò lei, lanciandogli un’occhiata irritata.
Lui guardò verso l’alto. «Dentro quel palazzo… c’è un uomo che ha tentato di togliersi la vita».
«È un tentato suicidio, sì!» gridò Moore nella radio. Perché stava prendendo per buona la parola di Ford, poi? «Arma da fuoco! No, non lo so!».
In quanto a Ravenstock, si stava allontanando. «Senza riuscirci» aggiunse, quasi tra sé e sé.
«Sì, probabile 10-109! Adesso vado a controllare!» continuò a gridare lei. «Non credo! Mandate solo quella cazzo d’ambulanza, okay?».
Si voltò, cercando Ravenstock con lo sguardo. «Ford, dove diavolo…»
Ma non c’era più. Svanito come se non fosse mai stato lì.
«‘Fanculo» borbottò Moore, e si diresse a passo di carica verso il palazzo.


7 dicembre 2005, h. 5.32 pm, Lower East Side, Manhattan, NYC.

Il cielo era già buio, fuori dalle finestre, quando il signor Emerson entrò in salotto. Nel camino erano rimaste solo le braci, che illuminavano fiocamente l’ambiente. Il loro alone si confondeva con quello di una lampada da tavolo, altrettanto fioco. Ravenstock era su una delle grandi poltrone verdastre e sembrava cullare un bicchiere di whisky. Le sue spalle erano curve, l’espressione distante.
«Signore? Quanto ha bevuto, signore?» chiese Emerson. Il suo tono fu quasi dolce.
«Un po’».
«La signora Cristiansen desidera parlare con lei. Sta attendendo dabbasso».
Ravenstock sollevò lo sguardo pallido su di lui. «Non mi aspettavo altro. Ma è la signora Spencer, ora».
Emerson si strinse imprecettibilmente nelle spalle, come a dire che il suo nome non aveva importanza. «Le chiedo di ripassare?».
Ravenstock scosse la testa e si raddrizzò un pochino. «Certo che no. La faccia accomodare immediatamente».
«Sì, signore» mormorò l’altro. Stava per lasciare la sala, quando Ravenstock lo richiamò.
«E, signor Emerson? Credo che non avremo bisogno di lei».
Pochi secondi dopo fu la vedova Cristiansen, ora signora Spencer, ad entrare nella stanza. Sembrava in ottima forma. I capelli chiarissimi sciolti sulle spalle, le labbra ravvivate da un rossetto vivace e un vestito corto, scuro, elegante e nel complesso ben poco luttuoso.
«C’è un freddo da gelare le chiappe, là fuori. È whisky, quello, Ford?» chiese, indicando il bicchiere che giaceva sul tavolino.
Ravenstock alzò a malapena la testa. «Già. Serviti pure».
Ally Spencer si sedette nella poltrona davanti alla sua e si versò un’abbondante dose di whisky. Poi annusò ostentatamente l’aria.
«Cristo, hai l’odore di una distilleria. Be’, comunque non sembra male. Un giorno mi spiegherai perché offrire agli ospiti tisane orribili e mortali quando hai un’annata di Legavulin come questa».
«Uccide più lentamente» replicò lui, cupo.
Ally gli rivolse un sorriso sottile. «Se escludiamo Dylan Thomas».
«Se escludiamo Dylan Thomas» ammise Ravenstock. «Allora, che cosa…»
Lei svuotò il suo bicchiere in un sorso.
«Sì, vengo adesso dall’ospedale. Tutta la parte della quasi-vedova affranta, capisci. Due palle. Comunque non è che Bruno sia morto».
Nello sguardo di lui passò un’ombra cupa. O meglio, più cupa del solito, il che era tutto dire.
«Lo so».
«Già. Tecnicamente è coma profondo».
«I medici…»
«…non prevedono alcun margine di recupero, no».
Il silenzio si allungò tra loro. Erano state parole definitive e sembravano aver spento la conversazione. I secondi scivolarono via, con le braci che disegnavano riflessi rosati nella stanza in penombra.
Alla fine fu Ravenstock a rompere il silenzio. «Non so che cosa dire, Ally». Sospirò appena. «Sono terribilmente spiacente».
«Be’, non sei stato tu quello così coglione da non riuscire a spararsi in testa, no?» ribatté lei.


8 dicembre 2005, h. 00.47 am, Lenox Hill Hospital, NYC.

