Pre-ordini Perduti Sensi

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lunedì 8 giugno 2009

Una linea d'ombra - 5

“Ermanno, qua dobbiamo subito far intervenire qualcuno. I servizi sociali, il tribunale dei minori…”
“La protezione civile…” concluse Sensi, risalendo nel wrangler.
Tudini non lo ascoltò. “Quel bambino, quell’uomo…”
“Sì, sì,” troncò il discorso il commissario. “Di’ alla Riu di attaccarsi al telefono e di far muovere il culo a qualcuno. E poi mettiti comodo ad aspettare.”
Tudini si allacciò coscienziosamente la cintura mentre Sensi usciva dal parcheggio e si ri-immetteva nel traffico. “Ma prima chiama Mainardi e digli che lo passiamo a prendere. Andiamo a interrogare la temibile masturbatrice.”
L’ispettore gli lanciò un’occhiata sospettosa. “Dici che se l’è inventato?”
“Mah.”
E dal commissario non fu più possibile ricavare una parola fino a che non furono sotto la casa di Erica Buscetta.
Erano dalle parti di piazza Brin, ma nella zona bassa, quasi al confine col centro storico. Qua l’edilizia popolare aveva costruito dei condomini di mattoncini, di cinque o sei piani, attorno a dei cortili un tempo attrezzati con qualche intrattenimento per i bambini, degli scivoli o delle giostre di ferro. I cortili si erano riempiti di erbacce e di cacche di cane e i giochi si erano arrugginiti, ma i condomini nel complesso reggevano.
Al contrario che nei palazzi che davano su piazza Brin, qua gli appartamenti erano quasi tutti assegnati dal Comune – erano le cosiddette Case Popolari. La maggioranza erano occupate da vecchietti che se le tenevano strette con le unghie e con i denti, qualcuna era stata occupata illegalmente da famiglie che ci vivevano da anni, qualcun’altra era stata venduta ai proprietari, che poi l’avevano rivenduta o affittata. Probabilmente era quello che era successo a quella della Buscetta.
Sensi suonò al citofono, che si era salvato per un pelo da un gigantesco murales che inneggiava alla droga libera, e si fece aprire. La voce che aveva risposto era assonnata, ma non sembrava preoccupata che la polizia potesse arrestarla.
Sensi, Tudini e Mainardi salirono fino al quarto piano senza ascensore, dove li attendeva una porta socchiusa.
Sensi bussò leggermente e finì di aprire la porta.
Dietro, in piedi, c’era una donna sulla trentina, con i capelli corti e scuri, che indossava un pigiama di flanella e un paio di ciabatte a forma di coniglio.
Contrariamente alle sue previsioni, non era per niente un cesso, ma l’occhio destro gonfio e tumefatto non aumentava un granché le sue doti seduttive.
“Commissario Sensi,” disse, mostrandole il distintivo. “Gli ispettori Mainardi e Tudini. Possiamo scambiare due parole?”
La donna si fece da una parte. “Sì, certo. Scusate per il disordine.”
Sensi si guardò attorno. Le pareti erano tinteggiate di viola chiaro, e nel soggiorno c’era un panciuto divano verde. Il ‘disordine’, probabilmente, erano dei libri e delle riviste lasciati qua e là e una coperta patchwork abbandonata sul divano.
“Erica Buscetta, giusto?”
“Sì, sono io. È successo qualcosa?” chiese, in tono un po’ insicuro.
“Non so. Vogliamo parlare del suo… incidente domestico?” ribatté Sensi, slacciandosi la giacca. Là dentro, almeno, faceva caldo.
La donna prese un’espressione incerta. Poi fece un piccolo sorriso. “Ok, gradite qualcosa? Ho del tè e poi… hem, solo il tè, credo. Forse del latte.”
Sensi osservò per qualche istante, in silenzio, il suo pittoresco occhio nero.
“Tudini, Mainardi,” disse, poi, “andatemi a prendere una Red Bull, ok?”
I due si guardarono tra loro.
“Sì, capo,” annuì, poi, Mainardi, e tirò via l’ispettore più anziano. “Arrivederci.”
