Pre-ordini Perduti Sensi

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sabato 25 ottobre 2014

Solidarietà femminile

Ferdinando Endrigo della Rocca, terzo del nome, aveva un problema. Be’, in realtà ne aveva più d’uno. Essere il signore del ducato di Valle Brumosa non era una passeggiata e le difficoltà erano all’ordine del giorno.
Facendo un elenco in ordine d’importanza crescente (Ferdinando Endrigo era una persona precisa), i suoi crucci erano questi:
Primo, Valle Brumosa non si chiamava così per scherzo. Era brumosa davvero. Le giornate di sole si contavano sulle dita di una mano, immaginando che quella mano fosse pesantemente mutilata. Il clima plumbeo nuoceva all’umore di Ferdinando Endrigo e, cosa più grave, alle sue ginocchia.
Secondo, forse a causa del tempo costantemente plumbeo, il volgo batteva la fiacca. O, quantomeno, questa era l’impressione di Ferdinando Endrigo, che comunque non amava osservare il volgo troppo da vicino. La produzione di patate, unici vegetali a crescere passabilmente bene in quella contrada sfortunata, non era all’altezza delle aspettative e a nulla valevano le occasionali incursioni intimidatorie della soldataglia del duca. Anzi, persino le incursioni intimidatorie erano diventate un peso, per lui. Il popolo se le aspettava. Se la soldataglia non incendiava almeno un paio di granai al mese, la gente protestava. Era una situazione snervante.
Terzo, e più importante, la giovane e volitiva moglie di Ferdinando Endrigo, Bianca Rosaria Matilde Margherita Tornabuono, figlia e unica erede di Arturo (molti altri nomi) di Tornabuono, parteggiava sfacciatamente per la megera del paese, nell’ormai pluriennale sfida intellettuale tra lei e il duca.
Tutto era iniziato al processo per stregoneria della megera, che si chiamava Matilde pure lei. Era anche vero che la giovane e volitiva moglie del duca aveva così tanti nomi che, statisticamente, che la megera ne incoccasse almeno uno non era molto improbabile. Matilde, però, era il suo preferito. Della moglie, non della megera.
Comunque, la megera Matilde era una strega. Lo sapevano tutti. Non solo preparava decotti per qualsiasi malanno, ma aveva anche il phyisique du rổle. Tanto per dirne una, aveva il naso adunco. Aveva i capelli ingarbugliati, il viso leggermente asimmetrico e persino un gatto nero.
Era una strega fatta e finita.
Ferdinando Endrigo si considerava un uomo moderno. A lui la stregoneria non interessava. Non che non ci credesse, non era così moderno, ma, insomma, nel complesso, non le dava grande importanza.
E tuttavia, aveva ben presente quali fossero i suoi doveri di signore. Doveva andare a caccia, cosa che faceva con regolarità almeno una volta al mese, doveva esigere tasse esose e ingiuste, cosa che faceva con notevole puntiglio, e doveva bruciare almeno una strega o due all’anno.
La gente se lo aspettava.
Quando aveva sposato Bianca Rosaria Matilde Margherita da poche settimane, il duca aveva fatto bruciare una delle due levatrici di Valle Brumosa. Aveva fatto bruciare quella più brutta, naturalmente, perché era vero che il popolino si aspettava un rogo ogni tanto, ma ai contadini la popputa Guendalina piaceva molto.
E, per la verità, anche al duca non dispiaceva.
Così, per comodità, aveva fatto bruciare l’altra.
Bianca Rosaria Matilde Margherita non aveva avuto niente da ridire. Anzi, forse non se n’era nemmeno accorta.
In seguito, la duchessa era rimasta incinta. Non in seguito al rogo, è chiaro. Anche Ferdinando Endrigo capiva che tra le due cose non c’era nessuna relazione. Era rimasta incinta perché lui si era dedicato alla questione con l’abituale puntiglio, facendole visita almeno una volta alla settimana per due mesi.
Non appena Bianca Rosaria ecc. era stata pregna, naturalmente, Ferdinando Endrigo aveva smesso subito, considerando il suo dovere concluso, almeno per il momento.