Il corridoio del reparto rianimazione era deserto, solo le luci di sicurezza accese, tutto caldo, silenzioso e buio come un grembo. L’ultimo grembo, per molti di quei pazienti.
Un uomo risalì quel corridoio, superando le porte chiuse con passo calmo, fino a trovare quella che cercava. La aprì.
«Sei venuto a completare l’opera?».
Ravenstock si richiuse la porta alle spalle, silenzioso e un po’ felino come sempre. Bruno Spencer era nel letto, anche se identificarlo, a prima vista, sarebbe stato arduo. Il collo e la faccia erano completamente bendati e, nella luce fioca e azzurra della camera, sembrava la comparsa di un brutto film di mummie. La cannula del respiratore e i monitor turbavano quest’impressione di antico Egitto cinematografico, così come i suoi occhi dalle palpebre chiuse e rosee.
Marlene era seduta accanto al letto ed era stata lei, naturalmente, a parlare.
Ravenstock scostò a sua volta una sedia, ma poi restò in piedi.
Accese la luce. Aveva una faccia terribile.
«Non potrei mai uccidere un uomo» disse, in tono spento.
Marlene gli lanciò un’occhiata penetrante. «Sì? Be’, questo è quello che sostieni tu, vero? Intanto intorno a te le persone cadono come mosche».
Ravenstock non rispose. Osservò il degente con le sopracciglia piegate verso il basso, quelle sopracciglia così sottili e sensibili, che tanto lo aiutavano ad assumere la sua sempiterna espressione tormentata, pensò lei, con una certa stizza.
«Marlene...»
«Oh, adesso mi dirai che il signor Bruno Spencer ha fatto tutto da solo…»
Lui sospirò. «Detesto doverlo puntualizzare, ma sì. Io di certo non avrei sbagliato a prendere la mira».
«…che il fatto che fosse il secondo, terzo, chi-se-lo-ricorda, marito della stessa Ally Cristiansen…»
«Credo che preferisca Ally Spencer. In effetti suona meglio» puntualizzò lui.
«…il cui primo marito è morto in circostanze insolite, il cui amante dell’epoca si è ucciso…»
Un altro sospiro paziente da parte di Ravenstock. «Sbaglio o mi hai già interrogato su questo?».
«…E questo è, che cosa?» continuò lei, senza ascoltarlo, «Il secondo, il terzo multimilionario? Quella donna è un’assassina, Ford».
Sul viso di lui si dipinse un pallido sorriso. «Chi può dirsi perfetto?».
Marlene fece per andare verso la porta. Quella conversazione non aveva senso, come tutte le conversazioni che finiva per avere con lui.
Ci provò ancora una volta.
«Ford, io non ti capisco. Non capisco quello che fai, non capisco quello che vuoi…»
«Marlene, io…» la interruppe lui, con quell’espressione così genuinamente dispiaciuta da farti venire voglia di picchiarlo.
Marlene digrignò i denti, impotente. «Mi fai incazzare così tanto!»
«Mi dispiace» mormorò lui. Appunto.
«Be’, sai chi se ne frega, se ti dispiace. Quello che fai… è illegale. Convincere la gente a uccidersi… è illegale». Prese fiato. «Farsi pagare per farlo… è illegale. E se domattina quest’uomo sarà misteriosamente deceduto nel sonno…»
«No».
Lo guardò. «No che cosa?».
«No. Domani quest’uomo non sarà misteriosamente deceduto nel sonno. Non sono un assassino, te l’ho già detto». Fece un gesto vago nell’aria, come a scusarsi o come a dire che non aveva importanza. «Non potrei mai dare la morte a qualcuno contro la sua volontà».
Guardò Bruno Spencer, nel letto, o quella cosa coperta di bende che legalmente era ancora Bruno Spencer. Lo guardò anche Marlene. Lo guardò bene, prima di fare una smorfia amara e decidersi ad andarsene.
«Certo. Nel suo caso sarebbe davvero crudele, eh?» borbottò, mentre usciva.


8 dicembre 2005, h. 3.11 am, Lower East Side, Manhattan, NYC.

Quando rientrò Emerson era accanto alla porta. Ovviamente era accanto alla porta, dato che Emerson... era Emerson.
«Mi dia il cappotto, signore. Oggi l’aria ha i denti».
Ravenstock sorrise appena, la mente altrove. «Affascinante metafora».
Poi si lasciò alle spalle il freddo dell’esterno e il maggiordomo, salendo le scale verso il primo piano. Sentiva lo sguardo di Emerson sulla schiena, ma non aveva importanza. Era una vita che sentiva lo sguardo di Emerson sulla schiena, era abituato.
In salotto il camino era più spento che acceso. Alla luce calda delle sue braci Ravenstock prese dal mobiletto una bottiglia di whisky nuova. Emerson, dalla porta, lo guardava.
Si sedette in poltrona e buttò giù il primo sorso. L’aria aveva i denti, sì. La vita aveva i denti.
«Scusi se mi permetto, signore».
Ravenstock non alzò neppure lo sguardo. «Si permetta pure».
«Ha deciso come, ah, procedere nei confronti del signor Spencer?».
Ravenstock sollevò lo sguardo su di lui. Occhi grandi, chiarissimi e tristi. Pensierosi e afflitti. Emerson avrebbe potuto scrivere un trattato, su quegli occhi, senza riuscire a finire di descriverne tutte le espressioni.
Ravenstock rimase in silenzio per alcuni secondi, riflettendo. Non avrebbe mai risposto avventatamente a una domanda simile.
«No» disse, alla fine. Solo “no”.


8 dicembre 2005, h. 8.40 am, 13° Distretto, Manhattan, NYC.

La voce di Moore arrivava al detective Alex Kent come un’eco lontana e non interamente gradevole. Stava ancora parlando della sua ossessione.
«…E lui lo sapeva, capisci? Sapeva che Spencer aveva maldestramente tentato di farsi fuori!».
Fino a quel momento Kent aveva finto di essere impegnato con le scartoffie, ma rendendosi conto che venire ignorata non dissuadeva minimamente Moore dal continuare a parlare, si decise ad alzare gli occhi dal rapporto che aveva davanti.
«Oh, Cristo» borbottò. «Lui era lì con te quand’è successo, me l’hai appena detto. Quindi…»
«Tu non mi ascolti, Alex. Non dico che Ford l’abbia ucciso… l’ha semplicemente convinto a provarci. E questo è un crimine» lo interruppe lei, con tetragona insistenza.
Kent si irritò. Finiva sempre per irritarsi, nonostante le migliori intenzioni. «Oh, sì. Se domani Spencer si sveglia e inizia a sostenere di essere stato istigato al suicidio c’è la possibilità, la remota possibilità, che un gran giurì decida di incriminare il tuo amichetto. Questo ti fa stare meglio?».
«Ci dev’essere un modo» ribadì Moore.
«Ma certo. Chiamiamo il dottor Frankestein e affidiamogli Spencer… dicono che faccia miracoli».
Era stato sarcastico e non era stata sua intenzione. Moore era una brava detective e in un certo senso era anche un’amica. Sospirò, cercando di addolcire il proprio tono. «Marl, onestamente. Non so se davvero questo tizio spinge la gente a uccidersi, ma se lo fa ha trovato il crimine perfetto. Almeno finché nello Stato di New York non accetteranno la deposizione di un fantasma».
Lei scosse la testa. «Non capisci, Kent. Noi… noi dobbiamo fermarlo».
«Sei tu che non capisci» ribatté lui. Ancora una volta era rimasto invischiato in quel discorso. «Continui a insistere con questa cosa… non hai niente contro di lui. Non hai un cliente, non hai una vittima sopravvissuta…»
Ci pensò un istante. «Be’, non hai una vittima sopravvissuta in modo serio, almeno».
Moore mise il muso. Un’altra cosa che faceva sempre, quando parlavano di Ravenstock.
«Hai trovato questo tizio, che ti… stuzzica» continuò Kent. Capì di aver sbagliato espressione quasi subito, quando Moore si alzò di scatto, ma dato che ormai aveva iniziato, concluse il ragionamento. «Ma non hai niente contro di lui. Non sai nemmeno chi cazzo è. Ti limiti a giragli intorno come, come…»
«Al diavolo» ringhiò lei, mentre prendeva la porta e usciva.


