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venerdì 8 agosto 2014

IL CLUB DEI CANTANTI MORTI - MINI-EP PROLOGUE



Dio ha la voce di Mark Knopfler. Sonora. Convincente. Sicura. Bellissima.
Dice: «Ancora una volta, forza. Ci siamo quasi».
Ma non è la voce di Dio, naturalmente. È solo Monday. Che insiste. Che pontifica. Che corregge.
Come diavolo ci sono finita, qua?

***

Se hai sedici anni a Merdaville, Tennessee, morire può sembrarti un modo come un altro di passare il venerdì pomeriggio.
Questo era quello che pensavo più o meno da quando avevo iniziato a desiderare una vita sociale, tranne cambiare idea all’improvviso quando la morte era venuta a bussarmi alla porta.
La mia vita, fino a quel momento, non era stata uno scoppiettante susseguirsi di fuochi artificiali. La mattina mi trascinavo fino a scuola, dove sarei stata crudelmente derisa o, al meglio, ignorata, fino alla fine delle lezioni. I professori non vedevano per me un brillante futuro da astrofisica o roba del genere, i miei compagni pensavano che fossi una sfigata all’ultimo stadio. A Merdaville la catena alimentare era stata semplificata in modo da essere alla portata dei buzzurri semi-analfabeti dei dintorni: o eri uno che le dava o eri uno che le prendeva.
Io, ovviamente, facevo parte dei secondi.
I miei erano andati al creatore quando avevo pochi anni, infilandosi in un fosso mentre tornavano da una serata allegra in qualche baracca danzante dei dintorni.
Da allora in poi avevo vissuto con mia zia Stella, ovvero la pecora nera della famiglia di mia madre. Stella era giovane, non aveva idea di come crescere una bambina di quattro anni e tirava su due soldi come capitava. Per lo più, vendendo filtri d’amore e bugie compassionevoli alle donne del vicinato.
Eravamo povere in canna e questo non aumentava le mie già scarse prospettive di una vita sociale decente. Forse a Los Angeles o in qualche altro posto che per me esisteva solo nei film, andare a scuola con i vestiti della charity sarebbe stato considerato magnificamente vintage. A Merdaville era considerato da pezzenti, segno che a Merdaville, nonostante il Q.I. medio fosse piuttosto basso, la gente non era così facile da infinocchiare.
Eravamo due pezzenti.
Stella era il tipico esemplare di white-trash che compare nei programmi sul degrado sociale. Mi immaginavo gente impaccata di soldi della East-Coast, comodamente stravaccata nella sua confortevole bifamiliare, che guardava la tele e pensava “Mio Dio, ci sono veramente delle persone che vivono in una roulotte! Che cosa dannatamente interessante!”.
Stella era così. Capelli ossigenati sopra il biondo grano che le aveva affibbiato Madre Natura, con una cicca perpetua incastrata in un angolo della bocca e il vestitino floreale che veniva direttamente dalle anime pie della parrocchia.
Quello che forse gli sciccosi della East-Coast non immaginavano era che Stella, il buon vecchio mojo, sapeva farlo davvero. Questo era il motivo per cui le anime pie della parrocchia si allineavano davanti alla porta della nostra roulotte – ovviamente a notte fonda, quando i vicini facevano finta di non vedere – se il maritino scappava con la commessa del Wal-Mart o se il loro vecchio arnese tirava l’ultimo respiro. Il viagra ci aveva private di una considerevole fetta di mercato.
Inutile aggiungere che essere la figlioccia della strega del paese non aveva migliorato le mie già misere prospettive di una vita sociale.
Se Stella si fosse limitata a mescolare infusi nauseabondi e a raccontare alla sfortunata di turno che il consorte, legittimo o meno, sarebbe tornato con la coda tra le gambe – e se il consorte avesse continuato a tornare veramente – le cose sarebbero andate più o meno bene.