La duchessa si era gonfiata di mese in mese e aveva iniziato a pestare i piedini ancora più di frequente di quando non era in attesa. Ferdinando Endrigo, ancora una volta, aveva fatto il suo dovere: l’aveva ignorata.
Queste erano state le sue intenzioni e così sarebbe stato giusto, non fosse che le continue richieste di Bianca ecc. gli davano sui nervi. Aveva molte cose a cui pensare anche senza che lei pretendesse le cose più assurde: un letto nuovo, dei vetri alle finestre, delle fragole di bosco...
Ora, tutti sapevano che a Valle Brumosa crescevano solo patate – e anche a stento – ma sulla faccenda delle fragole Bianca ecc. era stata irremovibile. Ferdinando Endrigo aveva finito per spedire i suoi messi in tutto il ducato alla ricerca di quei maledetti frutti.
Verso la fine della gravidanza Bianca ecc. era diventata così insopportabile che Ferdinando Endrigo aveva avuto paura di ucciderla e questo non poteva farlo.
Per prima cosa, capricci da puerpera a parte, la duchessa era un esempio di virtù e modestia, quindi sostenere che l’aveva uccisa per condotta immorale sarebbe risultato sospetto. Ma specialmente, il ducato andava avanti con i soldi di lei, eredità di suo padre Arturo (molti altri nomi) di Tornabuono.
Ferdinando Endrigo, vicino alla crisi di nervi, aveva pensato di intrattenerla con un bel rogo.
Bruciare streghe era un passatempo molto popolare tra nobili e popolino e il duca era sicuro di farle cosa gradita.
Così, aveva mandato a prendere Matilde la megera e aveva fatto preparare delle fascine di legna nella spianata fuori dal castello.
Fuori perché, per quanto i roghi fossero dilettevoli, facevano anche cattivo odore e Ferdinando Endrigo non voleva ritrovarsi tutte le stanze impestate di strega bruciata.
Prima del rogo c’era stato il processo.
Si trattava di un passaggio puramente formale, come tutti sapevano.
Si faceva accomodare la strega su un sedile apposito e le si chiedeva un po’ di volte se era davvero una strega. Di solito lei diceva “no, no, no”, che era la tipica confessione di una strega.
Poi la si metteva sulle fascine e le si dava fuoco, davanti alla nobiltà e al popolino festante.
Ferdinando Endrigo non si aspettava che ci fossero problemi. Non ce n’erano mai.
Aveva aiutato Bianca ecc. a scendere nelle segrete del castello, dove la megera era stata imprigionata e dove si sarebbe tenuto il processo.
Lui, la duchessa e il Vescovo Pampone avevano preso posto sui loro scranni. C’erano un notaio e un paio di testimoni, perché nessuno potesse dire che a Valle Brumosa non bruciavano le loro streghe dopo un processo regolare.
Matilde la megera era assisa sulla sua sedia speciale e non sembrava molto turbata. Era un bene. Ferdinando Endrigo detestava le scenate e apprezzava le streghe che sapevano andare al rogo con sportività.
Il vescovo Pampone fece un discorsetto di circostanza sul Male e su Satana e il duca prese il cartiglio con le domande.
«Matilde la megera» iniziò, sperando che la faccenda non andasse troppo per le lunghe. «Sei accusata di essere una strega, quest’accusa è vera?».
Si trattava di una serie di domande assolutamente formali, la cui risposta regolamentare era “no”. Era un po’ come se avessero chiesto al duca: “Il branco di figlioli alti e con i capelli scuri, con il naso proprio uguale al tuo, che ha avuto Guendalina la levatrice sono il frutto dei tuoi lombi?”. Il duca avrebbe dato la risposta regolamentare “no” e tutto sarebbe stato fatto nel modo corretto.
Era una questione di etichetta.
Quando Matilde la megera rispose “sì”, quindi, dal principio Ferdinando Endrigo non ci fece caso e continuò con le altre domande.
«Sei accusata di mercimonio con il Maligno e di partecipare a riti abietti e innominabili che hanno lo scopo di... scusa?».
Matilde la megera annuì con una certa soddisfazione. «Sì, sì, partecipo ai riti abietti e innominabili e tutte quelle altre cose. È il mio lavoro. Ora posso andare a casa?».
