Pre-ordini Perduti Sensi

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martedì 28 luglio 2015

Nodi (2)

Naturalmente poteva sbagliare, e sbagliò un paio di volte. Le Gallerie, secondo Sensi, erano la dimostrazione che Dio si divertiva crudelmente con gli uomini. O meglio, era l’assessore all’urbanistica a farlo. Le Gallerie formavano un complesso intricato e dai contorni indefinibili il cui portale d’accesso era alla Foce, nella periferia nord-est della città. Nessuno sapeva dove conducessero con esattezza, tranne un ristretto gruppi di eletti che definivano “semplicissimo” tutto quello che riguardava quei maledetti tunnel. Per quanto ne sapeva Sensi, teoricamente le Gallerie avrebbero dovuto aggirare la città a nord, consentendo agli automobilisti di raggiungere la periferia opposta senza passare per il centro o per la galleria Spallanzani, che era sempre intasata di macchine, il gigantesco nuovo centro commerciale, l’ospedale del Felettino, l’ospedale Sant’Andrea e tutta una serie di misteriosi paesi più o meno grandi arrampicati sulle basse montagne che circondavano la città. Teoricamente.
In pratica, quando imboccavi la prima galleria il tuo destino era segnato. La strada saliva, curvava, c’erano bretelle e indicazioni sibilline, messe proprio all’ultimissimo istante prima dello svincolo che dovevi – o non dovevi – prendere, e alla fine ti ritrovavi come per magia al centro commerciale, qualunque fosse la destinazione che avevi in mente.
Quella sera Sensi si scusò nel suo miglior tono dispiaciuto con Ginny, che tutta seria disse che capiva benissimo che i “motivi di servizio” avevano la precedenza, saltò dentro un paio di pantaloni aderenti neri, si rinfilò la sua maglietta dei New Order, nera pure quella, e si riallacciò i doc Martens “estivi”, che poi di estivo avevano ben poco.
Ginny gli disse di ripassare da lei più tardi, se voleva, e Sensi cercò vigliaccamente di non sbilanciarsi. Una parte di lui, nonostante tutte le prove a sfavore, continuava a credere che una donna non potesse essere così bella e così insulsa nello stesso momento. Ulteriori indagini avrebbero potuto provare che... okay, probabilmente che voleva essere di nuovo legata al letto in una triste imitazione di trasgressività, ma non si poteva mai sapere.
Seguì le indicazioni della Riu e si assicurò solo di essere sempre in discesa. Nell’arco di dieci minuti le potenti Gallerie l’avevano portato al centro commerciale, che lo volesse o meno, e di lì era riuscito ad arrivare in questura dopo aver sbagliato strada solo un altro paio di volte.
Dato l’orario, le stanze della squadra mobile erano l’inferno in terra. Gli uffici erano chiusi per la notte e con essi il sistema di condizionamento. L’open space centrale, di solito affollato di agenti, era deserto, con solo un paio di plafoniere al neon accese, e l’aria era ferma, umida, caldissima, soffocante.
Erano due settimane che il meteo prometteva pioggia, ma per il momento si erano visti solo caldo e umidità.
Un uomo sui quarantacinque, in camicia bianca e cravatta allentata, si stava lentamente sciogliendo su una sedia del corridoio subito fuori dall’ufficio che la Riu condivideva con Mainardi.
Sensi fendette l’aria stagnante dell’open space, rivolse un secco cenno di saluto all’uomo afflosciato in corridoio e si infilò dentro l’ufficio della Riu.
«Non si può riaccendere? È disumano» furono le sue prime parole.
L’ispettrice era in piedi accanto alla finestra aperta, con in mano una bottiglietta d’acqua fredda. Al contrario di Ginny, non sembrava per niente una bambola di porcellana. Era atletica, abbronzata, dall’ossatura grossa e dalla corta zazzera bionda resa quasi bianca dal sole e dal sale. Aveva due grandi occhi azzurri, questo sì, seri, da gendarme, ma anche luminosi come fari se volevano esserlo.
Indossava dei pantaloni di lino, delle scarpe da barca senza calze e una canottiera di cotone blu, giustificata solo dall’immenso calore di quei giorni. L’ispettrice Riu era l’appropriatezza fatta persona. Come ogni volta in cui pensava questo, a Sensi venne voglia di toccarle le tette.
«Ho già chiesto. No» rispose lei, bevendo un piccolo sorso dalla bottiglietta.
Sensi sospirò. «E questo qua fuori? Marrano?».
L’altra annuì. «Ha smesso di telefonare. Forse ha smesso anche di respirare».