8 dicembre 2005, h. 9.56 am, Lower East Side, Manhattan, NYC.

La Mustang Cobra rossa e bianca di Moore inchiodò davanti alla residenza di Ravenstock con un forte stridio di gomme. Sembrava che Marlene disprezzasse l’idea di fermarsi senza lasciare sull’asfalto qualche millimetro di battistrada.
Scese dalla macchina, sbatté la portiera e marciò verso il portone. Salì i gradini che portavano all’ingresso e sollevò la mano per bussare, anzi, per picchiare sul battente fino a farsi aprire.
E l’avrebbe fatto, se solo la porta non si fosse aperta prima.
«Buongiorno detective Moore. Mi duole informarla che il signore in questo momento è-
Moore non degnò di una seconda occhiata l’anziano maggiordomo. Lo superò, dirigendosi verso la scala come se fosse in casa propria. «Sì, sì. Ma passi le giornate attaccato alla porta?».
Il signor Emerson alzò le mani come se volesse fermarla, ma l’altra l’aveva già superato.
«Detective, devo insistere. Il signor Ravenstock in questo momento è occupato».
Le sue parole caddero nel vuoto. Se c’era una cosa che Moore sapeva fare bene era proprio non ascoltare.
Si arrampicò su per le scale, fino alla porta del salotto. Emerson cercò ancora una volta di fermarla appoggiandole una mano sulla spalla (come era arrivato lì?).
«Se potesse aspettare qualche…»
Moore non lo ascoltò. Ovviamente non lo ascoltò. Perché mai non avrebbe dovuto prepotentemente introdursi nel salotto di Ravenstock come aveva fatto decine di volte?
Ebbe la risposta un secondo più tardi.
La stanza era in penombra, come c’era da aspettarsi visto l’orario. Nel camino solo qualche tizzone rosso, le luci smorzate.
Sulla poltrona, tuttavia, la poltrona su cui normalmente sedeva Ravenstock, c’era... sembrava che ci fosse...
Moore sbatté le palpebre, presa alla sprovvista. Ravenstock sgranò gli occhi.
Gli occhi, tra l’altro, erano più o meno tutto quello che si vedesse di lui, dato che il resto del suo corpo era coperto da un altro corpo – e capelli, e vestiti, e scarpe con il tacco alto, calze velate, schiena che si sollevava e si abbassava, come se... uhm... insomma, Ravenstock era quasi completamente nascosto da una bionda, una bionda che lo stava abbracciando, che lui stava abbracciando e che... uhm...
Qualunque cosa stesse facendo con precisione, in ogni caso, a quel punto tentò di svincolarsi dalla bionda e di raddrizzarsi.
«Oh, Marlene. Che cosa…» balbettò.
Moore lo fissò con espressione attonita. I suoi tentativi di liberarsi avevano qualcosa di patetico.
«Proprio non lo so».
La sorpresa era lentamente svanita, per lasciare spazio a un sentimento diverso, più imbarazzante. «Apparentemente… arrivo nel momento sbagliato».
Poi l’imbarazzo diventò troppo e l’irritazione prese il sopravvento. La detective si voltò e prese la porta da cui era appena entrata.
Un istante più tardi quella porta sbatteva dietro di lei. Ravenstock emise un suono vagamente sconsolato.
Ally Spencer, ancora sulla poltrona si riassettò il vestito prima di alzarsi. Ravenstock si voltò a guardarla con espressione vaghissima.
«Era la tua girlfriend?» chiese lei, con un sorrisetto contrito.
«È un po’ complicato» rispose lui.
Lei finì di rialzarsi e prese la propria borsa.
«Sembrava davvero incazzata».
«Già» sospirò lui.
Ally lo scrutò con una certa curiosità, ma come al solito non riuscì a capirci molto. Quell’uomo era un completo mistero.
Gli rivolse un altro sorriso un po’ nervoso. «In ogni caso. Grazie per la spalla di conforto e tutto il resto. Dovresti inserirlo nel contratto: vi lascerò piangere il pianto del coccodrillo sulla mia costosa giacca sartoriale». Lui non la aiutò con il cappotto, così Ally se lo infilò da sola, continuando a parlare nervosamente. «Davvero. Non è colpa tua se Bruno è stato un idiota fino alla fine. E comunque adesso è un idiota che non può più gestire il suo patrimonio, no? Tutto è bene…»
«Ally, il fatto è che…» la interruppe lui.
«Sì, certo. Me ne sto andando. Vai a cercare la tua ragazza, okay?».



8 dicembre 2005, h. 10.18 am, 13° Distretto, Manhattan, NYC.