Ma Stella non era solo una fattucchiera di paese con un debole per i giovanotti, a modo suo era anche una sperimentatrice. Era stata lei a farmi conoscere la musica di tutti quei vecchi gruppi degli anni ’70 e ’80 che suonavo incessantemente sull’Hitachi mezzo scassato della roulotte. Le piacevano le cose forti, e fiche, e divertenti.
E la magia, a modo suo, lo era.
Le cose forti, e fiche, e divertenti, però, non erano fatte per lei, come si vide alla fine. Morì quando la schifezza che stava mescolando nella sua vecchia pentola di rame le esplose in faccia.
Mai fare una magia di fuoco, se non hai almeno un paio di guanti da saldatore. Nel suo caso, venne fuori, sarebbe stata meglio una tuta completa da pompiere.
Quel pomeriggio ero andata alla discarica delle macchine a esercitarmi col piattello. Old Joe, il proprietario, era un rudere come le auto che rottamava, quindi non c’era nemmeno il rischio che provasse a infilarsi sotto il mio vestitino floreale della charity.
Quando tornai alla roulotte era sera, e mi andava di mangiare un piatto di riso al curry mentre gli Zeppelin giravano sull’Hitachi mezzo scassato.
Ma non c’era stato riso al curry.
Gli Zeppelin non avevano cantato Whola Lotta Love mentre muovevo il culo a tempo di musica.
Stella era un tizzone sul pavimento della roulotte, un tizzone che si era consumato senza bruciare nient’altro. Non so quale fosse la magia, non mi è mai interessato scoprirlo, so solo che in quel momento sentii che odiavo quella maledetta vacca – e che l’amavo con tutto il cuore.
Fu allora che le cose iniziarono ad andare nel verso sbagliato.
Non che prima fosse stato tutto rose e fiori, ma Stella era con me.
Ora Stella non c’era più e la realtà stessa sembrava decisa a commemorare la sua dipartita in grande stile, sbriciolandosi.
Barcollai fino alla mia stanza e lì ebbi la seconda sorpresa della giornata.
Il letto ribaltabile era aperto e sul letto c’ero… io.
La Sonia Sinclair che era sul letto era morta stecchita, su questo non c’era da farsi illusioni. Con i capelli lisci e color grano sparsi sul cuscino, era quasi bella. Indossava un vestito bianco che io non avevo mai avuto, come se le anime pie della parrocchia si fossero superate per la sua – la mia – cerimonia funebre. Ai piedi aveva i miei vecchi anfibi, segno che neanche le anime pie della parrocchia avevano intenzione di regalare ai vermi un paio di scarpe buone.
L’aria bollente della roulotte aveva un odore di fiori incomprensibile, come se qualcuno avesse nascosto da qualche parte un grande mazzo di orchidee e le orchidee avessero iniziato a marcire.
Osservai per un po’ quella strana e lugubre visione, pietrificata.
Poi feci un passo avanti e la realtà sembrò decidere di aver giocato abbastanza.
Il letto era di nuovo incastrato nella ribalta, l’odore di fiori era scomparso, della Sonia Sinclair morta e quasi bella non c’era più traccia. Tutto quello che restava era l’odore acre che proveniva dall’altra stanza. L’odore del tronchetto di cenere che era diventata Stella.
Ma sapevo che cosa avevo visto.
Non puoi vivere per sedici anni nella stessa casa – be’, roulotte – di una strega senza imparare ad apprezzare una premonizione, specie se è una premonizione in technicolor come quella che avevo avuto io.
A volte mi chiedo se non fosse questo a cui Stella stava lavorando quando si era incendiata come un fuoco d’artificio del 4 luglio. Se aveva avuto la curiosità di sapere come sarei morta io, ed era stata punita per la sua sfacciataggine.
Ma conoscendo Stella era molto più probabile che stesse cercando di far comparire un Jimmy Page diciottenne sulla porta della sua roulotte.
Comunque fosse, ero stata avvertita.
Fino al giorno prima avrei detto che a Merdaville, Tennessee, morire poteva essere un modo come un altro di passare il venerdì pomeriggio.

Ma ora che era chiaro che sarei morta di lì a poco, non c’era un cazzo da ridere.

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