Ferdinando Endrigo, preso leggermente alla sprovvista, aggrottò le sopracciglia. «Cioè, praticamente staresti confessando?» chiese, per sicurezza.
Matilde la megera sbuffò. «Sei sordo? Sì, sto confessando. È il mio lavoro. Come credi che abbia fatto a procurare le fragole a tua moglie in un posto in cui crescono solo patate?».
Ferdinando Endrigo, seccato, si voltò verso la duchessa. «È vero quello che dice questa donna? Hai mangiato i frutti che ti ha dato?».
Bianca ecc. si strinse nelle spalle. «Be’, sì. Mi andavano delle fragole. Questo processo è una noia, marito, non potremmo fare qualcos’altro?».
Il duca si accarezzò il mento, pensando. Era un pensatore molto veloce, all’occorrenza.
Dunque, quella megera confessava di essere una strega e implicava che Bianca ecc. fosse sua complice. Era una buona difesa, doveva ammetterlo. Se Ferdinando Endrigo la dichiarava colpevole, doveva mandare al rogo anche sua moglie.
Ora... non che mandare al rogo anche Bianca ecc. fosse un’idea così... Ma no, non doveva lasciarsi indurre in tentazione.
Sospirò pesantemente. «Ancora qualche minuto. Quindi, Matilde la megera, se dovessi definire la tua attuale posizione lavorativa diresti che sei...».
«Una strega» disse l’altra, con ostinata convinzione.
«E potresti descriverci la natura della tua professione?» insistette Ferdinando Endrigo, che sapeva essere non meno ostinato.
«Cioè?».
«Cioè che cosa fai durante il giorno!» sbottò il duca.
L’altra ci pensò un po’ su. «Raccolgo le radici, preparo le pozioni, tengo oliata la mia scopa...».
«Fai sabba satanici al chiaro di luna?».
La megera sembrò rattristata. «Alla mia età? Magari. E poi, di quale chiaro di luna parli? A uscire alla notte, con la nebbia che c’è, rischi di finire in un fosso».
«Quindi si può dire che le tue attività quotidiane riguardino la preparazione di infusi e la manutenzione di strumenti per la pulizia domestica» concluse Ferdinando Endrigo, soddisfatto.
«Strumenti per la pulizia domestica?» fece l’altra, perplessa. «La mia scopa? No, guarda, la scopa mi serve per...».
«Spazzare, è chiaro» la interruppe il duca, lanciandole un’occhiataccia.
La megera si strinse nelle spalle. «Be’, anche, ma...».
«Donna, ci fai perdere tempo inutilmente. Noi siamo persone molto impegnate. Fai silenzio, ora» le tappò la bocca Ferdinando Endrigo, sfoderando tutto il suo contegno nobiliare. Si voltò verso il vescovo Pampone e gli rivolse un sottile sorriso di scuse. «Caro vescovo, mi dispiace. Purtroppo i miei uomini hanno preso un abbaglio. Questa megera è una comune erborista, una vecchia pazza e una seccatura, ma non è una strega. Propongo di rimandare il rogo al mese prossimo».
Più tardi, il duca aveva chiesto a Bianca ecc. perché non avesse semplicemente negato di aver preso le fragole della donna. Al popolino non piaceva che le esecuzioni non si tenessero con regolarità.
La duchessa aveva alzato il suo nasino delizioso e aveva sostenuto di averlo fatto per solidarietà femminile.
Il duca non conosceva questo termine e immaginò che fosse un'altra delle infinite fissazioni della moglie. Se ne andò prima che lei potesse aggiungere altro.
Una settimana più tardi Bianca ecc. diede alla luce una femminuccia, mentre il marito faceva sfoggio di splendido disinteresse maschile in una battuta di caccia alla volpe.
La bambina, che venne chiamata Ferdinanda Rosaria Artura Matilda della Rocca, era un frugoletto con le guance rosse, la chioma scura e, come fu presto innegabile, con il naso proprio uguale a quello del padre. La faccenda del naso doveva essere un po’ il marchio di fabbrica del duca.
La piccola Ferdinanda ecc. aveva anche una voglia color fragola su una chiappa, ma non fu questo a riempire il duca di disappunto. Il problema era che la bambina era, appunto, una bambina e non un bambino.