Sensi sospirò di nuovo. Forse avrebbe smesso di respirare anche lui. Persino Astarotte, al suo interno, sembrava trovare il clima un po’ troppo torrido e Astarotte, fino a prova contraria, veniva dall’inferno.
Andò a recuperare il loro sgradito ospite. «Sono il commissario Sensi» si presentò. «Non che cambi qualcosa, ma può entrare».
Marrano ci mise quasi un intero secondo a reagire. Quaranta minuti o un’ora a mollo in quel brodo rovente avrebbero distrutto la volontà anche di un uomo senza una preoccupazione al mondo.
Non era il caso di Marrano, di questo Sensi si rese subito conto. Marrano era al secondo stadio della disperazione, quello in cui, dopo un’inutile frenesia, si sprofonda in una specie di abulia rassegnata.
A prima vista il figlio del senatore sembrava il classico uomo d’affari. Capelli grigi dal taglio classico, cravatta elegante, camicia bianca, gemelli discreti... ma la camicia era fradicia di sudore, la cravatta gli pendeva dal collo come un cappio, la pelle, che si intuiva rossastra, era pallida, lucida, e tutto il suo corpo pareva come svuotato.
Lanciò a Sensi un’occhiata spenta. «Sì, buona sera, commissario» borbottò, alzandosi piano. «È stato gentile a venire a quest’ora». Poi, per un istante, l’abitudine prese il sopravvento e squadrò Sensi dall’alto in basso. La maglietta non dovette dirgli niente, ma fu chiaro che non gli piacevano né i capelli lunghi e ingarbugliati, legati in una coda, né gli anfibi. Nonostante questo sembrò accettare che l’altro fosse la sua migliore speranza di ritrovare la moglie, segno che era davvero disperato.
«Prego, si accomodi» disse Sensi, scostandogli una sedia alla scrivania della Riu. «Mi racconti che cosa è successo. Rosanna, mi vai a prendere una Red Bull?».
La Riu gli lanciò un’occhiataccia, ma finì per accontentarlo, visto che aveva già sentito la storia di Marrano due volte.
«È scomparsa mia moglie» disse lui, in tono stanco. «Intorno alle sette e mezza è uscita con la macchina per andare a prendere qualcosa al super. Non mi ricordo. Qualcosa per la cena che la colf si era dimenticata. Alle otto e mezza l’ho chiamata al cellulare, ma era spento. Ho pensato che avesse incontrato qualcuno...»
«Il cellulare» lo interruppe Sensi. «L’ha fatto rintracciare?».
Marrano sembrò imbarazzato.
Sensi sospirò. «Non si preoccupi, la legalità non è il primo pensiero della squadra mobile. Non voglio nemmeno sapere a chi si è rivolto. A che ora l’ha fatto rintracciare?».
«Verso le nove e mezza. A quel punto avevo provato a telefonarle diverse volte. Mi hanno detto che il suo cellulare non era più attivo. Così sono venuto qua».
L’ispettrice Riu rientrò nella stanza e posò sulla scrivania una lattina di Red Bull ghiacciata e un’altra bottiglietta d’acqua, che spinse verso Marrano prima di sedersi accanto a Sensi.
Il commissario stappò la lattina e bevve un sorso. «È arrivato poco prima delle dieci... immagino che non ci fosse nessuno».
Di nuovo l’altro sembrò imbarazzato. «Avevo telefonato al questore. Mi aspettava il vice-commissario... mmh...»
«Tudini» gli venne in aiuto Sensi. «Mi è stato detto. E Tudini ha convocato gli ispettori Riu e Mainardi. Mi dia qualche dato. Dove abita, per cominciare?».
«Via dei Colli».
Sensi si voltò verso la Riu. Anche lei abitava lì. Era una strada che serpeggiava su per le colline che circondavano la città, come il nome stesso diceva.
«Nella parte bassa» specificò l’ispettrice. «Subito sopra alla cattedrale».
Era la parte più patrizia di via dei Colli. Grandi residenze in stile liberty, spesso protette da muri coperti di rampicanti e alti cancelli. L’ispettrice, invece, abitava molto in alto, in una casetta bi-familiare con una bellissima vista, terribilmente faticosa da raggiungere a piedi.
«Ha preso la macchina per andare al supermercato. Quale?».
Marrano scosse la testa. «Non lo so. Forse l’ha detto, ma non ci ho fatto caso». Sembrava molto angosciato.
«Di solito dove andava?».
Lui fece un gesto sconfitto. «Sacchetti di plastica verde. Oppure alla Coop, penso».
Sensi gli fece segno che non aveva importanza. «Ha una foto di sua moglie?».
«Sul cellulare. L’ho spedita al suo collega... gliene ho spedite un po’».