Gli archivi del 13° Distretto erano più che altro uno scantinato polveroso, o un magazzino. Le fila di scaffali metallici erano guardate da una scrivania polverosa quanto il resto e da un reperto fossile in forma umana.
Il reperto fossile aveva una divisa, dei ciuffi di capelli grigi e un’espressione estremamente poco amichevole.
Il detective Kent non si lasciò turbare da questo dettaglio.
«Forse potrebbe guardare anche nei vecchi faldoni?» disse. Era chiaro che la conversazione era iniziata diversi minuti prima e che Kent non aveva ancora ottenuto quello che voleva.
L’archivista tentò di mantenere la posizione con la resistenza passiva. «Oh, ma certo, detective, se mi scrive il nome che cercava…»
«Forse potrebbe farlo subito?» non defletté Kent.
L’archivista non sembrò convinto. «Be’, ecco…»
«Forse potrebbe farlo prima che il capitano Kostamachis le stacchi le palle dallo scroto?» insistette l’altro, in tono piacevole. E con un ghigno cattivo in faccia.
Fu il ghigno a convincere l’archivista. Deglutì. «Subito» si arrese.
L’uomo scomparve nuovamente nelle profondità del magazzino. Le scaffalature ne celavano le reali dimensioni per cui, per quanto ne sapeva Kent, avrebbe potuto continuare per isolati e isolati.
Si appoggiò al bancone, rassegnato a una lunga attesa.
Pochi minuti più tardi, tuttavia, la voce dell’archivista si fece sentire di nuovo, lievemente attutita dalla distanza.
«Forse ho trovato qualcosa. “Ravenstock”, eh?».


8 dicembre 2005, h. 10.20 am, Lower East Side, Manhattan, NYC.

Il signor Emerson comparve dolcemente accanto alla porta mentre Ravestock stava per uscire.
«Signore?».
Ravenstock sospirò. «Sì?».
«Mi chiedevo… immagino che stia uscendo».
«Brillante deduzione» ribatté lui, sarcastico.
Emerson non sembrò innervosito dalla sua risposta, ma chiese, in tono piacevole e pieno di tatto: «Ecco, forse le interesserebbe sapere dove si trova la signorina Moore?».
Ravenstock lo guardò in silenzio.
Aprì la porta, mentre un’espressione cocciuta gli si dipingeva sul volto pallido. «Grazie, signor Emerson. La troverò da solo».


8 dicembre, h. 11.47 am, Central Park, Manhattan, NYC.


Dare da mangiare ai piccioni a Central Park, come nella maggior parte dei parchi del mondo, era severamente vietato. Ciò nonostante, come nella maggior parte dei parchi del mondo, qualcuno che lo faceva c’era sempre.
Quella mattina, la detective Moore.
Seduta sulla famosa fontana Bethesda distribuiva patatine sminuzzate attingendo dal sacchetto che aveva in grembo.
Kent la vide da lontano, nonostante i turisti gli ostruissero parzialmente la visuale. Si strinse meglio nel suo giubbottone pesante e si avvicinò.
Si sedette accanto a lei e, per un po’, entrambi rimasero in silenzio, Marlene nutrendo quei volatili in verità piuttosto ributtanti, Kent aspettando.
Fu lui il primo a stancarsi di aspettare.
«Come roba di accendere il cellulare no, eh?» sbottò.
«Tanto mi hai trovata lo stesso» ribatté Moore, stancamente.
Kent scosse la testa. «Mh. E ti faccio notare che gli animali che stai nutrendo con tanto entusiasmo sono già grassi come polli di batteria e probabilmente hanno anche la salmonellosi».
«Già» ammise lei.
«E tu hai sempre odiato i piccioni».
Moore finalmente si scocciò. «Ho deciso di aprire il mio cuore all’apicultura, okay?».
«Immagino che intendessi “avicoltura”».
«Quel cazzo che è».
Lui decise di lasciar perdere. L’istruzione della sua collega era quel che era e per di più lei non sembrava considerarlo un problema.
«In ogni caso, non volevo parlarti di questo. Sono stato in archivio…» iniziò.
«E sei sopravvissuto per raccontarlo. Complimenti».
«Volevo vedere se c’era un fascicolo a nome Ravenstock».
Lei grugnì. «Non c’è. Ci ho già guardato io, che cosa credi?».
Kent tirò fuori dal grande giubbotto un fascicolo. La cartelletta era un po’ consumata, il numero del caso quasi illeggibile. «Sbagliato. E giusto».
Moore inarcò le sopracciglia. «Non ci credo. Ti hanno fatto portare fuori un fascicolo? Come hai fatto?».
Lui sorrise. «Il solito. Intimidazione e menzogna. Ma non vuoi sapere che cosa ho trovato?».
«No» rispose lei. E poi: «Sì».
Kent si mangiucchiò il labbro inferiore, continuando a rigirarsi tra le mani la cartelletta.
«Be’, la cosa curiosa è che il fascicolo non è a nome Ford Ravenstock. I nomi sulla copertina sono James e Alexandra Ravenstock, un caso aperto e chiuso nel ’75».
«James e Alexandra» mormorò lei. «Sarebbero i…»
«Genitori. Esatto».
Per qualche minuto i due tornarono al silenzio. Attorno a loro i rumori di Central Park non riuscivano a penetrare completamente le loro coscienze.
Alla fine Kent riprese a parlare. «Nel ’75 l’allora agente semplice Kostamachis ricevette una chiamata da una scena del crimine». Aprì la cartelletta. «L’anziano maggiordomo, il signor Emerson, rientrando in casa aveva scoperto… questo».
Moore prese il fascicolo. Guardò la foto.
Aveva una brutta sensazione e infatti la fotografia che vide lo era. Brutta. Anzi, agghiacciante.
Riconosceva l’ambiente. Quello che si vedeva era l’atrio della casa di Ford, con le scale che portavano al primo piano e alla balconata. Da quella balconata penzolavano due corpi. Un uomo e una donna. Impiccati.
«Merda» borbottò Moore.
E poi la cosa più impressionante: una terza corda. Come se i due corpi a penzoloni fossero solo l’inizio di una serie di tre. Una serie interrotta.
«E non è tutto. Noterai che c’è una terza corda. La tagliò il maggiordomo per tirare giù…»
«Non dirlo, ti prego. È troppo…» Marlene cercò le parole che potessero esprimere compiutamente quello che provava, ma non le trovò. «…Orribile» concluse, con voce debole.
Kent scosse la testa. «Non aveva neanche otto anni, all’epoca. Doveva essere un ragazzino pelle e ossa. Ed era troppo leggero per spezzarsi l’osso del collo». Le tolse gentilmente dalle mani il fascicolo, per poi richiuderlo. «Rimase semplicemente appeso finché il maggiordomo non lo tirò giù... soffocando lentamente».
«Ma non soffocò».
«No, non soffocò» confermò lui.
Moore si passò una mano sulla faccia. Si sentiva così stanca, e triste, e per una volta non riusciva neppure ad arrabbiarsi.
«Ma quale malato di mente potrebbe cercare di impiccare suo figlio?».
«Un malato di mente, appunto».
Lei si alzò, ancora in preda di una strana sensazione. C’era qualcosa che doveva fare, ma non le era ancora completamente chiaro che cosa. Solo, non poteva restare lì.
«È…» iniziò. Rinunciò. «Grazie, Alex».
«Niente. Adesso la smetterai con tutta questa storia?».
Moore se ne andò a passo veloce, facendo alzare in volo i piccioni.
Kent sospirò. «Appunto».