“Prego, si accomodi,” disse l’educatrice, quando i due si furono richiusi la porta dietro. “Grazie per…” e indicò vagamente la direzione da cui se ne erano andati Mainardi e Tudini.
Sensi si andò a sedere sul divano, che era panciuto esattamente come sembrava, spostando leggermente la coperta patchwork. L’educatrice si sedette all’altro capo.
“Se le dico Omar Gomez le viene in mente qualcosa?”
L’educatrice si sfilò le ciabatte e si rannicchiò con i piedi sotto il corpo.
“Non volevo denunciarlo. È un ragazzino pieno di problemi,” disse.
“Già. Sono stato a trovarlo. Mi può raccontare che cosa è successo?”
L’altra scosse la testa e fece vagare lo sguardo sul soffitto. “Guardi, con esattezza non lo so neanch’io.”
“Cominci dall’inizio.”
“Io faccio l’educatrice al Chiodo,” spiegò lei. “Ha presente?”
Sensi fece un vago sorrisetto. “Metà dei minori che arrestiamo vengono di lì. È un istituto commerciale, giusto?”
“Esatto. Io devo seguire un ragazzo che ha dei problemi di motilità.”
“Lavora per una cooperativa sociale?”
“Sì, la Gabbiano Verde. Lavoro al Chiodo da circa due anni.”
Sensi accavallò le gambe e provò a rilassarsi contro lo schienale. La giornata di merda si avviava a passo sostenuto verso la completa schifezza.
“Omar ha dei problemi… be’, ha dei problemi in tutte le materie. Un po’ di tempo fa l’hanno fermato mentre aveva con sé dell’hashish, e sembrava che avesse deciso di darsi una sistemata. Ma era indietro, più o meno su tutto il programma. Quando la professoressa gli ha detto che l’avrebbe interrogato di italiano mi ha chiesto se gli davo una mano a ripassare.”
Sensi annuì. Fin qui più o meno tornava tutto.
“Che cosa doveva ripassare?”
“Saba e Montale.”
“L’ha fatto venire qua?” domandò Sensi, in tono neutro.
L’altra annuì, mordicchiandosi un’unghia. “È stata un’idiozia, ma è solo un ragazzino…”
Sensi avrebbe potuto compilare un elenco infinito di tutti gli adulti che aveva sentito dire una frase del genere e che poi se ne erano pentiti.
“Cos’è successo?”
L’educatrice fece un gesto vago. “Abbiamo iniziato a ripassare. Lui era disattento, faceva delle battute fuori luogo e ho avuto l’impressione che si fosse drogato.”
“Mi spieghi.”
“Era agitato, non riusciva a stare fermo. Gli ho chiesto direttamente se avesse sniffato qualcosa. È stato lì che mi ha fatto l’occhio nero.”
Erica gli fece un sottile sorriso e si strinse nelle spalle. “È come… impazzito. Ha iniziato a colpirmi. Che imbecille.”
Non era chiaro se si riferisse a lui o a se stessa.
“L’ha picchiata,” disse Sensi.
“Eh, sì.”
Il commissario rimase in silenzio per qualche istante, guardandola. Poi disaccavallò le gambe e appoggiò i gomiti sulle ginocchia.
“L’ha solo picchiata?” chiese.
L’altra lo guardò per un attimo con espressione stupita. “Ah,” disse poi. Sorrise. “Sì, mi ha solo picchiata. Mi ha dato un pugno in faccia… be’, quello si vede.” Si alzò in piedi e si sollevò un lembo del pigiama, mostrando le costole. “Mi ha anche dato un pugno qua.” Si riabbassò il pigiama e si voltò. “E anche un calcio in culo. Le devo far…?”
Sensi rise. “Non direi. Sa, anche le costole erano superflue.”
L’educatrice si rimise a sedere.
“Pensa che sia un’idiota, giusto?”
“Sono molto sollevato,” rispose Sensi. “Sa, ho avuto una giornata di merda. Uno stupro sarebbe stata la ciliegina sulla torta. Posso chiederle di nuovo se è assolutamente certa che non l’abbia toccata, molestata, obbligata a fare qualcosa… Non deve rispondere di no solo per salvarmi da una giornata di merda.”
Lei rise. “No, davvero, sono stata malmenata, e anche un po’ insultata, ma nient’altro. Quando ha finito se n’è andato da solo.”
“E non c’è stato niente di sessuale, durante tutto il tempo?”
