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mercoledì 13 maggio 2009

Sette, morto che parla - 27

[Non era stato molto difficile.

Ricorda che era il sette del settimo mese di un anno la cui somma dava sette. Ovvero il mio momento di massimo fulgore. Gli eventi si inchinavano al mio potere, quella sera.

Ero arrivato alle spalle della mia prima vittima mentre aveva ancora i cenciosi pantaloni abbassati. Le avevo circondato il collo con la garrotta e avevo tirato fin quasi a strozzarla. Poi, velocemente, le avevo bloccato le mani e tappato la bocca.

Una precauzione inutile, visto che l’avevo già minacciata di ucciderla se avesse emesso un suono.

I suoi amici, sdraiati sotto il glicine, emettevano il morbido russare degli ubriachi. Quando la ebbi immobilizzata per bene mi presi qualche minuto per capire come era fatta sotto gli strati di vestiti sovrapposti. Si divincolò deliziosamente, pronta a mordere.

Lasciai passare qualche minuto prima di gettare addosso all’altra un sassolino prelevato dal ghiaino che rivestiva i sentieri.

Come la sua amica prima di lei si riscosse e si guardò intorno con occhi appannati dall’alcool e dalle droghe. Si voltò dall’altro lato, ma ormai la sua vescica gonfia esigeva che andasse dietro al suo cespuglio.

Sono una persona educata, ma ancora di più sono una persona ordinata. Non mi sarebbe piaciuto avere il bagagliaio della macchina all’odore di pipì, quindi lasciai che finisse.

Non era uno spettacolo che mi dispiacesse.

Poi saltai avanti e colpii con tutta la mia forza.]

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