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venerdì 1 maggio 2009

Sette, morto che parla - 3

[Quando ero piccolo la cosa era piccola anche lei. Aveva piccoli desideri.
A volte le bastava vedere qualcosa che prendeva fuoco. Oh, le fiamme… che fenomeno incredibile, vero? Potrei guardare le fiamme per ore e ore. Quelle loro linguette dalla punta blu, che guizzano e accarezzano.
A volte voleva qualcosa di un pochino più sostanzioso. I gatti, ad esempio, le piacevano un mondo. Un bel gatto macilento e spelacchiato, di quelli che abbondano nei cortili vicino a Piazza Brin. Basta offrirgli un biscotto per farli avvicinare.
A otto anni ho scoperto che, se inchiodi un gatto per terra, d’inverno, e gli apri la pancia, dal suo intestino si alza una nuvola di vapore. Devi essere molto veloce, però, altrimenti non riesci a vederla.
Mi sono interrogato a lungo su quella nuvoletta di vapore. Ho persino accarezzato l’idea che potesse essere l’anima del gatto e questo mi ha aperto interessanti domande.
I gatti hanno un’anima? (Il parroco sosteneva di no, ma io ne sapevo, forse, più di lui.)
L’anima può abbandonare il nostro corpo quando siamo ancora vivi? (Di nuovo, il parroco sosteneva di no, ma il gatto era ancora vivo quando quella nuvoletta usciva, pertanto non vedo altra soluzione).
Quando sono cresciuto ho capito che doveva essere semplicemente il calore degli organi interni a contatto con l’aria fredda, ma mentirei se ti dicessi che l’idea dell’anima mi ha abbandonato del tutto.
Quando avevo undici anni ho trovato un cane randagio.
L’ho chiamato Bua, e per lui è stato un nome profetico. Avevo un mio posto privato in un cortile, capisci? Un posto dove andavo solo io. Oh, Bua è stato il mio dolce segreto per una settimana!
Ho imparato tanto da lui, se ci penso quasi mi commuovo. Cose su di lui, cose su di me, cose sulla cosa.
Dimenticavo, Bua era una cagna. Riesci a immaginare come la cosa mi abbia aperto altri mondi?]

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