Mentre lo diceva tirava fuori un iPhone ultimo modello, smanacciava sullo schermo sottile e pieno di ditate e poi voltava l’apparecchio verso il commissario.
Un’altra bambola di porcellana.
Grandi occhi chiari, pelle lattea, capelli biondi e ondulati, tratti delicati, trucco leggero.
«Quanti anni ha?» chiese. La donna nella foto non ne dimostrava più di trenta, ma forse con un filo di botox sulla fronte...
«Trentasette. Ha otto anni meno di me».
«Professione?».
«Era un avvocato, ma quando è nato Carlo...»
«Quando è nato?».
«Quattro anni fa».
«Casalinga, dunque. Qualcos’altro? Associazioni, volontariato?».
«Sì, sì, tutta quella roba» assentì Marrano, che evidentemente non era molto interessato a “quella roba”. «Non mi ricordo tutti i nomi. Sono sicuro del Rotary, ma ce ne sono altre. Penso che l’abbiano rapita» aggiunse, succhiando aria come se si preparasse a immergersi. «So che bisogna aspettare ventiquattro ore prima di fare la denuncia, ma... con mio padre e tutto, no? Credo che l’abbiano rapita».
Sensi si grattò il mento. «Sì, lo penso anch’io. E, no, non bisogna aspettare ventiquattr’ore. Ma non parli più di suo padre, per favore. Non credo che l’abbia rapita lui».
Marrano aprì la bocca, oltraggiato, ma poi capì che era uno scherzo e fece un gesto vago, come a prenderne atto.
«Inoltre» continuò Sensi, facendo scorrere distrattamente la collezione di foto dell’altro, «non credo che sia prudente concentrarsi solo su una pista economica o politica». Marrano cercò di riprendersi il cellulare, ma Sensi si alzò, portandolo con sé, e andò a mettersi vicino alla finestra. L’altro sembrò, una volta di più, sgonfiarsi.
«È solo... un gioco» borbottò, debolmente.
Sensi continuò a sfogliare. «Il bondage? Be’, dipende. Se fossi in lei ripasserei i nodi, perché alcuni di questi sono pericolosi. Ma non credo che sua moglie sia andata al super legata come un salame, quindi per l’indagine in corso non ha nessuna importanza. Neanche questo, presumo. La colf?».
Marrano non ebbe bisogno di guardare la foto. Annuì, con lo sguardo basso.
«Lasci anche i suoi dati, non si sa mai. Nome, età, a che ora se n’è andata oggi?».
L’altro fece un gesto vago. «Le sei e mezza, le sette. Non ci ho fatto caso».
Sensi continuò a scorrere la galleria delle immagini, senza che il suo viso rivelasse nulla di quel che ne pensava. «Non ha fatto caso a un sacco di cose. Comunque... il nome?».
«Antoneta Horia. È... comunitaria».
«Cioè rumena» disse Sensi. La sua non era una domanda, ma Marrano annuì lo stesso.
«In regola?».
«Eh, sa...»
«Ma certo» tagliò corto Sensi. Non aveva nessuna simpatia per la gente ricca che non paga i contributi alla gente povera, ma si rendeva conto che probabilmente non aveva niente a che vedere con la scomparsa di Carlotta Marrano. «Be’» aggiunse, allungandogli il cellulare con l’ultima foto ancora aperta, «domattina qualcuno scambierà due chiacchiere con Antoneta, se nel frattempo sua moglie non è saltata fuori. I miei colleghi le hanno spiegato come procederemo? O meglio, come stiamo già procedendo?».
Marrano annuì, affrettandosi a spegnere lo schermo del cellulare, che mostrava quella che probabilmente era la vagina di sua moglie – e non nella migliore delle circostanze.
«Il suo vice ha detto di aver diramato un’allerta per la macchina e per Carlotta. A tutte le pattuglie, si dice così?».
Sensi non gli rispose.
«Ed è andato a fare...»
«Mainardi sta ripercorrendo il possibile percorso della signora» intervenne la Riu, visto che Marrano si era bloccato, «Tudini sta mettendo sotto controllo i vari telefoni di casa. E anche il suo cellulare, probabilmente» aggiunse, un po’ meno sicura.
«Amo mia moglie» buttò fuori il figlio del senatore, lì, come se non riuscisse proprio a tenerselo dentro. «Per favore, potete ritrovarla?».
Sensi gli lanciò una lunga occhiata. Non aveva simpatia per quell’individuo e non aveva simpatia neppure per l’amore, ma che cavolo avrebbe dovuto dirgli?
«Ma certo. Ora se ne vada a casa e provi a dormire. Pensiamo a tutto noi».

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