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lunedì 11 agosto 2014

IL CLUB DEI CANTANTI MORTI - MINI-EP 3rd TRACK



La casa di Jimmy Razor adesso era deserta. Gli alti papaveri, naturalmente, si erano trattenuti lo stretto indispensabile. Il patologo era andato. La scientifica era andata. I fan erano stati allontanati. Jimmy – neanche a dirlo – era andato pure lui, chiuso in un bel sacco di plastica nera, riparato per sempre dai flash dei fotografi.
Anche gli investigatori erano andati. Tutti tranne uno.
Jack Wyte era ancora nel giardino sul retro. Tutte le luci erano spente, gli annaffiatoi automatici spruzzavano la loro silenziosa melodia.
La punta incandescente della sigaretta lo illuminava con il suo alone ogni volta che dava un tiro, tingendo il suo profilo di ocra.
Era alto, Jack Wyte, alto e grosso, e nemmeno la sera poteva nasconderlo. Il suo completo marrone era tutto spiegazzato, il collo della sua camicia era sbottonato, i capelli avrebbero avuto bisogno di un giro dal barbiere. Jack, invece, aveva bisogno di un attimo di calma, e non c’era posto più calmo – su questo non c’erano dubbi – della scena di un crimine dopo che il circo delle indagini se ne era andato. Anche se, come Wyte ben sapeva, non era affatto detto che lì ci fosse stato un crimine di qualsiasi genere.
Fece qualche passo sull’erba, tornando a pensare vagamente alla giovane età del cantante. Avrebbe dovuto essere turbato, dispiaciuto, impressionato. Sapeva che avrebbe dovuto esserlo.
Ma provava solo un leggero senso di smarrimento. Dopo vent’anni di quel lavoro non si poteva pretendere di più da lui.
Diede un ultimo forsennato tiro alla sigaretta e la lasciò cadere nell’erba. La pestò con la punta della scarpa.
Per un attimo la sua faccia era stata illuminata dalla brace, ma ora non si vedeva più. Era stato un bell’uomo, per qualche anno, molti anni prima. Un quarto d’ora di gloria, come avrebbe detto Andy Warhol. Forse un po’ più di un quarto d’ora.
Fino ai vent’anni era stato magro e allampanato; timido, goffo, impacciato. A vent’anni, per motivi ancora sconosciuti, aveva iniziato a mettere su peso. Non grasso; aveva messo su una compatta barriera di muscoli, non tanto evidenti da farlo passare per un body builder, ma nemmeno gli atrofici muscoletti di un secchione. Un fisico asciutto, che sommato alla sua statura imponente, ne aveva fatto per qualche tempo se non il più desiderabile dei maschi, almeno un oggetto da collezione.
Era durato poco. Mentre il suo matrimonio si sgretolava e i casi gli si accumulavano sulle spalle, si era sgretolato anche lui. I folti capelli castani si erano ingrigiti, diventando duri e stopposi come i peli di uno spinone. Il viso si era scavato. Mentre gli comparivano una serie di rughe verticali intorno alla bocca, gli occhi si infossavano e ogni singolo osso della sua faccia sembrava spingere per uscire all’aria aperta. Il fisico – quello si era miracolosamente preservato, anche se, certo, un poco più pesante di un tempo. Fumava troppo, mangiava male e beveva anche peggio.
Le uniche donne che lo guardavano, ora, erano quelle troppo disperate per andare per il sottile, o quelle abbastanza fantasiose da immaginarlo diverso da com’era.
Jack piegò la testa all’indietro, cercando un filo di vento come una bandiera su un pennone, gli occhi socchiusi, la testa pesante. Stava arrivando il momento di sedersi al bancone di un bar: il suo stomaco lo chiamava.
Quando aprì gli occhi lei era là.
Di primo acchito gli venne in mente che avrebbe potuto essere un’allucinazione. Non sarebbe stato poi così strano. La casa era chiusa, piantonata da due agenti, il sistema di allarme era inserito. Jack inclinò la testa da un lato, cauto, aspettandosi di non vederla più. Invece lei era ancora lì, ferma sotto allo spruzzo degli annaffiatoi automatici.
Sembrava giovane, sui venticinque, ma era difficile a dirsi. Era vestita completamente di nero, dai pantaloni aderenti, alla t-shirt, agli scarponcini alti da città. Anche i capelli erano corvini, con delle ciocche irte che le coprivano metà del viso. La pelle era candida come la luna, anche sulle labbra. Non era truccata e lo stava fissando, seria.
«Che cosa ci fai qui?» chiese Wyte, avvicinandosi di un passo. Non pensò nemmeno per un istante di allungare la mano verso la pistola di ordinanza, o verso la Sig Sauer calibro .40 che in teoria non avrebbe dovuto avere, ma che invece era al comodo nella sua tasca.
La ragazza lo fissò in uno strano modo, come se volesse imprimersi nella mente ogni dettaglio di lui. Non rispose, né diede segno di volerlo fare.
«Jimmy non è più qua» disse Wyte, immaginando di trovarsi di fronte a una fan, entrata chissà come. Ma dentro di sé non ne era sicuro. Il look grossomodo corrispondeva, ma c’era qualcos’altro, qualcosa che non riusciva a mettere a fuoco. «L’hanno già portato via» aggiunse, comunque.
«Il detective Jack Wyte» disse lei. La sua voce era roca, come se giungesse da distanze siderali attraversando un lungo tratto tra i ghiacci delle montagne. Wyte, all’improvviso, ebbe freddo.
La ragazza fece un passo verso di lui. Il suo corpo era troppo magro, i seni quasi non c’erano.
«Chi sei tu?» chiese Wyte. Si accorse solo dopo di aver sussurrato.
«Guarda» disse lei, e indicò lontano con la lunga mano bianca.
Wyte seguì il gesto con lo sguardo. Ma non c’era niente. Solo la massa scura delle siepi che attraversavano il giardino.
Quando tornò a voltarsi dalla sua parte, di lei non c’era più traccia.

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