8 dicembre 2005, h. 2.12 pm, Lenox Hill Hospital, Manhattan, NYC.

Marlene camminava nel corridoio dell’ospedale. «Posso aiutarla, signorina?» le chiese un’infermiera, avvicinandosi.
Lei le mostrò il distintivo. «Detective Moore. Sono qua per Spencer».
L’infermiera annuì. «Oh. Vada pure. C’è quel signore dall’aria triste con lui…»
Moore lo sapeva già. In effetti, era lì per quel signore dall’aria triste, non per Spencer. Arrivò alla sua stanza ed entrò.
Ravenstock era seduto accanto al letto.
«Ford» lo chiamò lei.
Lui alzò la testa. Sembrava triste. Ma poi, lo sembrava sempre.
«Marlene» disse, alzandosi. Un lieve sorriso. «Ti ho cercata, ma non ti ho trovata».
«Non importa. Ti ho trovato io. Immaginavo che fossi qua».
Ravenstock fece un gesto vago in direzione del letto. «Già. Quest’uomo… mi disturba».
«È praticamente morto» gli ricordò lei.
«È quel praticamente, a disturbarmi».
Il suo sguardo tornò al letto e all’uomo che lo occupava. Al suo viso coperto di bende e al rosa delle sue palpebre.
«Vedi, quando ha premuto il grilletto… senz’altro voleva morire. Ma qualcosa gli ha fatto tremare la mano, gli ha fatto scegliere un’arma inappropriata. Che cosa è stato? Semplice imperizia… o la volontà di non morire? E adesso…»
Gli occhi grigi di lui tornarono su Moore e lei si sentì rabbrividire, che lo volesse o meno.
«Che cosa dovrei fare?» continuò Ravenstock. «Imporre il mio arbitrio sul suo, interpretare le sue ultime volontà attraverso le lenti del mio punto di vista… o consegnarlo al Fato?».
«So dei tuoi genitori, Ford» disse lei.
Il volto di Ravenstock rimase inespressivo. «Ah» si limitò a commentare.
«So che cosa ti hanno fatto, Ford» insistette Marlene. «È orribile».
«Hai ragione. Orribile» concordò lui. Non sembrava scosso, soltanto triste. Ancora una volta Moore si trovò a pensare che quello, comunque, lo sembrava sempre. «Mi hanno impedito di scegliere. Mi ha impedito di scegliere. È stato il signor Emerson, sai».
«Ford…» mormorò lei. Gli posò una mano sul braccio e lui la lasciò fare.
Ma tornò a guardarla. Era distante. «Mi ha impedito di morire. Avevo solo otto anni, ma avevo scelto di farlo».
Lei strinse leggermente. «Volevi solo stare con i tuoi genitori».
«Sì. Non è la stessa cosa?».
Per un attimo Moore restò raggelata. Avrebbe voluto abbracciarlo, ma Ford invece si allontanò, tornando a scrutare il corpo nel letto, di nuovo concentrato su quella persona la cui vita era finita.
«Forse, quindi, puoi capire il mio dilemma» concluse.
Marlene scosse la testa. Improvvisamente avrebbe voluto picchiarlo. «No che non posso capirlo. Tu sei vivo, dovresti fartene una ragione».
«Oh, questa non l’ho mai sentita, davvero» sorrise lui, divertito. «No, vedi, ho promesso che non avrei mai privato qualcun altro della possibilità di scegliere, come avevano fatto con me». Si umettò le labbra. «Ma in questo caso è… complicato».
«Non è complicato. È imbecille» replicò Moore. «Ogni giorno, in mille piccoli modi, con la nostra volontà cambiamo le vite altrui. E fingere che non sia così è, sì, imbecille, Ford».


8 dicembre, h. 6.01 pm, 13° Distretto, Manhattan, NYC.

