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giovedì 14 maggio 2009

Sette, morto che parla - 33

[Ero sconvolto. Qualcuno aveva spalancato di scatto la porta e mi minacciava con una pistola delirando a proposito della consegna di una pizza ai peperoni.
Si trattava di un tizio inquietantemente simile al cantante dei Cure, con una maglietta dei Joy Division e un paio di zoccoli infradito da samurai.
Sbattei un paio di volte le palpebre e mi resi conto che accanto alla strana apparizione c’era un altro tizio dall’aspetto molto più comune, che aveva appena mormorato «Oh. Mio. Dio.»
Mi sembrava una reazione molto più appropriata, anche se magari chiamarmi “Dio” era un po’ eccessivo.
Comunque fu lui a darmi l’indizio definitivo per capire che si trattava della polizia.
«Quello che intendevo dire è: abbassa quel coltello, ragazzo, perché sei in arresto,» disse il samurai gotico. Non sembrava particolarmente interessato a Numero 8 e Numero 9.
Mi voltai verso Sara.
«Mi dispiace,» le dissi, «Mi sa che starò via per un po’.»
Sara, quella stronza, rimase immobile e fece finta di essere morta.
«Sara?» la chiamai.
«Non può risponderti,» disse il tizio più convenzionale. «Adesso abbassa lentamente quel coltello e alza le mani.»
Che cosa potevo fare? Ero certo che se non avessi obbedito il goth mi avrebbe sparato. Sembrava proprio averne voglia.
Conosco quella voglia.
La cosa dentro di me salutò la cosa dentro di lui.
E depose le armi.]

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