Ferdinando Endrigo non aveva proprio niente contro le femmine (pur non avendo niente nemmeno a favore), ma aveva sperato di risolvere la questione dell’erede al primo colpo.
Come suo suocero Arturo (molti altri nomi) di Tornabuono dimostrava ampiamente, avere come unica erede una femmina era una iattura. La femmina in questione finiva per sposarsi e portarsi via in dote buona parte del patrimonio.
Lasciato trascorrere il tempo di prammatica, riprese dunque, sebbene a malincuore, a fare visita alla duchessa una volta alla settimana, sperando che la seconda volta andasse meglio.
In quanto alla megera, era diventata la sua spina nel fianco.
Forse incoraggiata dalla clemenza che il duca le aveva dimostrato durante il processo, non si limitava più a mescere le sue pozioni e a rimpinzare il suo gattaccio nero, ma aveva preso a ficcare il (lungo) naso un po’ dappertutto.
La duchessa, nuovamente pregna, le accordava i suoi favori, ricevendola e chiedendole assistenza nella sua serie infinita di richieste: dei fiori per la sua stanza, un nuovo scaldaletto, delle more...
Le more, proprio come le fragole, a Valle Brumosa non crescevano, ma questa volta il duca non fu costretto a mandare qualcuno a cercarle per mari e per monti, perché se ne occupò la megera.
Se si fosse occupata solo di quello, a Ferdinando Endrigo sarebbe andato benissimo.
Ma Matilde la megera aveva preso a esercitare quella stessa solidarietà femminile di Bianca ecc.. un concetto di cui il duca non capiva l’essenza né le ragioni.
Accadeva così che, sempre più spesso, la megera si presentasse a castello durante le udienze per perorare la posizione di qualcuno. Solitamente, una donna.
Iniziò con Orson il mugnaio, uomo di ottima pasta e gran lavoratore a giudizio del duca, che si era premurato personalmente di far bruciare il suo granaio un paio di volte, con soddisfazione reciproca.
Un giorno, Orson si presentò alle udienze del sabato con un braccio attorno al collo e la richiesta che sua moglie fosse impiccata. Ferdinando Endrigo solidarizzava a priori con chiunque gli rivolgesse richieste simili, ma spiegò al brav’uomo che, prima di far impiccare qualcuno, gli serviva qualche dettaglio in più.
Orson spiegò che con sua moglie Lina era sempre andato tutto bene. Gli aveva dato quattro figli che lavoravano con lui al mulino e anche lei non era del tutto inutile quando si trattava di aiutare i muli a spingere la ruota.
Poi, all’improvviso e senza ragione, la sera prima Lina era impazzita e l’aveva spinto. Orson era caduto e si era fatto male a un braccio. Orson riteneva che sua moglie l’avesse spinto al preciso scopo di farlo cadere e così ora chiedeva che venisse impiccata, perché una moglie non avrebbe dovuto permettersi di desiderare che il marito cadesse.
Ferdinando Endrigo si considerava un uomo accomodante, ma di certo il fatto che gli riferiva quel mugnaio era grave e meritava di essere sanzionato.
Stava quindi per condannare Lina all’impiccagione, quando nella sala delle udienze era entrata la megera. Interrompendolo sul più bello, aveva sostenuto di conoscere dei fatti che potevano influire sui pronunciamenti del duca.
Ferdinando Endrigo aveva sospirato e le aveva concesso il permesso di parlare.
«Vostra signoria» aveva cominciato Matilde la megera, in tono cerimonioso «dovresti sapere che Orson il mugnaio ha l’abitudine di battere sua moglie tutte le sere».
Il duca si era stretto nelle spalle. «E allora?» aveva chiesto. Se Orson aveva quest’abitudine, chi era lui per trovargli qualcosa da dire?
«E allora, ieri sera Orson ha battuto la moglie come sempre e la povera Lina, alzando le braccia per ripararsi, l’ha scontrato involontariamente. Per questo Orson è caduto e si è fatto male».
Ferdinando Endrigo si era accarezzato il pizzo, pensieroso. «Sostieni, dunque, che la moglie di Orson non desiderava che cadesse?» chiese.