Kent selezionò il caffè che voleva dal distributore di bevande nel corridoio della centrale. Molto zucchero, perché era stata una lunga giornata.
Moore beveva da una grossa tazza di polistirolo, emettendo l’occasionale risucchio.
«Sai, non ci ho mai fatto particolarmente caso, Alex».
«Dev’essere perché sei una grande detective, Marl» rispose lui, senza ascoltarla davvero.
«Voglio dire: chi cazzo ha un maggiordomo, ai giorni nostri?» continuò Moore, pensierosa. «Eppure, nel suo caso, sembra così… normale».
Kent non trattenne una risata sarcastica. «Oh, sì, sembra tutto perfettamente normale, nel tuo amichetto».
«E gli impedisce di uccidersi» aggiunse lei. «Mi fa venire i brividi».
Del tutto onestamente, faceva venire i brividi anche a Kent, motivo per cui cercò di deviare la conversazione sul faceto.
«Be’, si vede che non ha molto altro da fare. Ho sempre pensato che i maggiordomi, in fondo, fossero tutto fumo e niente arrosto. Che cosa farà mai un maggiordomo, eh? Io ne faccio tranquillamente a meno, tu no?».
«Non so. Cucina divinamente, e questo è un fatto».
«Anch’io cucino divinamente» precisò lui, lanciandole un’occhiata altezzosa.
Moore buttò nel cestino il suo bicchiere vuoto e gli fece segno con la testa che potevano anche andare.
«E poi, lo sai… si intona all’ambiente».
Kent la seguì verso il loro ufficio. Non vedeva l’ora di tornarsene a casa.
«Si intona fin troppo perfettamente all’ambiente» continuò con le sue elocubrazioni Moore. «A volte ti sembra che non ci sia nemmeno. Emerson…»
«Emerson?».
Moore gli lanciò un’occhiata inespressiva. «Eh».
«Cioè: un altro Emerson? Alla faccia della fantasia. Li chiamano tutti così, i maggiordomi?».
«Eh?» ripeté lei. Ma ora lo fissava attenta.
«Voglio dire. Non può essere lo stesso Emerson, no? Il primo Emerson era già anziano nel ’75. il tuo amico ha un maggiordomo centenario?».


8 dicembre 2005, h. 11.48 pm, Lenox Hill Hospital, Manhattan, NYC.

La camera di Bruno Spencer era in penombra come sempre. I macchinari che lo tenevano in vita emettevano dei suoni attutiti e metallici, i monitor mostravano i parametri vitali di un uomo che... be’, non aveva un granché di parametri vitali.
Due paia di occhi osservavano quell’uomo.
«Ha preso una decisione, signore?» chiese Emerson, a voce bassa.
«Sì» rispose Ravenstock. «È… futile, lasciarlo in queste condizioni. Non fare niente sarebbe… superficiale».
«Sono d’accordo, signore».
Sul viso dell’altro passò un veloce sorriso. «Oh, lo so. È il suo grido di battaglia, questo. Lo è stato per trent’anni. Scegliere al posto degli altri». Il sorriso si spense e quando tornò a parlare fu con una certa gravità, anche se non in tono di rimprovero. «Ma è ben diverso da quello che ha fatto lei, signor Emerson. Spero che lo sappia».


8 dicembre 2005, h. 11.53 pm, 13° Distretto, Manhattan, NYC.

Erano anni che nello schedario del 13° Distretto non c’era tutto quel movimento. A tarda ora, per di più. Questo pensava il custode mentre sentiva i rumori che i due detective facevano aprendo scatole e scartabellando tra vecchi documenti. Rispetto al suo collega del turno di giorno, questo archivista non credeva nell’importanza di non far toccare le cartelle agli agenti di polizia interessati.
«Spero che sappiate quello che fate!» borbottò, comunque, nella loro direzione, tanto per chiarire che qualsiasi danno sarebbe stato attribuito a loro e solo a loro.
«Zitto, Hopkins!» gridò la detective Moore.
Hopkins si azzittì davvero. Il suo dovere l’aveva fatto, ora erano cavoli di quei due.
Diversi scaffali più avanti, nel frattempo, Kent aveva trovato qualcosa. Un fascicolo, ovviamente, dato che un fascicolo era quello che stavano cercando.
«Eccolo qua. Emerson, Durstan» disse, aprendolo. «Deceduto nel 1976. Il corpo, dopo gli accertamenti di rito, è stato restituito alla famiglia Ravenstock». Sollevò lo sguardo su di lei, un po’ stranito. «Un altro suicidio, Marl».


8 dicembre 2005, h. 11.57 pm, Lenox Hill Hospital, Manhattan, NYC.

«Capisco che lei mi odi per averla convinta a uccidersi. Veramente, lo capisco» mormorò Ravenstock, scuotendo appena la testa. «Ma il suo accanimento è…»
«Il mio accanimento, signore?» chiese Emerson, dolcemente.
In quella luce bassa, spettrale, i suoi contorni sembravano leggermente fuori fuoco.
«Lei era sempre lì. A impedirmelo. Ogni volta» spiegò l’altro. «Comprendo il suo desiderio di vendetta. Vorrei solo che capisse che se l’ho convinta a uccidersi era solo perché lei era tutta la mia famiglia. Le volevo bene».
Rimase in silenzio per un istante, prima di aggiungere: «Le voglio bene, signor Emerson». Sospirò. «Ma capisco che abbia voluto vendicarsi. Una lunga e sanguinosa vendetta».
Ravenstock non era abituato ad esprimere i suoi sentimenti e ora tutto quello sfoggio di empatia lo metteva leggermente a disagio. Si rivolse al letto di Bruno Spencer, esaminando con più attenzione i macchinari che lo circondavano.
«Bene» borbottò. «Come si farà? Immagino che staccando questo cavo… e spegnendo questo monitor… e magari eliminando questo tubicino, sì?».
Qualcosa sul monitor che registrava le pulsazioni del paziente cambiò. Ci furono una serie di bip concitati, poi il silenzio. Ravenstock aspettò che la pulsazione di Spencer fosse una linea piatta prima di riattaccare lo spinotto che aveva staccato.
«Ecco fatto. Vai in pace, caro Bruno. Una svista può capitare a tutti».
Il suo compito lì era finito, si disse. Lo stava pensando quando ci fu un altro sfarfallio nell’aria, uno sfarfallio che non aveva nulla a che vedere con i macchinari.
«Ha preso la decisione giusta, signore». La voce di Emerson rimbombava in modo strano. Più strano del solito, comunque. «Vorrei solo che sapesse, prima di salutarci… perché salutarci dovremo……che non è mai stata una vendetta per me».
Stava... sbiadendo. Ford fissò quello strano spettacolo, capendo che era un addio.
«Che mi sarebbe piaciuto vederla crescere, e diventare un uomo, e innamorarsi, e avere dei figli, e dimenticare per sempre il passato».
«Lo so, signor Emerson, ma io…»
«Mi sarebbe piaciuto, signore...».
Di lui, ormai, non restava quasi nulla. Un’ombra traslucida e sbiadita, vagamente luminosa. Così svaniva l’essere che negli ultimi trent’anni aveva vegliato instancabilmente sulla sua vita.
«...Perché anch’io le volevo bene».


