Pre-ordini Perduti Sensi

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lunedì 2 agosto 2010

Quello che non sai - 1

Il cellulare di Sensi emetteva una musichetta lugubre e in questo non c’era niente di strano. Erano le dieci di sera e non c’era niente di strano neanche in questo.

Il display diceva “Salvemini”, però, e questa era una cosa così strana da essere praticamente inedita.

Salvemini era il questore di Spezia. Quando usciva dal suo mega ufficio, di solito, era per andare al ristorante a un pranzo di lavoro. Quando doveva parlare di un caso, di solito, chiamava Tudini.

Non era l’unico. Tutti chiamavano Tudini: i pm, i gip, i medici legali, gli agenti in divisa… Questo fenomeno aveva una spiegazione semplice: era più probabile che Sensi si vestisse di rosso dalla testa ai piedi piuttosto che conoscesse qualcuno di quei dettagli minuti che fanno arrivare un caso nell’aula di un tribunale.

Allucinato, guardò il display del suo cellulare per un minuto abbondante. Continuava a suonare.

“Sì?” rispose, alla fine, prudentissimo.

Era quasi sicuro che Salvemini avesse sbagliato numero.

“Sensi?” fece il questore, con voce prudente quasi quanto quella dell’altro.

“Dovrebbe saperlo. Mi ha chiamato lei,” rispose il commissario, rassicurato. Aveva sbagliato numero.

“Meno male che l’ho trovata,” disse, però, Salvemini.

“Perché sta parlando sottovoce?” chiese Sensi. Quindi non aveva sbagliato numero. Era inquietante.

“È una faccenda delicata, Sensi.”

“L’hanno fermata mentre andava a trans? Non dovrebbe preoccuparsi, sa, di questi tempi lo fanno tutti,” stava per rispondere il commissario, ma riuscì a trattenersi all’ultimissimo minuto. “Delicata,” si limitò a ripetere, ottusamente.

“Molto delicata, sì. Pochi minuti fa c’è stato un furto in villa, sopra Lerici.”

“Ah.”

“Opere d’arte, gioielli, un po’ di contante…”

“Ah.”

“Deve andarci subito, Sensi.”

“Ma certo, chiamo Tudini e…”

“Non provi a scaricare il caso a Tudini,” sibilò il questore, dimostrando che, in fondo, non era uscito completamente di testa.

“No?” fece Sensi.

“No. Né a Tudini né a nessun altro. Anzi, non ne deve parlare con nessuno.”

Finalmente Sensi ci arrivò. “È la villa di un Lion, giusto?”

“Eh? Sì, è possibile, non lo so. Vallambrini non si vede spesso, da queste parti.”

Vallambrini. Il nome, a Sensi, non diceva niente. Ma, d’altronde, non era un assiduo frequentatore del jet-set spezzino. Anche perché il jet-set spezzino, appena poteva, cercava di frequentare posti che non fossero Spezia. E non erano gli stessi posti fuori città che frequentava lui.

“Ok, quindi la signora,” giunse all’unica conclusione possibile.

Il questore rimase in silenzio.

Rimase in silenzio anche Sensi. Non aspettava che Salvemini si sbottonasse, semplicemente non gli venivano più in mente domande nuove.

“C’è una cosa che mi deve spiegare, Sensi,” ricominciò improvvisamente a parlare Salvemini. “Questo è un caso furto, giusto? Lei è il commissario capo della squadra mobile, giusto?”

Sensi non ebbe il coraggio di interrompere la fila di domande retoriche dell’altro, anche se una risposta sincera probabilmente avrebbe avuto almeno l’effetto di far finire quella telefonata allucinante.

“Allora che cosa c’è di così strano se le chiedo di indagare su un crimine che ricade sotto la sua competenza?” concluse Salvemini, con un percepibile spigolo duro nella voce.

“Era una domanda retorica anche questa, giusto?”

, Sensi. Era una dannata domanda retorica. Adesso muova le chiappe fuori dal postribolo in cui si è rintanato stasera e vada a dare un’occhiata, è chiaro?”

Sensi guardò mestamente il suo sottotetto in disordine. Avrebbe tanto voluto essere in un postribolo, ma purtroppo nessun postribolo di sua conoscenza iniziava ad animarsi prima della mezzanotte.

“Sì, signore,” disse, quindi, con aria depressa. Non ce n’era bisogno. Salvemini aveva già riattaccato.

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