«Be’, forse un pochino lo desiderava, ma non è questo il punto. Orson la stava picchiando».
Il duca aveva scosso la testa. «Non è mia abitudine immischiarmi negli affari coniugali degli altri» aveva detto «ma se Orson la picchiava, di certo aveva i suoi motivi».
«Di certo li aveva. Ma se qualcuno provasse a picchiare a te, vostra signoria, Dio non voglia... non alzeresti almeno le braccia per proteggerti?».
A Ferdinando Endrigo non era mai successo che qualcuno provasse a picchiarlo. La sola idea era inconcepibile. Doveva tuttavia ammettere che era possibile che, se mai qualcuno ci avesse provato, lo facesse. Era possibile, anche se, in realtà, era molto più probabile che estraesse la spada e sgozzasse il vile che intendeva picchiarlo.
«Poniamo che sia come dici, megera. Ma vedi bene che, a causa dell’eccessivo istinto di autoconservazione di sua moglie, il buon Orson ha un braccio appeso al collo. Per un mugnaio questo è un serio impiccio. Se sua moglie non l’avesse urtato, seppure incidentalmente, Orson non avrebbe patito alcun malanno».
«Hai ragione, vostra signoria, ma pensa questo: se Orson non avesse l’abitudine di battere sua moglie, Lina non avrebbe mai alzato le braccia per proteggersi e nulla di questo sarebbe accaduto».
«Come abbiamo già detto, Orson avrà i suoi motivi per battere la moglie e non sta a noi impicciarci. Se ella non gli desse motivi per essere battuta, lui non la batterebbe e nulla di tutto questo sarebbe avvenuto» aveva ribattuto Ferdinando Endrigo, soddisfatto.
La megera aveva annuito. «Hai ragione, vostra signoria. La colpa, dunque, è di entrambi. Grazie per aver permesso a questa povera vecchia di parlare».
Ferdinando Endrigo non era uno sciocco e si rendeva conto benissimo che quella “povera vecchia” l’aveva beffato per la seconda volta.
E tuttavia, tutta la corte l’aveva sentito seguire i suoi ragionamenti e darle, fino a un certo punto, ragione.
Era stato costretto a stabilire che la moglie di Lina venisse battuta per aver involontariamente ferito suo marito, ma non la condannò all’impiccagione.
Dopo quella volta, Matilde la megera era intervenuta ancora nelle udienze del duca. Forse ci aveva preso gusto.
Nel frattempo, Bianca ecc. aveva dato alla luce un’altra femminuccia, che venne chiamata con una sfilza di nomi degna del suo rango.
All’udienza successiva in cui Matilde la megera provò a far valere questo nuovo e astruso concetto di solidarietà femminile, Ferdinando Endrigo, indispettito, decise che la donna che quel giorno la vecchia aveva deciso di difendere fosse messa alla gogna per una settimana.
Non era una pena particolarmente severa, considerando che la donna era una ladra, ma il duca aveva deciso di ignorare le proteste della megera, che sosteneva che la sua protetta aveva rubato, sì, ma per non morire di fame.
Ferdinando Endrigo, ancora irritato per la nascita della seconda erede femmina, la ignorò completamente.
Quella sera si rese conto che non avrebbe dovuto farlo. O meglio, si rese conto che il problema con la megera era ben più grave di quanto credesse.
Dato che Bianca ecc. aveva dato alla luce un’altra bambina, il duca si vedeva costretto a continuare con il fastidioso dovere riproduttivo che lo accompagnava da diverso tempo.
Come ogni sabato sera, si recò nelle stanze della duchessa e salì sbrigativamente sul suo nuovo letto imbottito di piume.
La duchessa, però, si alzò dal letto e dichiarò che non avrebbe più giaciuto con lui.
Ferdinando Endrigo, piuttosto perplesso, chiese perché.
La risposta, come in fondo si aspettava, fu: «Per solidarietà femminile».
Finché la donna che il duca aveva condannato fosse rimasta alla gogna, alla mercé, quindi, di chiunque passasse, la duchessa Bianca ecc. non gli avrebbe permesso di entrare nel suo letto.