9 dicembre 2005, h. 00.46 am, Lenox Hill Hospital, Manhattan, NYC.

Marlene percorse il corridoio deserto quasi di corsa. Infilò la testa nella stanza di Bruno Spencer, aspettandosi di vedere una specie di mummia sul letto, monitor, tubicini e rumori metallici.
Non c’era niente di tutto questo. Il letto era vuoto, rifatto, e di tutte quelle apparecchiature non c’era più traccia.
Moore tornò velocemente indietro e si sporse nella stanza delle infermiere.
«Dove… dov’è il signor Spencer?» chiese, un po’ affannata.
L’infermiera le rivolse uno sguardo fatalista. «È andato, cara».
«Ma… come…?».
«Si è spento nel sonno. Le macchine erano a posto, ma evidentemente il Signore l’ha chiamato».
Marlene si voltò di scatto e corse via.


9 dicembre 2005, h. 00.59 am, Manhattan, NYC.

Aveva iniziato a nevicare. La Mustang Cobra di Marlene sbandava per le vie di Manhattan, l’asfalto reso scivoloso dal nevischio. Non che cambiasse qualcosa; Marlene avrebbe sbandato comunque, per la semplice agitazione e per la fretta di arrivare.
Salì di corsa i gradini della casa di Ravenstock, quella buffa, piccola casa, lugubre eppure confortevole.
Spinse il portone e scoprì che era socchiuso. A quel punto entrò.
«Ford! Ford, dove sei?» gridò, nell’atrio buio.
Non ricevette risposta. Pensò che le sarebbe andata bene qualsiasi cosa, anche trovare Ford di nuovo tutto intrecciato alla bionda, purché fosse...
Salì le scale due a due ed entrò in salotto.
Ford era allungato in poltrona, semplicemente. Le luci erano abbassate e i suoi cani erano accucciati accanto a lui. Aveva un bicchiere posato in grembo e lo teneva con una mano, quasi a proteggerlo.
«Ah, sei qua» disse Marlene. Aveva il fiatone per la corsa e per la preoccupazione.
«Sì».
Marlene si accucciò davanti a lui, cercando il suo sguardo.
«Sono stata all’ospedale… Spencer…»
«Sì» sospirò Ravenstock «ho pensato che fosse meglio così».
Lei gli strinse un braccio con urgenza. «So tutto, Ford. Di te, di Emerson… dov’è Emerson?».
«È andato anche lui. Mi mancherà». Un attimo di pausa. «Be’, non ancora per molto».
Marlene cominciò a piangere. Perché, poi? Che cosa c’era da piangere se un anziano maggiordomo, morto da tempo, moriva per la seconda volta?
«No» mormorò. «Oh, Ford… no».
Lui la guardò in silenzio.
«Non te lo lascerò fare. Prenderò il suo posto. Non lascerò che tu…»
«Mi uccida? È un po’ tardi, Marlene».
L’aveva detto in tono quasi dolce e quello, quell’abbandono, Marlene non riusciva a sopportarlo. Gli strappò il bicchiere di mano e lo scagliò via. I cani alzarono la testa e uggiolarono.
«No!».
Tornò ad accasciarsi davanti a lui, sul pavimento. Gli strinse le mani. Ford si limitava a restare lì, il lungo corpo dinocollato rilassato contro lo schienale e lo sguardo assonnato.
«No, no, no… non puoi… io… chiamerò un’ambulanza» minacciò lei.
«Ti prego, Marlene. Davvero vuoi prendere il suo posto?» mormorò lui.
Moore cercò di asciugarsi le lacrime con il dorso della mano. «Per favore… Ford. Io… ti prego, non capisci».
Lui sollevò una mano. Sembrava che farlo gli costasse una certa fatica. Le accarezzò una guancia, dispiaciuto. Forse aveva visto le sue lacrime, forse no. Ora di certo le sentiva sotto ai polpastrelli.
«Ma io capisco. Davvero. È solo che non voglio rimanere. Né per Emerson, né per te».
«Ford…» sussurrò lei.
«Tutto questo, il mondo, non lo sopporto» continuò lui, con voce lenta e calma. «Non ne posso più. Non ne posso più da tanto tempo». La sua mano scivolò di nuovo giù e Marlene la prese tra le proprie. «Del senso di colpa, della paura, delle bugie che ti racconti da solo, delle preghiere, di Dio, del bisogno di vivere ancora, dell’odio che la gente nasconde...»
«Ford, per favore».
«Non ne posso più. Non voglio qualcos’altro che mi controlli. Non voglio un guinzaglio di seta. Non voglio un’amante calda nel letto. Voglio solo andarmene via».
Marlene tornò a guardare i suoi occhi, anche se le faceva male. Quegli occhi così chiari e gentili, mentre le sue labbra erano capaci di dire le cose più spietate, davvero le più spietate.
«Ora, tu, tu tra tutti gli esseri umani… mi lascerai andare via?» mormorò. Senza pietà, come tutti i suicidi.
«Cristo, Ford».
«Ti prego».
Marlene si alzò. Si chinò su di lui e gli sfiorò le labbra con le proprie labbra. Il suo sapore, di cognac e veleno. Il suo odore, di lana pettinata e neve.
Uscì dalla stanza, lasciandoselo alle spalle. Non voleva vederlo morire.
«Addio» disse, stringendosi bene nel giubbotto.
Ford, in poltrona, chiuse gli occhi.
«Sì, addio» mormorò.


9 dicembre 2005, h. 12.13 am, Lower East Side, Manhattan, NYC.

