martedì 26 maggio 2009

Lo strano caso del pappagallo fantasma - 10

Agostina Dagoberti, si scoprì, dormiva come un sasso sul divano della sua omeopata, abbracciando il suo pappagallo impagliato. La sua omeopata, tra l’altro, non era particolarmente contenta della cosa.
Sensi, Onofrio Dagoberti e una Carmel incuriosita e divertita gli erano piombati a casa a loro volta dopo una veloce telefonata del commissario.
La dottoressa Gelsi, tra l’altro, non era particolarmente contenta neanche di questo.
Il commissario, a prima vista, gli sembrò un ometto insignificante, finché non le venne spiegato che, in effetti, il commissario era quello che assomigliava a un giovanotto goth. Di lui si potevano dire molte cose, ma non che fosse insignificante.
“Allora, quando è arrivata Agostina?” chiese il poliziotto gotico, senza tanti preamboli.
“Verso mezzogiorno,” rispose la dottoressa Gelsi. “Ora la porterete via?”
“Questo dovrebbe chiederlo a suo cugino, veramente. Io avrei una serata da continuare.”
“Ma come mai dorme così profondamente?” interloquì Dagoberti.
Sensi fece un piccolo sorriso fetente. “La dottoressa l’ha drogata con i fiori di Bach.”
“Con l’Ansiolin, veramente. Era fuori di sé.”
Dagoberti sembrava sempre più smarrito. “Ma, insomma, qualcuno può spiegarmi che cosa le è successo?”
Sensi sospirò. Detestava dare spiegazioni, lo faceva sentire come il detective di un romanzo vittoriano.
“Questa mattina un corriere espresso ha consegnato un volatile vivo a sua cugina. Lei ha accettato la consegna, immagino stupita, ma poi il pappagallo deve aver cominciato a svolazzare qua e là. Agostina si è spaventata così tanto che, cercando di catturalo, gli ha rotto le ali. A quel punto le dev’essere venuto un attacco di panico, motivo per cui si è andata a chiudere nel suo armadio anti-panico, insieme al pennuto. In stato di shock è uscita e ha rimesso a posto gli eventuali danni creati dalla bestia – dopotutto uno non smette di essere ossessivo-compulsivo solo perché ha spezzato le ali a un pappagallo. Ma era così sconvolta che ha dimenticato il mazzo delle carte – e di chiamarla.”
Dagoberti era estasiato. “Incredibile, ma come ha fatto…?”
“Devo ancora finire,” lo interruppe Sensi, piccato. Ecco perché non gli piaceva dare spiegazioni. Non c’era nessuno che apprezzasse veramente la cosa.
“Dopo di che è uscita di casa – ancora sottosopra – e ha sceso le scalette fino a piazza Saint Bon. Sul momento non avevo fatto caso al fatto che i Vicci sono sopra la stazione e piazza Brin subito sotto. In macchina ci vogliono almeno venti minuti, ma a piedi molto meno. In fondo, siamo a Spezia, tendo sempre a dimenticarmelo. Comunque, Agostina è andata in chiesa…”
“Questo è un po’ strano. Mia cugina non è molto praticante.”
“Sua cugina non pratica molto neanche il mondo esterno, ma quando hai appena barbaramente mutilato un povero volatile, chiaramente, inizi a fare delle cose un po’ strane. Un po’ più strane del solito, intendo.”
“Barbaramente mutilato, insomma, commissario…” protestò Dagoberti.
“Vuole sentire la fine oppure no?”
“Prego.”
“Quindi, Agostina va in chiesa, entra nel confessionale e inizia ad aspettare che qualcuno, tipo un prete, si faccia vivo. Ma Don Mauro ha i suoi cazzi per la testa e non arriva nessuno. Stasera, quando gli ho parlato di pappagalli ha fatto una faccia che diceva chiaramente che pensava che avessi bevuto o che fossi un pazzoide. Dunque. Il prete dà forfait, ma ad Agostina viene in mente di chiamare la sua omeopata. Il resto può raccontarglielo la dottoressa, credo.”
La dottoressa Gelsi amava le spiegazioni ancora meno di Sensi, e non cercò di nasconderlo.
“Be’, è arrivata qua in uno stato prossimo all’isteria. Ho cercato di calmarla, ma lei sembrava convinta di aver commesso non so quale delitto – be’, adesso lo so, comunque. Alla fine le ho sparato una dose massiccia di Ansiolin e l’ho messa a dormire. In effetti pensavo che intendesse che aveva ucciso il pappagallo che aveva con sé, solo che visto che quello era impagliato non l’ho preso per un ottimo segno di salute mentale.”
Sensi si guardò intorno per il soggiorno arioso dell’omeopata. “Be’, credo che adesso dovremmo svegliarla, che ne dice? Ho ancora una domanda da farle, e comunque Dagoberti non se la può portare a casa in braccio.”
“Aspetti,” interruppe Dagoberti, “anch’io ho ancora una domanda da farle. Il verso che faceva il pappagallo vivo, quell’aiuto-aiuto che mi ha quasi fatto venire un colpo… perché?”
Il commissario inclinò la testa da un lato. “Scusi, vuole che io le spieghi perché un animaletto col cervello grande come una nocciolina gridava proprio quella parola? Le sembro un ornitologo?”
“Ma si sarà fatto un’idea,” insistette Dagoberti.
L’altro si grattò il mento. “Be’, se vuole la mia opinione… credo che quella sia stata la prima parola che ha imparato da sua cugina.”

[continua]

2 commenti:

brullonulla ha detto...

dissento col giudizio di sensi,il pappagallo è un uccello molto intelligente (ma il meglio rimane il tucano).

sraule ha detto...

e il pinguino? dove lo mettiamo il pinguino?