Ferdinando Endrigo aveva ricevuto un’educazione rifinita. Non avrebbe mai battuto Bianca ecc. come la moglie di un mugnaio e non era abbastanza risentito per prenderla con la forza. Si limitò a una risata e se ne andò da Guendalina la levatrice, che non aveva tanti grilli per la testa e che era sempre molto felice di vederlo.
All’udienza successiva, ascoltò con attenzione la perorazione della vecchia strega. Questa volta si trattava di una servitrice che aveva tentato di avvelenare il suo padrone. A sentire Matilde la megera, la servitrice l’avrebbe sì fatto, ma solo perché era distratta per via del suo stato interessante, dato che il suo padrone, insisti e insisti, l’aveva ingravidata.
«Ah, e quindi aspettare un figlio può procurare di queste distrazioni?» si limitò a sorridere, dopo aver ascoltato la megera.
«Hai ragione, vostra signoria» rispose la vecchia. «È proprio così».
Ferdinando Endrigo si scompisciò dalle risate e ordinò che il vecchio mercante che aveva rischiato di finire avvelenato fosse costretto a riconoscere la sua prole illegittima.
Quella sera stessa la duchessa Bianca ecc., di sua spontanea iniziativa, si recò nelle stanze del duca. Lui, in compagnia dei suoi cani e di una brocca di vino speziato, stava leggendo davanti al camino acceso.
«Quindi, come mai venite a farmi visita, moglie mia?» chiese, in tono di finta cortesia.
Bianca ecc. sollevò il proprio nasino delizioso e disse: «Giacché quella poveretta non è più alla gogna e quest’oggi avete deciso in favore di quell’altra poveretta, ho deciso di venire a concedermi a voi».
Ferdinando Endrigo, mostrandosi interessato più al ragionamento dell’altra che alla sua offerta, bevve un altro sorso di vino e inarcò un sopracciglio. «Dunque vi pare che obbligare quel mercante a riconoscere la sua prole illegittima sia stata una decisione giusta ed equa?».
La duchessa non era abituata a essere consultata in simili questioni, ma sapeva che la sua amica Matilde quel pomeriggio, ancora una volta, aveva vinto, quindi annuì con decisione.
«Sapete, mi fa molto piacere che voi approviate il mio verdetto, perché ho molto riflettuto sulla cosa, ultimamente» disse il duca.
La mente splendidamente virtuosa della duchessa fu attraversata da un pensiero.
«Ah, sì?» si limitò a chiedere.
«Sì» confermò il duca. «Vedete, la vostra amica mi ha convertito alla solidarietà femminile. Ora sono convinto che, in un mondo perfetto, i padroni non debbano approfittarsi delle proprie servitrici e che, se lo fanno, devono essere consapevoli che ne pagheranno il prezzo».
La ruga che si stava formando sulla fronte candida e liscia dell’altra si accentuò. «Ehm» disse.
Ferdinando Endrigo sorrise. «Ma forse è un concetto troppo teorico, per voi. Lasciate che vi faccia un esempio. Poniamo che ci sia una sposa che sa di non essere molto amata da suo marito».
«Che cosa orribile» mormorò Bianca ecc., che iniziava a trovare il discorso dell’altro fin troppo realistico.
«Già, davvero. Ma poniamo che ci sia. Questa sposa ha una buona amica, una comune erborista, una vecchia pazza e una seccatura, ma non una strega. Non può essere una strega, capite, perché se la fosse avrebbe dovuto finire su un rogo tempo prima, e la sposa con lei».
Bianca ecc, che ora era bianca anche in viso, si sedette pesantemente su uno sgabello.
«Forse dovrei aggiungere che la sposa è molto ricca. Suo marito non ha alcun interesse a eliminarla, almeno finché non ha un erede maschio a cui tramandare il suo patrimonio. Ma la sposa ha solo figlie femmine e così suo marito deve adattarsi a lasciare in vita entrambe, la moglie e la str- ehm, la comune erborista».
«Che storia orribile» balbettò la duchessa.
Ferdinando Endrigo sorrise ancora. «Avete ragione, ho un’immaginazione macabra. E poi non stavamo parlando di questo. Stavamo parlando del mondo perfetto in cui i padroni avventati sono costretti a riconoscere i propri figli bastardi. Sono davvero felice che approviate quest’idea. È un nobile segno di solidarietà femminile, da parte vostra».