“Devo rispondere di sì per farla contento?”
Sensi si tirò indietro i capelli.
“Tra l’altro, è normale che lei abbia i capelli così lunghi?” interloquì l’educatrice, che si era notevolmente ravvivata da quando si era resa conto di non essere stata poi così sfortunata.
“Gomez l’ha denunciata per molestie,” disse l’altro, ignorando la domanda sui capelli.
“Cooosa?!” strillò l’educatrice, balzando in piedi. “Che molestie? Che cazzo… cioè, scusi, ma che cavolo…”
“Sa, l’ho già sentita altre volte, quella parola.”
“Sì, ok, immagino. Be’, allora… che cazzo di molestie?”
Anche Sensi si alzò. “Segreto istruttorio.”
“Io non ho molestato proprio nessuno! Quello è uno stronzetto sedicenne ed è anche uno spacciatore in erba… perché cazzo avrei dovuto molestarlo? Io ho una vita sociale normale e…”
Erica fece un gesto estenuato. “No, ok, non ho una vita sociale normale: lavoro un casino e prendo una miseria di stipendio. Certo che non ho una vita sociale normale, ma non vado neanche a molestare dei mocciosi strafatti!”
“È stata chiara. Le giuro che ho interiorizzato il concetto.”
Lei sospirò platealmente, poi iniziò a piangere, poi si asciugò gli occhi con rabbia e infine diede un calcio al divano panciuto.
“Ok, fine dello show,” disse poi. “Che cavolo dovrei fare, ora?”
Sensi si strinse nelle spalle. “Se vuole può denunciarlo per percosse.”
“Certo che lo denuncio per percosse, quello stronzo! Dove devo firmare?”
Sensi alzò le mani. “Un attimo. Prima deve andare al pronto soccorso e farsi refertare le lesioni, è così che funziona.”
L’altra stava passeggiando avanti e indietro per il suo salotto. “Ok, sì, pronto soccorso. E poi?”
“Poi viene in questura e sporge regolare denuncia.”
“Denuncia, ok. Che cosa…”
Sbuffò, si asciugò gli occhi, poi sbuffò di nuovo. “Lo arresterete?”
Sensi sorrise. “Un minore? Se fossi in lei non ci perderei il sonno.”
“Quello deve farsi vedere da qualcuno.”
“Può darsi.”
Lei continuò a camminare avanti e indietro per l’appartamento, passando dall’incazzatura alla tristezza e ritorno. “Ha una situazione familiare di merda, lo sapete, no?”
“Lo sappiamo.”
“Il suo patrigno è un tossico.”
“Sì, lo so.”
“Sua madre è una prostituta e una tossica.”
“E il fratellino sembra un bambolotto vecchio modello, di quelli che non piangono e non fanno la pipì, sì, lo sappiamo già.”
Erica continuava a passeggiare avanti e indietro per l’appartamento, in crisi.
“E devo andare al pronto soccorso, eh? Dio, ci perderò delle ore. Alle tre ho un appuntamento dalla parrucchiera. Lei sa quant’è difficile avere un appuntamento decente dalla parrucchiera?” Gli lanciò un’occhiata distratta. “No che non lo sa.”
“In effetti no. Senta, al pronto soccorso ce la porto io, ma lei dopo dovrà andare a sporgere denuncia, ok? E se salta l’appuntamento dalla parrucchiera…”
“Non volevo sembrarle frivola. Ma ho già un occhio nero, anche i capelli incasinati era un po’ troppo.”
Sensi sorrise. “Volevo dire, che anche con i capelli incasinati è abbastanza ok, è l’occhio nero che rovina l’insieme, ma vedo che ci aveva già pensato da sola.”
L’altra si mise a ridere.
“Certo che lei sa proprio come tirare su l’umore a una donna, eh?”
“Da quando sono stato sui giornali non ho più bisogno di questi mezzucci.”
L’educatrice lo guardò per qualche secondo con la fronte aggrottata.
“Ma certo,” disse, alla fine. “Lei è quello che ha catturato il serial killer! Sul giornale sembrava più…”
“Per favore, non lo dica.”
“…sembrava più brutto. Forza, vada a recuperare i suoi uomini, si staranno gelando le chiappe, là fuori. Io sarò pronta in una frazione di secondo.”

1 commento:

Antar ha detto...

Clap clap.
Un paragrafo particolarmente gustoso.
Grazie.