Due barellieri scendevano i gradini di casa Ravenstock con qualche difficoltà. Rischiavano di scivolare per via della neve a terra e della salma che trasportavano, chiusa in un sacco azzurro. Moore e Kent li guardarono passare e dirigersi verso l’ambulanza.
«Marl? Stai bene?» chiese lui.
Lei si morse il labbro inferiore. Forte, per impedirsi di piangere di nuovo.
«Io… penso di voler rimanere da sola per un po’».
Salì cautamente i gradini che i barellieri avevano appena sceso. Spinse il portone con la punta di un dito e quello si aprì.
«Per qualsiasi cosa… chiamami!» disse Kent, alle sue spalle, mentre lei già entrava.
Marlene vagò per la casa deserta, alla ricerca di cosa non lo sapeva neanche lei. In salotto il bicchiere che aveva rovesciato era ancora per terra. Forse avrebbe dovuto raccoglierlo e metterlo in un sacchetto; in fondo era una prova.
Nella stanza di lui il letto era rifatto. Marlene si allontanò in fretta, per paura di sentire il suo odore. La sala da pranzo, deserta. La cucina, con una porta chiusa sul fondo.
Marlene la aprì e vide le scale che portavano in cantina. Scale strette e buie, come quelle degli incubi di ogni bambino.
Iniziò a scenderle.
La cantina era buia. Odore di vecchio, di carta, di aria ferma. Marlene accese la luce.
Ero pieno di vecchi oggetti, quel posto. Quasi al centro, un mobiletto dei veleni. Semi-nascosta dietro il mobiletto, una poltrona. E sulla poltrona... un corpo.
Un vecchio, vecchissimo corpo, ormai più simile a una mummia che altro. Ma non una mummia avvolta nelle bende bianche, come quelle dei film, una mummia marrone e rinsecchita con addosso... un completo da maggiordomo.
Marlene sentì che le girava la testa. Si accucciò lì davanti e iniziò a piangere.
«Signor Emerson…» singhiozzò «...tu lo sai dov’è?».



12 marzo 2005, h. 11.03 am, Manhattan, NYC.

Marlene era seduta alla sua scrivania, al 13° Distretto. Era sola. Kent era su una scena del crimine e lei aveva l’ufficio tutto per sé. Pensò che se non lo faceva in quel momento non avrebbe mai avuto la forza di farlo.
La primavera filtrava dalla finestra socchiusa, ma l’inverno sembrava ancora così vicino.
Prese la macchina da scrivere e iniziò a digitare laboriosamente, con due sole dita.

Non sono mai stata capace a scrivere. Solo rapporti, e neanche tanto bene.
Così ora scrivo un rapporto. Per me. Per essere certa di ricordare tutto.

Marlene si fermò, guardò la porta, poi riprese.

Ho conosciuto questa persona. Che adesso è morta.
Si chiamava Ford Ravenstock.

Ripensò a quella mattina presto. L’aria fresca e il sole primaverile. Aveva parcheggiato la sua Mustang fuori dal muro di recinzione. Il cimitero era una collina pacifica, a quell’ora.
Aveva fatto scendere Scott e Mitchell. Erano così eccitati che era stato difficile mettergli i guinzagli. Scodinzolavano, si rigiravano, le saltavano attorno.

Era un mio amico. E mi mancherà. E capisco che alla fine ha fatto solo quello che voleva.

Alla fine aveva rinunciato e li aveva lasciati correre avanti e indietro, precedendola, poi seguendola, poi distraendosi dietro a questo o quello.

Ma a volte penso che se solo avesse potuto aspettare, l’avrei convinto. L’avrei convinto a rimanere.
E forse saremmo andati a caccia di tornado. Con un vecchio pick-up. Sintonizzati sul meteo.
E nessuno dei due avrebbe voluto finirci dentro.

Lei aveva risalito con calma il fianco della collina. Aveva superato le file di lapidi bianche, le statue di angeli e santi, le piccole cappelle di marmo. Era così pacifico, lì.

Avremmo solo voluto osservare tutto quel gran casino.
E sentirci vivi.

Se l’era presa con tutta calma. Un momento solo per lei, mentre i cani si allontanavano, esplorando, per poi tornare sempre da lei con le lingue di fuori e uno sguardo eccitato che parlava di odori che lei non poteva sentire, scricchiolii che non udiva, colori diversi da quelli che vedeva lei.
Si fermò davanti alla tomba di Ford. Come sempre non aveva portato dei fiori. Non era un tipo da fiori, lui, e lei non era un tipo da... qualsiasi cosa lugubre e orribile che a Ford sarebbe piaciuto avere sulla tomba. Magari un bel teschio, chi poteva saperlo?

Ma è andato.
Anche Kent dice che è quello che voleva. Sa quanto sono triste.

Mitchell aveva annusato la base della lapide. L’aveva guardata. «Non farlo» l’aveva avvertito Marlene, nel suo tono più intransigente. Mitchell era andato a sollevare la zampa qualche lapide più in là.

Ma forse non sa quello che so io. Che a volte il confine tra la vita e la morte è solo una linea sottile.
Che a volte non conta proprio.

Anche quella mattina si era voltata, Marlene, come si voltava sempre. Aveva guardato giù, ai piedi della collina, la strada che scorreva oltre la cancellata. Il traffico incessante di New York. E che cos’era quella, semi-nascosta da un taxi?

Così, se nel traffico di New York… vi capitasse di vedere un uomo e il suo maggiordomo… su una buffa due cavalli…

Niente, non era niente. Solo una macchina più vecchia delle altre, forse una Plymouth. Non era mai niente, ma non si poteva mai sapere.

…vi prego, siate gentili.
Avvisatemi subito che è ritornato.



FINE.

Testi: Susanna Raule
Illustrazioni: Francesco Dossena, Armando Rossi

Ford Ravenstock - Verso Hamelin (3)