Detto questo, Ferdinando Endrigo mise da parte la brocca di vino speziato, allontanò i cani e accondiscese cortesemente a che la duchessa gli si concedesse.
Qualche tempo dopo, Bianca ecc. restò nuovamente incinta. Come sempre, pestò i piedini a più non posso perché in fondo era una duchessa.
Pretese ogni genere di cose stravaganti: una nuova dama di compagnia, un arazzo di soggetto religioso, dei piatti sempre diversi a base di patate... ma non chiese nessuna bacca che non crescesse a Valle Brumosa, né che la sua amica megera la assistesse in alcun modo, se non tenendole un po’ di compagnia.
Questa volta diede alla luce un bel maschietto, a cui fu dato un nome ben misero: Giovanni. 
Giovanni E Basta, come fu presto soprannominato da tutti, era un bambino dagli occhi ridenti, dai capelli neri e con un naso proprio uguale a quello del padre. Nonostante la circostanza sfortunata di avere il naso proprio uguale a quello del duca, Giovanni E Basta era anche l’erede a lungo agognato da Ferdinando Endrigo che, quando tornò dalla battuta di caccia che l’aveva impegnato per quasi tutta la settimana, fu moderatamente soddisfatto di sapere che aveva avuto un figlio.
Poi se ne andò da Guendalina la levatrice e dalla torma di mocciosi che manteneva da anni, nonostante alcuni avessero il naso proprio come il suo e alcuni no, dato che lì stava molto meglio.
In quanto alla megera, continuò a presentarsi alle udienze del duca e a tenere viva quella nuova, incomprensibile moda della solidarietà femminile.
Una sera, dopo che il duca aveva condannato un uxoricida all’impiccagione, lei e Ferdinando Endrigo si ritrovarono a camminare insieme lungo la strada per il villaggio.
Ferdinando Endrigo stava andando a trovare Guendalina la levatrice e Matilda la megera voleva rientrare presto, perché quella sera doveva... ehm, oliare il proprio strumento per le pulizie domestiche.
«Vostra signoria» disse la vecchia, mentre gli camminava accanto a una velocità insospettabile, «la tua sentenza di questa sera mi è proprio piaciuta. Ah! Quel manigoldo se lo meritava!».
Ferdinando Endrigo, con le mani in tasca, sorrise appena. «Sono felice che tu sia d’accordo» commentò, sornione. «Mi sei stata di grande aiuto, con tutte le informazioni che mi hai dato».
La vecchia, annuì, accettando il complimento con semplicità. «In un mondo perfetto» disse «nessuna moglie viene uccisa da suo marito».
Il duca rise. «Quando vivremo in un mondo perfetto fammelo sapere. Nel frattempo...» aggiunse, tornando serio, «...io continuerò a fare il mio mestiere e tu il tuo. Io non vengo a dirti come farlo e tu non vieni a dirlo a me».
Sorrise anche la vecchia. Quella era una delle tipiche frasi del duca, che, come alla fine aveva capito, non era uno sciocco, neanche un po’.
In un certo senso, anzi, era arrivata ad ammirare la sua capacità di dire una cosa intendendone una del tutto opposta.
Lui le aveva detto eccome come fare il suo lavoro. Gliel’aveva detto forte e chiaro quando aveva minacciato di mettere al rogo lei e la sua protetta e di riconoscere i suoi bastardi.
Ma bisognava ammettere che accettava di buon grado che lei gli dicesse come fare il suo, ogni volta che la ascoltava a un’udienza.
E forse questo era un principio che superava anche quello, pure validissimo, della solidarietà femminile. Sì, pensò la vecchia, mentre camminava a una velocità insospettabile accanto al duca, forse il nuovo concetto da introdurre, insolito e incomprensibile, almeno per quei tempi, era quello della solidarietà umana.

«Sì, vostra signoria» disse, perciò. «Hai proprio ragione».

[Racconto comparso originariamente nell'antologia What Women Don't Want, scaricabile gratuitamente qua, maggio 2013 - illustrazione di Armando Rossi]

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