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giovedì 7 maggio 2009

Sette, morto che parla - 15

[Mentre scendevo in macchina verso valle ero attraversato da mille pensieri. La possibilità di essere impazzito mi sembrava attraente. Non che anche prima fossi perfettamente normale, vero?

Persino in quel momento, con tutti i problemi che quella nuova situazione comportava, non potevo fare a meno di pensare a quelle belle ferite pulite e ad essere percorso da un brivido di passione.

Oppure, semplicemente, era accaduto qualcosa di raro e stupefacente.

Forse l’anima della vittima numero sette si era rifiutata di staccarsi dalla sua carne. Forse, invece, si era già staccata tempo prima, come uno sbuffo di vapore dalle viscere di un gatto.

Tornai in città e andai a casa dei miei per chiedere con nonchalance a mia madre di prestarmi il suo cestino da cucito.

Non essere una persona particolarmente emotiva ha i suoi vantaggi.

Ringraziai tanto e ritornai da dove ero venuto.

In un certo senso se al mio ritorno la vittima fosse stata morta mi sarei sentito deluso. Avevo grandi progetti per me e per lei.

Fortunatamente non solo lei era ancora viva, ma era anche quasi riuscita a liberarsi le mani. Provvidi subito a bloccarle di nuovo.

«Allora, mia intraprendente amica…» salutai, tutto allegro, «sono felice di informarti che mi sono procurato ago e filo. Sfortunatamente non sono un sarto di prima categoria, ma sono certo che apprezzerai ugualmente il mio impegno.»

Per infilare il filo nell’ago ci misi svariati minuti, durante i quali la mia vittima ruotò forsennatamente gli occhi.

Decisi di iniziare il restauro dal taglio in gola. Ammetto che, malgrado il filo rosa chiaro, il rattoppo era lungi dall’essere invisibile.

Non mi demotivai, e con grande pazienza ricucii ognuno degli altri tagli.

Alla fine le tolsi di nuovo il bavaglio.

«Ora assomiglio a Frankenstein!» furono le sue prime parole. Non c’è riconoscenza, a questo mondo.

Stavo per risponderle qualcosa di molto acido quando mi sovvenne un pensiero.

«Non hai sentito niente,» dissi. Ne ero assolutamente sicuro. Si era fatta rattoppare come se fosse stata una bambola di pezza, insensibile.

Lei aggrottò le sopracciglia.

Tutto eccitato dalla mia scoperta mi affrettai a riprendere il mio coltello.

«Hey, fermo! Che cosa credi di fare? Mi hai già seviziata una volta!»

Sorrisi lentamente. «Oh, tesoro…» sospirai.]

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